Parma e Piacenza.
Non più fortunato del Tanucci il francese Dutillot, ministro di Parma sotto i duchi Filippo e Ferdinando iniziò colla Santa Sede lo stesso litigio e introdusse nello stato le medesime riforme. Papa Rezzonico e Clemente XIII resisterono gagliardemente contro la emancipazione dello stato dalle giurisdizioni e dai privilegi ecclesiastici, molto più che trattavasi, secondo le loro pretese, di un feudo di Roma. La lotta aspra salì per tutti i gradi della polemica, piovvero libri ed opuscoli, il papa mandò un monitorio: Dutillot, destro e sicuro, proclamò l'indipendenza del ducato, sfruttò i gesuiti, innalzò l'università di Parma al maggiore livello, tassò preti e frati, avocò tutte le cause ai tribunali dello stato, rimondò i benefizi ecclesiastici, limitò le manimorte, sovrappose la legge civile al diritto canonico. Le sue idee francesi trionfarono, poichè tutte le altre corti borboniche, pel trattato del 1761 chiamato patto di famiglia, si mantenevano solidali nella contesa. Infatti allo scoppio del monitorio papale, Luigi XV fece occupare dal marchese di Rochechouart Avignone e tutto il contado venesino, mandando commissari del parlamento di Provenza a prenderne possesso in suo nome come di paese annesso alla corona: il re di Napoli prese Benevento. La Spagna minacciò. Evidentemente il principato vinceva, le pretese papali della bolla In Coena Domini non attiravano più che sarcasmi e violenze; ma la disputa, falsa nel principio che riconosceva nei principi la sovranità inalienabile nel popolo, non era sostenuta che da giuristi e da casuisti, primo fra quelli Francesco Riga piacentino. Il popolo, nemmeno consultato, vi assisteva spettatore, profittando della vittoria del principato. Senonchè Dutillot subì presto la sorte del Tanucci, e dovette esulare, cacciato dalla petulanza lasciva della duchessa Maria Amalia, sorella di Maria Carolina. Invano con accorto proposito aveva egli voluto ammogliare l'infante Ferdinando con Beatrice, unica figlia ed erede degli Estensi di Modena, per comporre così nell'Italia centrale un forte stato. Maria Teresa d'Austria aveva potuto sventargli il disegno col matrimonio della propria figlia Maria Amalia, togliendo col pericolo di una confederazione fra i grossi stati italiani quello di una guerra d'indipendenza. L'infante Ferdinando, niente migliore del re Ferdinando di Napoli, era stato invano educato alle idee liberali da Condillac, da Millot e da Mably: la bigotteria de' suoi primi anni gli aveva umiliato fatalmente lo spirito già scarso, la depravazione della moglie glielo travolse. Quindi Llano, ministro spagnuolo succeduto a Dutillot, contro il quale era insorto l'odio popolare per suggestione del clero, non potè proseguire nell'opera liberale.
Papa Ganganelli, spirito conciliativo sino alla remissione, si rappattumò con Parma, concedendo la soppressione dei gesuiti; ma il ducato non ebbe più altra vita che quella di corte, orgia ignobile e malsana, nella quale staffieri e gentiluomini si passavano da mano a mano la duchessa come una cavalla, cui nessuna striglia poteva calmare il prurito e nessuna sella stancare le reni.
La Toscana.
Tali riforme dei Borboni, esclusivamente dovute al valore dei ministri, furono superate da quelle dei Lorena più sinceramente riformatori di un popolo più colto e gentile. Già per opera dei Medici la Toscana era divenuta obbediente al potere, unte e quasi sfiaccolata nei costumi, viziata nella giustizia civile, con leggi diverse nella città e nella campagna, con privilegi che testimoniavano della sua antica formazione tutta di aggregati municipali.
Il Sanese era sempre riguardato paese di conquista: università, arti e mestieri conservavano statuti e giudici propri; Firenze era infestata da trenta tribunali oltre il magistrato supremo ridotto a semplice tribunale civile. Lo statuto fiorentino riformato nel 1415 suppliva alle imperfezioni di millecinquecento statuti parziali non mai cassati; le leggi granducali talvolta savie, troppo spesso oscure, intricandosi nelle anteriori di rado abolite, producevano viluppi, pei quali s'angustiavano i possessi e si eternavano le liti. Vigenti ancora gli atroci editti di Cosimo II contro i ribelli, le pene crudeli e sproporzionate, molti impieghi trasmessi per eredità: quarantasette feudi fra imperiali e granducali, questi ultimi conceduti da Cosimo per battere moneta, incagliavano e disonoravano il paese.
