Soppressione dei gesuiti.

Stati, governi, filosofi, letterati, aristocrazie e popoli si levavano contro di essi, reclamando con decreti, con scritti, con violenze la loro abolizione. I gesuiti resistevano calmi ed intrepidi, destreggiandosi nei governi, ribattendo gli argomenti degli scrittori, ammansando e deviando l'odio popolare. La loro potenza era in due secoli mirabilmente cresciuta: avevano meglio dei francescani missioni in Asia, in Africa, in America, dovunque; innumerevoli collegi presso tutti i popoli civili, dei quali signoreggiavano l'educazione; consiglieri di ogni scuola, avevano immensi stabilimenti commerciali, colonie e stati come il Paraguai; regnavano nella teologia contro i domenicani, nella morale contro i giansenisti, a Roma sul papa, ubbidendolo nullameno coll'eroismo di una disciplina che non discuteva nessun ordine, con un concetto così alto della monarchia papale da morire per essa e da essa condannati in un silenzio sublime di fede. Il cattolicismo non aveva migliore milizia, Roma più invincibili pretoriani. Da due secoli essi la difendevano contro tutti, e le avevano riconquistato molte provincie protestanti, arrestando la Riforma e tentando d'indigare la rivoluzione delle scienze; avevano educati molti re, sedotti ministri e favorite, accese molte rivolte e sedate altrettante ribellioni, sostenuta con intrepidezza filosofica la tesi del regicidio e della sovranità popolare, provocati forse parecchi regicidi, sollevandosi al disopra dei popoli e dei re con una democrazia papale più logica e più vasta della cesarea. Nulla li spaventava: la fede era in loro pari al coraggio, la destrezza raddoppiata dal segreto. Mentre Giansenio, esagerando la teoria di sant'Agostino sulla grazia, prostrava il libero arbitrio già tanto fiaccato dal cristianesimo, i gesuiti gli avevano opposto Molina difendendo nel cattolicismo i resti della ragione e della libertà umana; quando Giannone più tardi si richiamava al diritto del principato dai soprusi della chiesa, essi avevano appellato al popolo dal diritto del principato.

Quindi tutti li odiavano.

In un mondo incredulo e corrotto si opponeva loro di rilassare la morale; in un secolo rivoluzionario, che acclamava Mandeville e Diderot, Voltaire e Rousseau, Elvezio e Holbach, erano accusati di sostenere l'antica tesi di san Tommaso sul diritto del popolo di uccidere il tiranno. Parrebbe una contraddizione, e non era. La rivoluzione, guidata dallo spirito francese al rinnovellamento dello spirito d'Europa, riconosceva istintivamente nei gesuiti la sola forza del papato. Tutti gli altri ordini religiosi, gli stessi preti dai più poveri curati ai più ricchi cardinali non avevano più l'antica fede battagliera; gran parte del clero viveva nella più crassa ignoranza, i prelati affettavano l'incredulità come ai tempi migliori del rinascimento, i domenicani non ispiravano più alcun timore, i francescani meritavano più poco rispetto. I gesuiti soli combattevano per Roma, erano la sua tradizione unitaria, i soldati del suo dogma papale. La loro tesi del regicidio e la loro temeraria affermazione della sovranità popolare contro i principi non derivavano dai principii ancora torbidi e dalle passioni latenti della rivoluzione, ma erano audaci e abili espedienti di guerra, improvvisati secondo i luoghi ed i tempi nell'interesse dell'idea cattolica e papale. La loro democrazia non era che la base di un dispotismo pontificio tanto maggiore di quello dei Cesari, quanto l'impero cattolico era più vasto del romano.

