Al rompere della rivoluzione francese, l'Italia vi è così poco preparata, che il Bertola (1787) nella prefazione della propria filosofia della storia dichiara che l'Europa non teme più rivoluzioni, e Pietro Verri, uno dei migliori, entusiasmato per le benigne intenzioni di Leopoldo II salito al trono d'Austria, consiglia a tutti di diventare buoni sudditi del nuovo monarca. A Pistoia e a Livorno sono scoppiati tali tumulti contro le riforme leopoldine da costringere il nuovo granduca Ferdinando III a sospenderne e a ritirarne alcune; a Napoli la prepotenza di Acton, Silio inglese di Messalina austriaca, fa dimenticare la benefica onnipotenza del Tanucci; Dutillot e Bogino, già caduti in disgrazia, si sono ritirati dalla politica.

Le armi della nazione scarseggiavano; pochi gli armati, e tra essi troppi stranieri. Il Piemonte manteneva ancora quindici castelli e trentacinque mila soldati; Genova, abbastanza bene fortificata, poco più di un migliaio e mezzo; altrettanti Modena, la metà di questi Parma, due centinaia Lucca, quattro mila la Toscana, cinque o sei mila il papa colle fortezze del Po, d'Ancona e di Civitavecchia; duemila stranieri, alcuni bastimenti, l'arsenale non assolutamente sprovvisto, Venezia. Acton a Napoli ringagliardiva con futile vanità il naviglio e riordinava l'esercito con istruttori francesi, licenziando gli svizzeri, restringendo in due reggimenti gli spagnuoli, i fiamminghi e gl'irlandesi, aggiungendo un battaglione di cacciatori albanesi al reggimento Reale Macedonia di greci. La Lombardia, forte per Mantova e Milano, non assoldava più di quattro mila uomini cerniti dagli ergastoli o ingaggiati. L'abisso, che separava il popolo dal governo, lo divideva pure dall'esercito. Quarantotto anni di pace avevano tolto da ogni memoria l'immagine della guerra, favorendo la putrefazione della coscienza pubblica.

L'antica Italia dei guelfi e dei ghibellini, così inesaustamente e terribilmente guerriera, non era certo riconoscibile in questa ultima Italia di cavalieri serventi e di eserciti inservibili, ove Ferdinando IV con cinica profezia poteva dire delle proprie milizie «scapperanno, scapperanno!».

Quindi la rivoluzione francese dagli stati generali con impetuoso e rapido crescendo arriva alla costituzione del 1791; il re spaventato fugge affrettando la catastrofe; ma scoperto a Varennes e ripreso, la sua causa è ormai separata da quella della rivoluzione. Le ostilità fra corte e rivoluzione rifiammeggiano, le plebi tumultuano. All'assemblea costituente, tosto disciolta, succede la legislativa tutta composta di membri nuovi; l'Europa freme, i popoli esultano, i re si alleano minacciosamente ed emanano il proclama insolente di Pillnitz. L'assemblea legislativa alla minaccia dell'invasione risponde imponendo agli emigrati di ritornare entro un anno in Francia sotto pena della confisca dei beni, e al clero il giuramento civico. La coscienza falsa e bigotta di Luigi XVI ricalcitra; la sua diplomazia, costretta a dichiarare la guerra a Francesco II d'Austria, che pretendeva si rendessero Avignone al papa e i diritti feudali ai principi tedeschi proprietari dell'Alsazia, tratta ancora segretamente con Vienna; alcuni rovesci all'aprirsi della campagna spargono nella nazione la paura del tradimento; finalmente il veto contro la deportazione dei preti, e il manifesto ingiurioso del duca di Brunswick, minacciante Parigi di un'esecuzione militare se fosse recato oltraggio alla famiglia reale, persuadono tutti che la corte è il nemico, il popolo insorge, invade le Tuileries, sforza le prigioni, massacra svizzeri, prigionieri, preti, aristocratici. Il delirio del sangue sale a tutte le teste, mentre l'entusiasmo patriottico infiamma tutti i cuori. Volontari accorrono sotto le bandiere da tutti gli angoli della Francia. Dumouriez, succeduto a Lafayette, batte i prussiani a Valmy (1792); Custine entra trionfante a Spira, a Worms, a Magonza, a Francoforte; Montesquieu occupa Chambéry, Anselme ghermisce Nizza al re di Savoia collegatosi all'Austria e alla Prussia contro la Francia.

