Intorno a Roma l'Italia si muove lentamente guidata dai suoi principi. Dopo mezzo secolo di battaglie, la più lunga pace della sua storia (1748-1796) le permette il raccoglimento necessario ad imitare in se stessa il grande periodo delle riforme, che ringiovanisce l'Europa. La geografia politica italiana è divisa fra i due grossi stati di Napoli e di Torino, nei quali cova l'avvenire del regno italico: una rivalità inconscia li unisce quindi nella stessa lontana speranza di conquista e li obbliga ad irrobustirsi, assimilandosi i nuovi elementi di civiltà. Venezia agonizza dimenticata; la Lombardia prospera sotto l'influsso liberale di Giuseppe II; la Toscana, prediletta dalla natura e dalla storia, improvvisa coi Lorena una riforma che sarebbe una rivoluzione se il popolo potesse parteciparvi. Ma solo dai regni indipendenti di Napoli o di Torino sorgerà la nazione italiana, annullando le superstiti forme federali malgrado lo stato pontificio che vi arresta ad ambo i confini l'inconsapevole preparazione unitaria.

La riforma politica ed amministrativa dell'Italia mira dunque a compiere l'opera del dispotismo col distruggere nella moderna civiltà le ultime differenze regionali. Domati i costumi colla soppressione delle energie municipali, l'imminente legislazione deve informarsi a criteri generali dedotti dalla scienza che pareggia tutti gli individui; i principi uniti contro il papa per la laicità dello stato stabiliscono coi sudditi i rapporti del nuovo diritto; ogni loro atto è una emancipazione, ogni progresso una livellazione. Ma il popolo, ricevendo dal principe questi benefici, non sa giovarsene immediatamente, e coll'integrarne le relazioni sentirvi una rivoluzione. La depressione secolare delle forze, colle quali aveva creato il rinascimento, non gli permette ancora di assurgere a più alta vita: i suoi costumi vili ed abbietti gli contendono il concetto della nuova libertà; accetta le riforme, ma non può ancora riformarsi; guarda a principi e a ministri, applaude e critica, ma poco pensa e meno vuole. Il suo pensiero non è peranco originale, il suo carattere non è più eroico. Nell'uomo manca tuttavia il cittadino e nel cittadino il patriota. Se la patria non è più assolutamente la regione, non è ancora l'Italia; difettano armi, armati, idee e volontà di ribellione. I popoli dei vari stati s'ignorano l'un l'altro; le riforme, migliorando la loro sorte, sembrano isolarli ancora più nel nuovo benessere. L'educazione prodotta dalle riforme sarà dunque puramente esteriore e senza frutti politici, se prima la passione della rivoluzione francese non vi discenda, frangendo la cornice dei vecchi stati, entro i quali stagna la vita regionale.

Nella storia non havvi di attivo se non ciò che è spontaneo, e d'intero se non quanto è originale. Le riforme derivate dall'Europa in Italia la lasciano sempre addietro di un periodo: infatti allo scoppio della rivoluzione francese, che dovrebbe produrre la rivoluzione italiana, l'Italia resiste o cede quasi a novella conquista.

Ecco le sue riforme.

Le Due Sicilie.

Carlo III, creato da una mirabile fortuna re delle due Sicilie, si accinse con buona volontà a migliorarle. Il regno, splendido per natura, aveva ubertà di suolo, prontezza di spiriti, buoni confini, invidiabili opportunità di mare, ma pessimi gli ordini politici, inservibili i congegni amministrativi. Non strade, non ponti, non manifatture: povero il commercio marittimo, quello dei grani impacciato; servitù regie, feudali, comunali, di pascolo isterilivano le terre; feudi, fidecommessi, privilegi di caccia, di forni, di molini inceppavano la proprietà, moltiplicando le angherie delle amministrazioni e delle leggi. Diecimila feudatari nominavano ancora giudici e governatori, imponendo pedaggi, decime, servigi, primizie; trentun mila frati, ventitrè mila monache, cinquanta mila preti ingrassavano sopra un immenso patrimonio immune; in quattordici provincie non un solo tribunale di giustizia, i ladri numerosi quanto i frati, i contrabbandieri più dei preti. La Sicilia, sempre infelice, caduta dal cattivo governo di Filippo IV di Spagna sotto quello peggiore di Vittorio Amedeo II di Savoia, infestata da pirati, da masnadieri, da scomuniche, con sessantatrè mila fra preti e monaci sopra 1,200,000, soffocata da vincoli feudali, con una bizzarra legislazione composta di statuti romani, barbari, arabi, normanni, di decreti angioini, di costituzioni aragonesi, di prammatiche vicereali, di consuetudini paesane, era anche in più tristi condizioni.

