Nullameno Pietro Leopoldo, cedendo al proprio carattere pettegolo ed intemperante, varcò spesso i confini della prudenza e della giustizia, specialmente nel litigio religioso con Roma. La Toscana aveva allora 243 conventi e 22,268 fra preti, monache e frati, senza le altre confraternite ed associazioni religiose: la bigotteria era enorme; la corruzione specialmente nei monasteri anche maggiore; diritti, privilegi e pretese della curia insoffribili. Pietro Leopoldo abolì il Tribunale della nunziatura, cacciò i gesuiti possessori di cinquanta collegi, tolse le immunità ecclesiastiche; soppresse eremiti, frati mendicanti, duemila e cinquecento confraternite, molte fraterie, fra le quali i barnabiti inetti educatori, frenò le monacazioni, vietò le flagellazioni e i pellegrinaggi, ordinò il seppellimento nei cimiteri. Ma, trascinato dall'equivoco esempio del fratello Giuseppe II, animò e sostenne il moto giansenista del vescovo di Pistoia, Scipione de' Ricci, tentando un sinodo che abortì nell'impotenza, mescolandosi ad innovazioni religiose, che colpendo la superstizione violavano la coscienza e cacciavano il governo in dispute insolubili di sagrestia. La rivoluzione religiosa, sempre impossibile in Italia, lo era allora maggiormente nella ignavia dei caratteri e nell'ignoranza di tutti gli spiriti.

Quindi lo scisma di Scipione de' Ricci, malgrado il valore personale del vescovo ribelle e la bontà indiscutibile delle sue opere, la fiacchezza della Santa Sede e l'energia di Leopoldo, conchiuse ad uno scandalo, che scemò nel popolo l'autorità e la riconoscenza delle altre riforme. Infatti, se la Toscana molto più colta e civile delle due Sicilie si assimilò con maggiore prontezza le leggi leopoldine, specialmente quelle amministrative, così poco crebbe a sviluppo politico ed alzò la propria coscienza che, sorpresa dalla rivoluzione francese, non seppe nemmeno, come Napoli, improvvisare una repubblica impotentemente classica e generosa quando Leopoldo, per la morte del fratello Giuseppe II era già diventato imperatore d'Austria.

La Lombardia.

Nella Lombardia, sottomessa all'Austria e nominalmente governata dal vicerè Francesco III d'Este, il progresso legislativo seguì quello della Toscana e delle due Sicilie. Furono tolti molti abusi, svincolato il commercio dei grani, emancipate la finanze, pubblicata una tariffa uniforme per tutto lo stato. La misura dei terreni, imposta da Carlo VI, servì di base al censimento, permettendo agli antichi gloriosi comuni di ricomparire amministrativamente: si apersero strade e canali, sorsero ricoveri, si disciplinò l'istruzione dalle scuole elementari all'università, si preparò la migliore monetazione del secolo. Il governo, nonchè prendere ombra dei novatori, se ne giovava: a Pavia, Scarpa, Spallanzani e Volta davano alle scienze un impulso che dura tuttavia; Natali, Zola, Tamburini fondavano una scuola antipontificia, dalla quale derivò molta libertà del pensiero italiano; il governatore Firmian, emulo di Tanucci e di Dutillot, proteggeva Vallisnieri e Borsieri, liberaleggiando come tutti i grandi ministri del tempo; ma al disotto della numerosa aristocrazia dei belli spiriti il popolo fiacco, senza carattere e senza idee, si adagiava nel nuovo benessere che gli sembrava una libertà: i costumi erano abbietti in alto, in mezzo, in basso: nessuna coscienza politica, non più attitudini militari. La grande tradizione lombarda morendo non aveva lasciato nè poesia nè storia. Pietro Verri, che tentò di scrivere quest'ultima, non riuscì a venderne una sola copia, lui vivo. Così mutata in provincia dell'impero austriaco, la Lombardia non aveva più importanza di Modena, feudo tedesco, e di Lucca, diventata patrimonio di ottantotto famiglie che la governavano col discolato. Venezia non era più che la pietrificazione di se stessa. Il suo gran consiglio somigliava una innocua assemblea di convento; il suo doge era una maschera solenne fra le maschere allegre che popolavano tutto l'anno la piazza di San Marco; il tribunale dei dieci era quasi dimenticato, e la sua polizia non si componeva più che di una combriccola di bricconi. Quindi Brescia, Bergamo, Verona, Padova, Udine, Cividale, Treviso, quasi tutte le città soggette, vivevano in una specie di libera vita amministrativa, che permetteva loro qualche apparenza di vita politica colla impunità di disordini lontanamente simili alle antiche lotte settarie. Nullameno anche a Venezia scoppiò il dissidio ecclesiastico a proposito del patriarcato d'Aquileia, nel quale l'Austria voleva riprendere il diritto di nomina alternata. E poichè Benedetto XIV, quantunque benigno colla propria decisione, non aveva al solito soddisfatto nessuno dei contendenti, il senato si spinse oltre all'attacco ed emanò contro gli ordini frateschi, sui beni e privilegi del clero, gli stessi decreti di Tanucci, di Dutillot e di Leopoldo. Clemente XIII reagì, poi la querela si estinse nell'oblio; i tempi di Paolo Sarpi e di Paolo V erano troppo lontani e la rivoluzione francese oramai troppo vicina.