Ma la rivoluzione vittoriosa alle frontiere raddoppia la propria vittoria all'interno e processa il re. La storia non aveva ancora avuto uguale giudizio; diritto divino e diritto umano, elettore e monarca sono di fronte: soccombe il re. La monarchia, uccisa nell'idea, non risorgerà che finzione di se medesima, sottomessa nel nuovo diritto costituzionale alla sovranità popolare. Quindi tutte le monarchie europee colpite al cuore da questa negazione del loro principio si coalizzano: Inghilterra. Spagna, Olanda s'aggiungono all'Austria, alla Prussia e al Piemonte contro la Francia. La convenzione superbamente eroica dichiara loro la guerra. Le prime armi sono infelici; la Vandea violata nella propria coscienza religiosa ed esasperata dalla decapitazione del re insorge. La guerra civile si mescola così alla guerra straniera, mentre la rivoluzione accampata a Parigi fra banditi indisciplinabili, plebi sanguinarie e partiti implacabili, senza denaro, senz'organizzazione, senza autorità, oppugnata dall'aristocrazia, combattuta dal clero, non abbastanza aiutata dalla borghesia, raddoppia il proprio eroismo, moltiplica il proprio genio, risponde colla morte alla morte, muta il massacro in governo, improvvisa quindici eserciti di centomila soldati ciascuno, arriva col trionfo della Montagna sulla Gironda all'esplicazione della propria formula finale. In questa vertigine di sangue la sua opera legislativa prosegue falsa nei metodi, violenta nelle forme, ma infallibile nei concetti. Tutto cede alla fatalità della sua idea. Mentre a Parigi i partiti trucidandosi l'un l'altro alzano una piramide di cadaveri, che gela l'Europa di orrore, gli eserciti republicani dissipano gli eserciti regi con una furia e una facilità di uragano. Pichegru e Jourdan battono gli austro-inglesi a Monseron e a Fleurus (1794): lo statolder fugge e gli stati generali proclamano la republica batava. Dumas, padre del grande romanziere, snida gli austro-sardi dai passi alpini del piccolo San Bernardo e del Cenisio; Dumerbin sconfigge i sardi a Saorgio e s'impadronisce di Savona; Dugommier ricacciati gli spagnuoli oltre i Pirenei, li prostra alla Montagna Nera in una battaglia di quattro giorni, nella quale muore vittorioso. Quindi Pérignon, suo successore, penetra nella Catalogna, e Moncey, sostituito a Mailer nei Pirenei occidentali, conquista la Biscaglia e l'Alava.

Il rombo di tante vittorie spaventa così Federico Guglielmo II di Prussia che, staccandolo dalla coalizione gli persuade la pace di Basilea, nella quale cede alla Francia il Reno per confine: quindi gli Elettori di Sassonia, di Annover e Assia Cassel, il granduca di Toscana e poco dopo la Spagna, seguendo il prudente esempio, riconoscono la republica francese.

Ma le due maggiori potenze dell'Austria e dell'Inghilterra, quantunque sconfitte in più battaglie, stanno pronte alla riscossa: l'Inghilterra tiene vittoriosa i mari, la Vandea eroicamente reazionaria si batte ancora per la corte vilmente raminga e per l'aristocrazia più vilmente agglomerata a Coblenza. A questo punto (1795) andò in vigore la costituzione dell'anno III, che affidava il potere legislativo a due consigli, i cinquecento e gli anziani, e l'esecutivo a un direttorio di cinque membri eletti dal corpo legislativo: dopo di che si riprese la guerra. Carnot, incomparabile organizzatore della vittoria, tracciò egli stesso il disegno per la campagna del 1796, secondo il quale i tre eserciti della Sambra e Mosa, del Reno e dell'Italia avrebbero dovuto prendere simultaneamente l'offensiva. Ma i due primi, guidati da Jourdan e Moreau, avendo commesso l'errore di avanzarsi sovra due linee parallele invece che convergenti, furono sconfitti dall'arciduca Carlo: il terzo scese in Italia con Napoleone Bonaparte, fanciullo come Annibale e forse il solo degno di essergli paragonato.

Condizioni della penisola.

Allo scoppio della rivoluzione francese esistevano in Italia quattro maniere di governo: quello austriaco nei ducati di Milano e di Mantova; la teocrazia negli stati romani; la republica medioevale a Venezia, a Genova, a Lucca e a San Marino; stavano ducati e regni indipendenti, la Toscana, Parma, Modena, le due Sicilie e il Piemonte. Nelle republiche il patriziato erasi insignorito del governo, identificandosi collo stato, ma fossilizzandosi nella più grottesca e vacua delle forme; la burocrazia austriaca fondata da Giuseppe II nella Lombardia vi contrastava a tutte le tradizioni feudali e clericali; Parma e Modena, ubbidiente agli impulsi borbonici francesi, si erano esaurite oppugnando le pretensioni di Roma; il movimento riformista delle due Sicilie e della Toscana, scendendo dall'alto attraverso capricci di sovrani e sapienza di ministri, aveva piuttosto sommosso che illuminato le coscienze, spostando molti interessi senza organizzarne alcuno. A Roma una falsa teocrazia, assalita e screditata in ogni parte, conservava nullameno costumi e idee medioevali: la sua legislazione si componeva ancora di ottantaquattromila leggi, la sua politica considerava Napoli, Milano, Genova, Parma e Modena come stati rivoluzionari, e vi prodigava ogni sorta di consigli e di richiami per eccitarvi una reazione religiosa. Il Piemonte, che negli ultimi due secoli era stato il regno più vivo d'Italia e nel quale sembrava prepararsi la nuova politica nazionale, arrestatosi improvvisamente, affettava pietà cattolica ed amore al feudalismo, mentre tutti gli altri stati battagliavano riformando contro Roma.

Nè governi, nè popoli erano dunque pronti a una rivoluzione: la coscienza degli uni era chiusa, quella degli altri vuota.