Quindi nella lotta dei principati europei contro il papato, come superstite forma medioevale e ultimo rappresentante del patto antico fra la chiesa e l'impero, tutti si accordavano a chiedere violentemente la soppressione dei gesuiti. Era un imporre al nemico di disarmarsi, secondo l'acuta frase di Federico II. Roma resisteva. Gli argomenti svolti contro i gesuiti l'avrebbero dovuta persuadere a conservare nel loro ordine una milizia, contro la quale gl'increduli delle nuove filosofie e i nuovi giuristi del principato avevano dovuto stringere una coalizione mondiale. Giammai lotta ebbe incidenti più vari, scene più equivoche e tremende. Pascal alla testa di Portoreale scrisse contro i gesuiti un capolavoro, Le Provinciali, dando alla prosa francese quella terribile agilità che doveva farne il più mirabile istrumento di distruzione; dietro lui tutti i maggiori letterati infuriarono: gli statisti sospinsero contemporaneamente gli assalti; i parlamenti se ne immischiarono; gelosie di donne, di vescovi e di riti imperversarono e tutto crollò simultaneamente intorno ai gesuiti. Questi stettero superbi di coraggio e di fede. Papa Ganganelli, Clemente XIV, troppo timido per solo pubblicare la solita bolla In Coena Domini, piegò sotto lo sforzo universale, sacrificando nei gesuiti gli ultimi legionari del papato. Il quale in tanto frangente fu al disotto non solo della propria idea, ma di ogni più piccolo stato italiano. Clemente XIII aveva già negata l'ospitalità ai sei mila gesuiti cacciati di Spagna e tradotti a Civitavecchia entro la stiva di vecchi bastimenti, lasciandoli errare di spiaggia in spiaggia sei mesi; Clemente XIV, meno abbietto e più imprudente, gettò Ricci, loro generale, nelle carceri di Castel Sant'Angelo. Ma il generale, degno dei propri soldati, non piegò sotto alcuna minaccia, non soccombette ad alcuna insidia, ricusò l'offerta d'un vescovado per non sottoscrivere una carta, e moribondo dettò una protesta nobilmente superba d'innocenza, commovente di rassegnazione ai voleri della chiesa. Pio VI, succeduto a Ganganelli, che si disse morto di veleno, rese al cadavere del generale tutti gli onori, ribadendo così l'errore commesso dal papato colla soppressione della compagnia di Gesù. Infatti Federico II e Caterina di Russia, i due maggiori sovrani del secolo per ingegno e potenza, ne lo sbertarono vivamente, mentre Voltaire e D'Alembert, quegli lo spirito più acuto, questi la migliore testa filosofica della Francia, spingevano l'abilità della vittoria ottenuta contro Roma sino a lodare entusiasticamente i gesuiti. Nel periodo delle riforme il papato aveva dunque commesso, per imitarle, il più assurdo degli spropositi, disarmandosi in faccia al principato intento a laicizzarsi e alla vigilia di una rivoluzione, che doveva spezzare la base millenaria della idea cattolica romana. Ma questo errore era ancora una conseguenza della sua organizzazione politica; per la quale doveva come Torino, Genova, Venezia e Napoli subire le fluttuazioni delle volontà e delle guerre europee invece di librarvisi sovranamente nella semplicità del sacerdozio. Poiché le accuse ai gesuiti non erano che politiche, e il papato sacrificandoli moriva con loro, la riforma romana fu un suicidio.

Infatti Pio VI, sbigottito dalle troppe innovazioni di Giuseppe II contro la chiesa, dimenticando l'antica altezza dei pontefici che citavano a Roma gli imperatori di Alemagna, pensò invece di andarlo a visitare a Vienna; ma il viaggio clamoroso non gli fruttò che complimenti ironici dall'imperatore, mentre il ministro Kaunitz, stringendogli alteramente la mano invece di baciargliela, lo abbassò al livello di tutti i principotti italiani più o meno sottomessi all'Austria.

Il papato era morto. Ricci, il suo ultimo eroe e il suo martire più originale, aveva trovato in Kaunitz un vendicatore anche troppo pronto.

Giuseppe Parini.

Ma per tutto questo periodo il genio italiano tace. Vico e Giannone sono morti senza successori; la grande tradizione italica si interrompe. Tutti guardano involontariamente alla Francia e ne seguono a distanza il moto, appropriandosene stentatamente le idee. La nazione addormentata nell'ozio non ha più energie di speranze o di ricordi; i governi riformano dispoticamente tutti i congegni amministrativi senza apprendere alla coscienza publica una scintilla di patriottismo. Lo scarso patriziato intellettuale vive di idee e di sentimenti esteri, la maggior parte degli scrittori pellegrinano a Parigi come alla capitale del pensiero moderno. Nullameno la letteratura nazionale si emancipa dalla servitù scolastica coll'imitazione delle letterature straniere; Baretti trasporta da Londra Shakespeare in Piemonte e tempesta sui vecchi classici con foga bizzarra ed efficace; Cesarotti traduce Ossian; Verri imita Young nelle Notti romane; Beccaria si assimila in un libercolo meraviglioso di buon senso e di limpidezza tutte le critiche recenti sulle legislazioni penali e ne detta un altro sullo Stile, del quale trova le leggi nella psicologia; Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue scioglie i legami della pedanteria, che paralizzavano la prosa italiana. Comincia uno stile nuovo con idee, forme e andamenti più liberi derivati dall'estero. L'originalità italiana manca; Filangeri con entusiasmo giovanile improvvisa un trattato sulla legislazione, nel quale ospita tutte le idee francesi componendone quasi una nuova arcadia scientifica; Mario Pagano e Melchiorre Delfico, destinati alla gloria politica dell'imminente rivoluzione, esperimentano se stessi combattendo gli antichi abusi; Galiani, l'ingegno più acuto e brillante del mezzogiorno, economista, letterato capace di tutto comprendere e di tutto rivelare, diventa parigino ed eredita da Voltaire il bastone di maresciallo dello spirito. Gli economisti tardi ed impacciati non arrivano ad alcun sistema, imitano i governi studiando e proponendo riforme senza dare ai propri studi nè principii nè forma di scienza. Mentre la Francia ha i fisiocratici e l'Inghilterra Adamo Smith, l'Italia non ascolta che l'abate Genovesi, perde Galiani e vede Gian Maria Ortes, forse il migliore dei propri economisti, smarrirsi fra la doppia oscurità del passato e dell'avvenire. Novatore d'istinto come Vico, Ortes per andare avanti guarda indietro e rinnova con audace interpretazione economica tutto il medio evo cogli asili, i conventi, i feudi; poi, discendendo nella politica, vuol ripetere il vecchio patto fra la chiesa e l'impero perchè quella sia il potere legislativo e questo l'esecutivo. Il suo ingegno è forte, la sua logica ben addestrata, ma per seguire la tradizione italiana deve respingere tutto il mondo moderno; quindi la sua opera inutile di scrittore passa inosservata. Beccaria e Verri, Ricci e Palmieri seminano intanto buone idee e ne tentano applicazioni, quantunque sfiduciati del paese e senza troppa fede nella scienza; ma nessuno di loro sa giungere al potere per ritemprare nelle esperienze gli equivoci assiomi delle teoriche. La mancanza di libertà legali e il distacco fra principe e popolo, isolando ogni meditazione, costringeva al vago ed all'esagerato: i governi praticavano riforme con vedute proprie e con intenzioni dispotiche per emanciparsi al tutto da Roma e schiacciare sotto il proprio livello gli ultimi talli dell'aristocrazia. Nè il principato, nè la nazione badavano dunque ai novatori: la rivoluzione fermentava altrove, il moto italico era riflesso.