Francesco di Lorena intese al riparo, ma lontano dal ducato, marito di Maria Teresa, avaro e fraudolento, poco seppe giovare, malgrado il consiglio del Rucellai. Migliore e di lui più avventuroso il figlio Pietro Leopoldo, potè meritamente levare grande fama di sè in un secolo, nel quale pressochè tutti i principi, dal reggente di Francia a Federico II, da Giuseppe d'Austria a Caterina di Russia, erano spiriti superiori. Con ammirabile fretta e mano sicura, appena fatto granduca, uniformò le leggi, tolse gl'inutili magistrati, ridusse e scelse i giudici, aperse una camera di commercio, sottomise tutti alla stessa giustizia, persino se medesimo e il fisco. Pubblicato un nuovo ordinamento di procedura commise a Giuseppe Vernaccini, quindi a Michele Ciani, finalmente al Lampredi il codice, che, interrotto poi dalla rivoluzione francese, fu nullameno l'ammirazione dell'Europa. Soppresse la pena di morte, i delitti di alto tradimento, le immunità, i privilegi personali, i luoghi di asilo, la tortura, la confisca, il giuramento dei rei, le denunzie segrete, i processi di camera, i testimoni ufficiali, ogni avanzo di barbarie. Nell'amministrazione, dietro gli avvisi liberali del Giannini e del Fabbroni, sostituì una gabella unica alle molteplici dogane: libero l'entrare, l'uscire, il circolare d'ogni merce, libera da matricole l'industria, esonerati i contadini da servigi di corpo, prosciolte le terre dalle servitù del pascolo pubblico. Dopo aver concesso la vendita dei beni comunali, affidò l'amministrazione dei comuni ai possidenti, cassò l'appalto delle tasse, disdisse l'obbligo alle famiglie di comprare una quantità fissa di sale.
Le finanze, improvvisamente rifiorite, permisero stupende opere pubbliche, ponti, strade, lazzeretti, rifugi, conservatorii: Ximenes, Ferroni e Fabbroni curarono il prosciugamento delle maremme: quella di Siena fu sanata, val di Nievole, val di Chiana e Pietrasanta ridotte a florida coltivazione. Di riforma in riforma, malgrado le ingenti spese, accrebbe le entrate di L. 1,237,969 e in 37 anni da ottantasette ridusse a ventiquattro milioni il debito pubblico adoperandovi la propria ricchezza e la dote della moglie; cinque ne lasciò poi nel tesoro al successore, dopo averne speso trenta in opere pubbliche. Ma di spirito troppo pacifico, esagerò l'errore di tutti gli statisti italiani di allora, abolendo ogni nave da guerra, vendendo persino alla Russia le due fregate Boemia e Ungheria regalategli da Maria Teresa, sopprimendo i cavalieri di santo Stefano. Questo dispregio delle armi rivela il carattere delle riforme italiane, nelle quali il principato non mirava più a crescere e confessava di non sapersi difendere, aspettando sempre dall'Europa le decisioni sulla propria vita. L'idea italiana era dunque perita in esso, il distacco fra principe e sudditi diventava anche maggiore colle riforme, che sapienza generosa di sovrano o di ministri praticavano senza nemmeno sospettare nel popolo il principio supremo della sovranità, o cercare nella sua totalità le ragioni del governo.
Quindi lo schema di costituzione, che Leopoldo meditava di largire, divenne il più ammirabile e generoso nonsenso politico della storia moderna. In esso il principe voleva ammanettarsi volontariamente senza emancipare il popolo col riconoscere da lui la sovranità, ed ignorando ogni principio e forma di elettorato politico. Naturalmente di questo statuto non potè esserne nulla, giacchè avrebbe impedito la rapidità delle riforme granducali e chiamato ad agire nel governo un popolo ancora inconsapevole di se medesimo. Nobile ed accorta al tempo stesso per assicurare nella pubblica opinione il credito governativo fu invece la pubblicazione degli stati di finanza e delle ragioni delle principali riforme nel libro dallo stesso granduca compilato: Governo della Toscana sotto il regno di Pietro Leopoldo.