Vittorio Alfieri.

Dove Parini aveva guardato, l'Alfieri si avventò: quegli aveva maneggiato lo scudiscio dell'ironia, questi si scaglia sulla vecchia società colla classica scure del littore romano.

Con terribile prontezza Alfieri vede e misura la nullaggine della società, dalla quale è nato, e la sua fibra gagliarda, il suo eletto orgoglio ne sono così ributtati che fugge viaggiando per l'Europa. È poeta e s'ignora, è tragico e si arrovella con se medesimo, ma l'Italia l'insegue dappertutto. L'infingardaggine e la vigliaccheria paesana irritano la sua attività contendendone ogni campo. L'izza del poeta diventa furore. Non ha frequentato le scuole, non conosce i classici, cerca una modernità, che sente e non sa ancora esprimere; è uomo nobile di nascita ed abborre l'aristocrazia, cerca uomini e non ne trova nemmeno nella borghesia e nel popolo. Tutte le idee francesi fermentano nel suo spirito, risvegliando il suo orgoglio italiano contro la Francia stessa. Finalmente un caso gli getta un Plutarco tra le mani, e gli eroi della antichità diventano i suoi contemporanei, gli uomini del suo spirito; un altro caso gli suggerisce di schizzare una scena tragica nella camera dell'amante ammalata; e il poeta, rivelandosi subitamente a se stesso, si scaglia sugli altri per trarli nel proprio mondo colla forza irrompente di un convertito e coll'albagia di un antico signore.

La sua tragedia è una battaglia della libertà contro la tirannia, della virtù contro il vizio, del genio contro la mediocrità, dello stato contro la chiesa. Non vi sono nè mezzi caratteri, nè figure di accompagnamento; vi si ama, ma non vi si veggono amanti; la scena è occupata dal tiranno e dal ribelle, aspri, enormi, inflessibili. Il verso stride come un ferro rovente nell'acqua, le parole squillano come mazze sugli scudi, la frase balena come una lama di pugnale. Non varietà di scena, non episodi, non dramma vero, non tragedia umana; ma una lotta di idee espresse da personaggi che paiono vivi, tanta è la vita che erompe da quelle idee: una battaglia di sentimenti con eroi che sembrano veri, tanto il loro unico sentimento è sincero. Nel teatro di Alfieri vi è già la libertà, ma non vi sono i liberi; la republica, non i republicani; il clero, non i sacerdoti. Il personaggio tipico non vi arriva alla suprema verità individuale, ma forse mai verità tipica fu più intensa.

Il pubblico, che accorre a queste tragedie, ne esce stordito. Quell'azione rapida, stringata, sopra una scena nuda, squallida, senza incidenti, con pochi personaggi, con una sola idea e una sola passione, gli è penetrata nell'anima come un ferro; Metastasio colle sue nenie, co' suoi vapori, colle sue decorazioni orientali, è superato. Quei pochi attori che sembrano ruggire invece di recitare, che mettono nelle proprie parole un'energia eccessiva anche per l'azione, che parlano seriamente di morire, e amano e odiano con così irresistibile furia, producono sulle immaginazioni deboli l'effetto di una evocazione. Nessun lenocinio, nessuna concessione in queste tragedie; nella loro nuova moralità il vizio è sempre vittorioso e la virtù sempre sacrificata; l'eroismo soccombe come il genio; la necessità della lotta, la gloria della sconfitta, lo stoicismo dell'olocausto, ecco la loro retorica.