Nullameno anche in Italia l'uomo moderno aveva già trovato nell'arte un'espressione immortale. Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri rappresentano in due classi distinte e con diverso temperamento il medesimo uomo. Stranieri alla società nella quale sono nati e debbono forzatamente vivere, la dominano coll'altezza di una coscienza e di un carattere ad essa incomprensibile. Una dignità insolita, un'alterezza originale alza le loro fronti e le loro parole tra la folla delle teste e dei discorsi comuni. Parini è uomo più di meditazione che di azione: il suo mondo interno fondato sulla natura e sulla ragione contrasta involontariamente al secolo fittizio e convenzionale; la sua cultura austeramente classica attraverso Dante e Plutarco arriva inconsapevolmente alle nuove idee agitanti l'Europa. Nè molto forte, nè troppo vario nell'ingegno, sorvola a tutti coll'originalità di un senso morale così schietta e profonda che da sola è già una poesia capace delle più fervide e magnanime aspirazioni. In lui l'uomo produsse l'artista: la sua poesia fu la parola del suo pensiero, lo sfogo del suo sentimento. Semplice come un contadino, onesto come un antico, liberale come un moderno, ma con un'intima misura che frenando la passione le associava la forza della ragione, egli mortificò la società del suo tempo in un poema ironico non sorpassato ancora in nessuna letteratura. Il paragone fra l'aristocrazia d'allora e l'antica, dal quale erompe la satira, non è che un'inconscia finezza del poeta animato da ben più nobile ira; Parini, avendo l'aria d'invocare la soldatesca virilità dei vecchi signori, richiama a un'altra virilità moderna senza nè ferocie tiranniche, nè privilegi micidiali. Un nuovo mondo, una più giovane coscienza si schiudono nei suoi versi. Il pedagogo che ammonisce e il poeta che deride sono del secolo di Rousseau; il sentimento religioso di Parini ricorda la teologia naturale del Vicario savoiardo; nello stridore della sua ironia borghese passano a volta a volta gli stessi fremiti che sollevano le migliori pagine delle Confessioni. Parini ignora forse Rousseau, ma il secolo congiunge le loro due opere riunendo in uno sforzo comune l'impeto delle loro due poesie. Il dolore delle ingiustizie sociali non turba a Parini nè l'equilibrio del pensiero, nè l'equaninimità del sentimento; quindi l'ironia colla quale flagella la società non è più quella del buon senso, scettica ed allegra come in Boccaccio e in Ariosto, ma un'ironia più profonda, tragica e profetica, che annunzia nella dissoluzione di un mondo decrepito l'alba di un mondo migliore. È l'ironia del senso morale. Fra poco il suo sibilo si muterà in bufera rivoluzionaria per spazzare tutta quella vecchia società, ma il poeta, percosso di terrore ed incapace di vedere il sereno fra gli squarci della tempesta, cesserà di cantare. Forse lo stesso implacabile disprezzo gli si muterà all'ultima ora in misericordia, quando il sangue dell'aristocrazia trucidata, colando per tutte le terre di Francia, susciterà in Italia un'arcadica demagogia scimmiottante negli abiti e nelle parole la terribilità della scena parigina. Allora Parini vecchio romperà il silenzio per scrivere a Silvia l'ode Sul vestire alla ghigliottina, lasciando incompiuto il poema del Giorno, nel quale aveva saputo rattenere per molti anni lo sdegno rivoluzionario.