Genova, eterna rivale di Venezia, dopo la cessione della Corsica alla Francia nel 1768, si consuma in sterili agitazioni democratiche, imitando il moto di tutti gli stati che la circondano. Ma la sua indipendenza non è più che una larva, la sua vita un rimescolio di minute attività commerciali senza coscienza nè di stato, nè di governo. La sua bandiera non sventola più rispettata sui mari corsi da bandiere inglesi, francesi, olandesi, americane: il protettorato della Francia l'umilia, una senilità incurabile la debilita, togliendole, come a Venezia, la speranza di una morte gloriosa.

Il Piemonte.

La fortuna, che ha trasformato il Piemonte in regno, permettendogli una specie di centralizzazione francese, con un popolo addestrato alle armi, con una dinastia bellicosa e un antico programma di conquista, non basta nullameno a mantenergli l'energia del progresso. Se il suo stato è il meno decadente, il suo governo è il meno riformatore. La Lombardia caduta sotto l'Austria è diventata imprendibile, la Francia salvaguarda la falsa indipendenza di Genova; quindi il Piemonte si arresta. Il suo dispotismo regio e militare non s'accorda col soffio liberale che vivifica l'Europa: la sua vecchia politica di doppiezza e di guerra non è più possibile nell'epoca nuova. Il Piemonte regno diventa quindi meno efficace del Piemonte ducato: una paralisi subitanea lo ferma sulla via della storia, i suoi principi decadono, i suoi ministri non sono più che amministratori, governo e corte hanno tendenze e forme francesi, il popolo aspirazioni e costumi italiani. La sua indipendenza perde ogni significato dal momento che il Piemonte non è più l'unico regno progressivo e perciò l'unica speranza d'Italia. La piccineria di un egoismo piemontese raggricchia perciò corte e governo, e, togliendo loro collo slancio della conquista l'intrepidezza dell'avventura, li obbliga per reazione a restringersi nel dispotismo più ombroso ed antipatico. Mentre tutti i principi d'Europa e d'Italia sono miscredenti, i Savoia diventano bigotti: l'Austria ospita Giannone, e Carlo Emanuele III lo rapisce a tradimento per farlo morire in carcere. La lotta con Roma non ha in Piemonte lo stesso significato liberale che a Napoli e a Firenze: il re emancipa i servi per farne dei sudditi, toglie le dominazioni temporali ai vescovi di Tarantasia, Moriana e Novara, poscia Massano ai Ferrero, Voghera ai Del Pozzo, l'indipendenza alla val d'Aosta, il senato a Casale piuttosto per spirito di centralizzazione che di riforma. Il più liberale de' suoi ministri, il conte Radicati, è condannato all'esilio e nei beni da Vittorio Amedeo II, per avergli suggerito quanto Tanucci, Dutillot e Leopoldo dovevano più tardi gloriosamente praticare; D'Ormea, il più destro, disonora se stesso e Carlo Emanuele III coll'assassinio di Giannone: Bogino, il migliore, compie il catasto, riforma la moneta, redime la Savoia dalle manimorte e dai legami feudali, ripopola, pacifica, dirozza colle due università di Sassari o di Cagliari la Sardegna, e Vittorio Amedeo III, succeduto nel 1773, a Carlo Emanuele III, per primo atto di governo lo scaccia. Ma l'intima contraddizione, che obbliga il Piemonte ad esagerare il proprio dispotismo regio e militare in una bigotteria stupida e feroce mentre gli altri stati italiani morti alla politica possono liberaleggiare nel governo, s'acuisce al punto che tutti i migliori spiriti debbono uscirne. Alfieri, Lagrangia, Berthollet, Bodoni, lo stesso Denina, per quanto Vittorio Amedeo gli avesse stampato Le Rivoluzioni d'Italia, cercano in un esilio volontario una libertà italiana che non assomigli all'avara tirannica indipendenza piemontese.

