LIBRO TERZO
LA DEMOCRAZIA MODERNA
Capitolo Primo.
Le repubbliche
Rivoluzione francese.
La grande rivoluzione agitante tutta l'Europa si svolse in Francia; nessuna dopo quella del cristianesimo fu più rapida, vasta e profonda: il mondo intero ne uscì rinnovato.
Essa negò la monarchia cristiana nella sua trinità di re, aristocrazia e religione per sostituirvi la sovranità popolare, il governo della borghesia e la superiorità della giustizia filosofica sulla giustizia cristiana. La sua passione era la libertà, le sue forze quelle dell'industrialismo contro il militarismo, il suo programma l'uguaglianza civile; il suo spirito era classico, il suo temperamento insubordinato. Appena comparsa sulla scena storica, entro le forme antiche dei parlamenti, le ruppe ed invase, rovesciando tutti gli ordini. Incalcolabili dolori, inesauribili speranze la spingevano. La monarchia borbonica, rappresentata dal meno cattivo e dal più inetto de' suoi re, scese al disotto del ridicolo e dell'infamia nella propria resistenza, trincerandosi entro la bigotteria cattolica ed invocando lo straniero. La plebe ruggì; sessanta mila banditi, prodotti dalle fiscalità incredibili dell'ultimo regime, accorsero in bande a Parigi e s'improvvisarono eroi, carnefici, popolo, pubblico, sovrano. L'aristocrazia o seguì nel tradimento di un volontario esilio la corte, o si chiuse nei propri castelli, o si buttò per nativa generosità o per tarda ipocrisia nella rivoluzione; e ovunque fu trucidata. Il clero, incredulo e corrotto, disparve quasi nella prima lotta per ricomparire più tardi coraggiosamente alla testa d'insurrezioni realiste e parricide; la borghesia vincitrice e vittoriosa fu travolta dallo stesso uragano che la portava a rovesciare tutto dinanzi a sè. La successione febbrile e fantastica delle forme politiche nella rivoluzione superò ogni tragedia, sgominando previsioni di sapienti, abilità di pratici, pretensioni di tribuni, combinazioni di partiti, intrepidezze di fanatici, disperazioni di deboli e di forti.
L'Europa, destandosi dal sogno arcadico delle riforme, allibì, e, improvvisamente pentita delle proprie idee, armò con senile imprevidenza tutte le antiche monarchie contro la rivoluzione francese. Il pericolo era imminente, ogni dinastia minacciata, tutto l'antico assetto politico sommosso. Ciascun'ora recava da Parigi annunzi di stragi: decapitati il re e la regina, nobili e preti passati a fil di spada, distrutti i castelli, incendiati i conventi, dichiarata la guerra a tutti i re, gridata libertà a tutti i popoli. I rivoluzionari apparivano sulla scena sinistri ed affascinanti, per sparire quasi istantaneamente, precipitati nel medesimo gorgo che inghiottiva l'aristocrazia, o troncati dalla stessa mannaia che aveva tagliata la testa del re. Luigi XVI, prima di essere giustiziato, aveva dovuto deporre il bilancio della monarchia innanzi alla convenzione come davanti ad una assemblea di creditori, che lo avessero condannato per fallimento doloso; aristocrazia e clero, commessi della regalità, avevano subìto le sorte del principale. Non più diritto divino, non più supremazie storiche di vincitori e di vinti stabilite nel medio evo, non più autorità di pontefici e di Dio confiscanti la terra a nome del cielo ed imperanti al pensiero col doppio mito della rivelazione e della risurrezione. La politica, che, rappresentando sino allora l'abilità dell'interesse regio sopra o contro l'interesse nazionale, aveva sempre pensato ed operato nel mistero, improvvisamente trascinata in piazza non è più che una discussione di tutti, nell'interesse di tutti, necessariamente tumultuosa, aggressiva, intrattabile in quell'ora suprema di delirio e di distruzione. Dio, disperso nei cieli, abbandona sulla terra i propri altari; la monarchia non trova giustificazione ai propri titoli, l'aristocrazia ai propri gradi, il clero alla propria autorità. La ragione trionfa, la scienza sovrasta, la filosofia si esalta, la politica delira. Nulla è più rispettato, perchè tutto deve essere ridiscusso; la demenza imperversa tra la foga irrefrenabile delle passioni necessarie all'immane sforzo di sconvolgere tutto il passato; la frenesia della libertà riproduce quindi l'insania del dispotismo; una distruzione maniaca seppellisce i guastatori sotto le rovine; uomini e partiti si dissolvono entro la trama sempre lacerata e sempre rammendata di un parlamentarismo, che imitazioni classiche ed estranee ordiscono e passioni nazionali ed istantanee stracciano.
La guerra civile avvampa prima che regii e preti l'attizzino; le coscienze violate urlano, martiri e carnefici lottano d'eroismo, il mondo atterrito e nauseato torce lo sguardo dall'instancabile carneficina, l'Europa si coalizza e si avventa sulla Francia per toglierle, liberando Luigi XVI, di compiere intera la rivoluzione. Senonchè la Francia, galvanizzata dal pericolo, illuminata dall'istinto, taglia la testa al proprio re e la gitta come una sfida all'Europa monarchica. La sfida è raccolta, ma la vittoria resta alla Francia. Esausta, senza denaro, lacerata dalle fazioni, smezzata dalla guerra civile, essa lancia nullameno un milione e mezzo di coscritti a tutte le frontiere; inesperienza e tradimenti di generali non la perdono; il genio e la passione riparano a tutto, trionfano di tutto. La storia si muta in poema, la tragedia sta per tramontare nell'epopea. Il popolo, che nella demenza delle prime ore ha massacrato quasi tutta l'aristocrazia della scienza e del patriziato, ne improvvisa un'altra di eroi, di generali, di ministri, che sconfiggono gli eserciti di Federico II, le diplomazie dell'Austria, i complotti di Roma, le macchinazioni dell'Inghilterra. Dal 1789 al 1796 la bufera rivoluzionaria non rallenta un minuto. La sua opera di distruzione è così rapida ed universale che nessun occhio può cogliere tra il polverio delle macerie l'originale fisonomia dell'epoca, che vi comincia: pare un guasto ed è una rinnovazione, un massacro ed è un olocausto, un delirio ed ogni colpo vi è infallibile, una passione ed è un'idea, una improvvisazione ed è un sistema, un sistema ed è un mondo.
L'America aveva cominciato poco prima coll'insurrezione degli Stati Uniti; l'Europa ricomincia colla rivoluzione della Francia. Bisogna quindi che una guerra trascini questa fuori dei propri confini: tutte le monarchie europee, rovesciate dalla rivoluzione francese, riveleranno nella caduta la propria vacuità, ma per risollevarsi dovranno tendere la mano ai popoli. Quando un popolo rialza un re, finisce di essergli suddito; appena il diritto divino patteggia col diritto umano, cessa di essere un diritto; quando un clero è costretto a discutere la propria religione, la fede in essa è già morta; allorchè spunta l'elettore, il monarca scompare. La sovranità è inscindibile. La formula conciliativa delle moderne costituzioni esprime, tentando coprirla, l'antitesi di un'idea nuova con una forma antica; ma ogni idea, presto o tardi, deve trovare di per sè la propria forma. Nessuna forma vuota ha mai potuto o potrà mai riprodurre la propria idea svanita: vi è generazione, non risurrezione: ogni corpo ha un'anima, nessun cadavere può rianimarsi.