Volendo essere il redentore d'Italia, Alfieri si getta al teatro, perchè solo con esso e per esso può giungere al pubblico. L'immunità della poesia salva le sue tragedie dalle repressioni dei governi. Le sue maledizioni che tuonano su tutte le corti, i suoi furori che esaltano tutte le plebi, le sue bestemmie che inseguono il clero persino nella chiesa, la sua modernità che lo obbliga a prendere le idee della Francia e a rinnegarla per conservarsi italiano, il suo classicismo che spezza tutte le vecchie maschere teatrali collo scoppio di parole e di sentimenti originali, il suo orgoglio di uomo che lo erge sprezzante in faccia a tutti i re, la sua alterezza di grande uomo che lo innalza sopra il popolo, la sua irrequietezza di poeta che lo costringe a ripetere senza rinnovarle le proprie tragedie, la sua passione per la Toscana che gli rivela il segreto della tradizione italiana, il suo amore burbero, lirico, tragico per l'Italia, l'asprezza del suo carattere e del suo genio, la spontaneità della sua natura stretta fra due mondi e nullameno capace di contenerli, gli danno una popolarità e una gloria senza raffronti in tutta la letteratura nazionale. Non lo si capisce bene, ma lo si segue: gli altri poeti ammutoliscono, e paiono come tanti veltri intorno ad un cinghiale. Alfieri è da solo un'altra Italia. Dalle sue collere, che sono uragani, verrà una fecondazione non prima conosciuta: le sue invettive si muteranno in tremuoti; la rapidità delle sue tragedie, che sembrano affrettarsi con feroce impazienza verso la catastrofe, accelererà la rivoluzione italiana.

Ma Alfieri non ne vedrà che l'inizio e non potrà intenderne il processo. Gli eccessi del Terrore francese gli rivolteranno la coscienza e gli ispireranno il Misogallo, ammirabile ed assurda reazione della personalità italiana contro la rivoluzione, dalla quale riceveva la vita; Napoleone non imporrà, colle proprie vittorie romane, rispetto alla protervia socratica del suo carattere sempre più alto di tutti gli avvenimenti e più puro del più puro fra i suoi personaggi. L'anima d'Alfieri, tempestosa come quella di Dante ma più nobile ed efficace a creare col proprio esempio una generazione di uomini nuovi, inizierà la terza epoca italiana. Come poeta ed artista Alfieri non vale certo nè Schiller, nè Goethe, suoi contemporanei; come uomo è il solo che possa rivaleggiare, sebbene da lui diversissimo, con Franklin. Questi è l'originalità e la gloria del carattere americano; quegli la modernità e la grandezza del carattere italiano: Franklin ha il buon senso sereno di un mondo che comincia; Alfieri il senso tragico di due mondi che si cozzano, sui quali fosco ed eroico si alza, urlando ai codardi che fuggono come ai vincenti che si sbandano, ai re che soccombono come ai tribuni che tradiscono, mentre con lirico oblìo di ogni proprio pericolo guarda la bandiera della libertà salire sempre più alto su monti di feriti e di morti.

Alla fine di questo periodo così attivamente riformatore nessuno stato italiano cova quindi una rivoluzione. Il principato cresciuto a regno nel Piemonte, nelle due Sicilie e nello stato pontificio ha esaurito la propria formula. Le vere differenze regionali sono pressochè scomparse: un medesimo dispotismo ha livellato i popoli della penisola, sciogliendoli dai legami della feudalità e del municipalismo; ma fra popolo e governo si è venuto scavando inavvertitamente un abisso. L'uno comanda e l'altro ubbidisce: la legge non congiunge libertà ed autorità, coscienza pubblica e coscienza privata sono antagoniste. Se la separazione doganale e politica isola ancora i popoli d'Italia, una stessa negazione significata dalla medesima indifferenza per i propri principati li affratella: tutti i migliori spiriti sono riformatori, i più alti sono inconsciamente rivoluzionari. Il patriottismo retorico del Machiavelli, dopo avere squillato nelle odi di tutti i poeti del seicento e del settecento, diventa vera poesia in Parini e in Alfieri. Si comincia a vedere una Italia intera al disotto e al disopra di tutti i suoi principati immobili nel mondo europeo; e poichè questi non possono più combattersi l'un l'altro per agglomerarsi in un corpo solo, son tutti egualmente inutili e tutti saranno rovesciati dall'imminente rivoluzione francese.

Gli animi sono sospesi, i governi disarmati, i popoli inermi, gli scienziati distratti, i filosofi silenziosi, gli statisti paralizzati: solamente i poeti cantano, ma la loro voce, come quella dell'alcione, annuncia la tempesta.

La tempesta scoppiò a Parigi.