Lo Stato pontificio.

Peggiore di tutti, lo stato pontificio non ha e non può avere riforme, giacchè il loro principio deriva appunto dalla lotta dei principi contro la chiesa per la laicità dello stato. Il governo teocratico di Roma, condannato all'immobilità del proprio contenuto religioso, avversa ogni diritto moderno. La sovranità divina del pontefice vi è pietrificata nella forma medioevale; il popolo non vi esiste; non havvi altra carriera che la ecclesiastica, funzioni e cariche che pei preti, legislazione che le costituzioni papali sovrapposte al diritto romano. Roma in lotta col mondo si restringe ogni giorno più nella reazione, come in una armatura di guerra. Francesco Beccatini nella vita apologetica di Pio VI confessa che, ad eccezione della Turchia, lo stato pontificio è il peggio amministrato d'Europa. Vietata ogni esportazione di grano, vincolati tutti i commerci interni, l'annona assurdamente tirannica colla facoltà di comprare ogni cosa a prezzo da lei stessa fissato; abbandonate e isterilite le fertili terre dell'Adriatico, talchè davasi ai vicini permesso di coltivarle per proprio conto. Angherie e vessazioni di ogni sorta soffocavano qualunque germe di vita economica; il tribunale delle grascie tassava le bestie a propria voglia ed incettava tutto l'olio per rivenderlo più caro; non manifatture, dazi altissimi d'introduzione e quindi un contrabbando universale e feroce. Negli undici anni che regnò Clemente XIII si registrarono dodicimila omicidi, dei quali quattromila nella sola Roma.

Papa Lambertini, succeduto al troppo debole Clemente XII, che nominava arcivescovo e cardinale di Toledo il terzogenito di Elisabetta Farnese fanciullo di soli sette anni, aveva arrestato con destrezza degna di Voltaire la decadenza del papato, riconciliandolo o meglio tentando riconciliarlo coi tempi nuovi; ma dopo di lui papa Rezzonico (Clemente XIII) volle ritornare inflessibile, opponendo al progresso del secolo la reazione di idee medioevali. I ducati di Parma e Piacenza, che la chiesa si ostinava a dichiarare propri feudi, mentre le monarchie subivano una ultima trasformazione annullando in se stesse gli avanzi della feudalità, furono la causa prima de' suoi dissidi con tutte le potenze d'Europa. Il papato, ultimo rappresentante del periodo feudale, doveva necessariamente diventare il bersaglio di tutte le corti. Le sue pretese erano così assurde nel diritto moderno, la sua incapacità politica così evidente, l'antitesi del suo dato divino colla sua forma monarchica così irriducibile, le sue bolle così pazze colle loro idee e col loro linguaggio di un mondo già svanito, che popoli e principi l'oppugnarono. Dal momento che il principato liberaleggiava creando la laicità e la democrazia dello stato moderno contro il papato e la feudalità, bisognava che l'istinto e la ragione popolare fossero pei principi contro il papa anche allora che per contraddizioni di battaglia questi sostenesse la libertà contro il dispotismo regio. Quindi lo stato pontificio fu invaso sotto papa Rezzonico o Clemente XIII; altre contese scoppiarono con Genova, Parma, Venezia, la Savoia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, l'Austria, l'Olanda, con tutti. Papa Rezzonico trovò nobili parole contro l'invasione dei propri stati, affermando che avrebbe preso piuttosto la via dell'esilio che rispondere come padre di tutti i fedeli alla guerra colla guerra; Clemente XIV, più aspro, fu anche più inutilmente risoluto: il maggiore dissenso era per la soppressione dei gesuiti.