Carlo III cercò ripararvi: Bernardo Tanucci, toscano, lo consigliava.

Questi ordinò la giurisdizione laicale togliendo ai preti le immunità del fôro, limitando le ordinazioni dei sacerdoti a dieci per mille, negando alle bolle dei pontefici ogni effetto senza l'accettazione del re, impedendo nuovi acquisti al clero, tassandone i beni, abolendo le loro innumerevoli immunità personali. S'oppose all'impianto dell'inquisizione tentato dal cardinale Spinelli per eccitamento di Benedetto XIV, soppresse le decime in Sicilia, vi introdusse il codice carolino compilato da Pasquale Cirillo, vietò i testamenti all'anima, dichiarò il matrimonio contratto civile. Quindi sfrattò i gesuiti, aperse nuove scuole, slargò l'università, negò al papa l'umiliante tributo della chinea. Lo stato rifioriva. Fiaccati i preti, Tanucci si volse ai baroni restringendo i loro diritti, aiutando i comuni a riscattarsi dai feudatari, riordinò la magistratura, richiamò l'antica prammatica aragonese del sindacato per gli amministratori del pubblico denaro, provvide al commercio punendo i fallimenti e liberandolo da ogni eccezione di fôro o di casta, instituì una borsa, creò un archivio, stabilì un sistema ipotecario. Ma queste riforme, con mirabile pertinacia preparate ed ottenute dal Tanucci nel regno di Carlo III e di suo figlio Ferdinando, allorchè quegli passò al trono di Spagna, perchè pensiero di statista superiore e solitario, per quanto coadiuvato da una nobile schiera di napoletani, peccarono nel metodo, e, trascendendo i principii e i fini della scienza, fallirono nel resultato.

Nella contesa della laicità dello stato il Tanucci oltrepassò, come Giuseppe II, i limiti per perseguitare la chiesa nella libertà invincibile dei propri ordini; nell'ammodernamento del governo, preoccupato di schiacciare clero ed aristocrazia, non intese la natura del terzo stato, e invece di aiutarne lo sviluppo e di sbarazzargli gradatamente la strada, volle, preterendo sentimenti e costumi, porre un liberalismo incomprensibile alla coscienza napoletana. Le plebi recalcitrarono, la monarchia lo abbandonò, e Tanucci, vittima del rancore di Carolina d'Austria, moglie prepotente e lasciva di Ferdinando, dovette esulare, lasciando lo stato con uno schema di costituzione tanto superiore al proprio tempo che nessuno dei tre ordini clericale, feudale e popolare l'intese. La monarchia stessa, che l'aveva largita inconsapevolmente, poteva ritirarla d'ora in ora; quindi la ritirò in parte senza che il popolo, inerme e dal Tanucci non addestrato alla milizia, la difendesse. La riforma dispotica era un effetto del liberalismo europeo stillato nella mente di un ministro e della negligenza brutale di un re per le cose del proprio governo; ma dispotica nelle intenzioni e nel processo, rinvigoriva il dispotismo regio senza elevare il popolo, rimanendo politicamente una esteriorità poco efficace, abbozzo ed aborto di uno statista, al quale erano contemporaneamente mancati dinastia e popolo. Le superstiziose turbe napoletane, incapaci di trasformarsi in cittadini, non ebbero per l'opera del grande ministro nè riconoscenza nè coscienza; laonde, pervertite dal più ignobile fra i cleri cattolici ed eccitate dalla più oscena tirannide, insorsero presto per ristabilire nel delirio dell'anarchia l'antico dispotismo della monarchia e della religione.