Al rombo della tempesta francese tutti i principi italiani sbigottirono: Pio VI propose un'alleanza sul genere di quella di Pillnitz, che naturalmente non potè essere stretta; Napoli stava imbronciata col papa per la chinea; Venezia temeva pel proprio commercio; l'Austria dubitava anche allora di ogni lega italiana; il duca di Modena, massaio volgare e vigliacco, preparava un grosso tesoro per fuggirsene; la Toscana, più aperta alle nuove idee, simpatizzava ingenuamente per la republica francese, e fu poi la prima a riconoscerla; il Piemonte, vano della propria antica capacità militare e più facilmente minacciato di ogni altro nella Savoia, davasi l'aria di armare. Vittorio Amedeo III, legato per molti matrimoni ai Borboni, aveva ospitato gli emigrati, mutando Torino in una fucina di contro-rivoluzione: quindi impazzando del proprio grado di re cristiano, aveva per le sollecitazioni dei preti, dei fuorusciti e del nuovo imperatore preso l'offensiva (1792). Ma i soldati piemontesi, imbozzacchiti dalla lunga pace e capitanati dalla più inetta aristocrazia di corte, si copersero di ridicolo, abbandonando più di una provincia in mano al nemico. Genova, dominata dai riguardi mercantili e timida di una alleanza così col Piemonte come coll'Austria, mentre vorrebbe restare neutrale, viene incalzata a decidersi dalle prepotenze inglesi, che assalgono sino nel suo porto le navi francesi; la Corsica, delirante per la nuova libertà concessale dalla republica francese, risogna l'antica indipendenza, e Pasquale Paoli, il suo eroe più puro, offusca tutta la propria vita coll'errore supremo di cedere l'isola all'Inghilterra per timore della volubile fede francese. Venezia ospita a Verona Luigi XVIII sempre inteso da lungi a miserabili congiure realiste, e lo caccia poi alla prima intimazione francese; Roma, in sulle prime riguardosa per paura dei furori rivoluzionari, ed esasperata poi dalle persecuzioni al clero, lancia scomuniche contro la republica francese, facendo trucidare dalla propria plebaglia Ugo Basville. A Napoli la reazione cominciata colla sostituzione dell'inglese Acton al toscano Tanucci prosegue con terribili forme inquisitoriali: la corte, resa crudele dalla paura e fanatica dall'odio, istituisce una giunta di stato con poteri esorbitanti; si accumulano prove su ventimila rei, sospetti su cinquantamila; le prime ingenue dimostrazioni liberali provocano esecuzioni; tre giovanetti esordiscono nel martirio. La regina Carolina delirante dichiara di stimare una spia meglio di un gentiluomo, i libri di Filangeri sono bruciati dal boia, re Ferdinando non esce più dalla propria colonia di San Leucio, sozzo lupanare nel quale intendeva forse riprodurre la Città del Sole di Campanella, che per segnare decreti di morte. La corte ricusa gli ambasciatori francesi; poi, atterrita dalla squadra dell'ammiraglio Latouche, li riceve, promette la neutralità e la viola alleandosi all'Inghilterra per assaltare Tolone. Intanto per far denari ruba gli argenti alle chiese, spoglia i banchi, ed improvvisa un esercito e un'armata relativamente enormi, ma di nessun valore. Ma poichè nel periodo del Terrore il re di Piemonte, per ribrezzo dei republicani, non osa allearsi coi lionesi e coi provenzali insorti a guerra civile, la republica, soffocati prontamente quei moti nel sangue, spinge Kellermann, abilmente impetuoso, nella Savoia; Ventimiglia ed Oneglia sono invase: altri francesi piombano dal Cenisio, Saorgio è espugnato, il colle di Tenda preso. Nullameno il Piemonte, decaduto dall'antico valore resiste colla vecchia pertinacia; e, cessato il Terrore, mentre Prussia e Spagna si compongono colla republica, esso dura alla guerra coll'alleanza dell'Austria. Quindi Scherer, spalleggiato vigorosamente da Massena e Serrurier, batte il generale Colli a Loano; l'Austria manda Beaulieu e la Francia contrappone Napoleone Bonaparte.

Discesa di Napoleone.

La guerra cresce istantaneamente. Napoleone, italiano, giovane e genio, muta improvvisamente strategia e tattica; questa perfeziona sull'esempio di Federico II, quella inventa colla prodigiosa facilità degli antichi condottieri. Vi è in lui del Nicolò Piccinino, ma raddoppiato da un ingegno politico che mira più alto e più lontano. Egli stesso s'ignora, ma, rivelandosi al mondo, si scopre a se medesimo. L'Austria sola è nemica della Francia: quindi colpirla con una guerra rapida, impetuosa ed irresistibile, ecco il suo disegno. Alla testa di trentasei mila uomini, laceri, scalzi, entusiasti, circondato da vecchi generali e da eroi ancora sconosciuti si dirupa sull'Italia. Vincitore a Montenotte, pel passo di Millesimo sbocca sul centro nemico, separa austriaci e piemontesi, si piega su questi; da Cherasco bandisce all'Italia il primo proclama di libertà e concede al re di Sardegna, tardi atterrito, un armistizio, pel quale s'impadronisce di quante fortezze gli occorrono. Secondo le idee del direttorio, la Lombardia doveva essere conquistata per ridarla all'Austria in cambio dei Paesi Bassi; ma Bonaparte accarezza già forse in mente altro pensiero. Quindi, appena quetato il Piemonte, perseguita Beaulieu, lo inganna, passa il Po a Piacenza, lo batte a Fombio, lo sgomina a Codogno, lo prostra a Lodi, lo ricaccia oltre il Mincio, ed entra a Milano. Parve un sogno ed era un risveglio. L'antica metropoli lombarda rivale di Roma risorgeva col vecchio antagonismo. Napoleone parlava di libertà, e sopprimeva la giunta di governo affidando l'amministrazione al municipio senza definirlo, ordinando guardie nazionali, permettendo tutte le speranze di una vita indipendente, vessando e taglieggiando peggio che per necessità di guerra. Le contraddizioni fra i modi di conquista e le dichiarazioni liberali esasperarono quindi gli umori reazionariamente patriottici; onde Pavia, insorgendo indarno, soccombe nell'atroce punizione di un saccheggio.

Ma Bonaparte infrancato dalla sosta incalza ancora Beaulieu sino al Tirolo: Venezia decrepitamente imbecille crede sfuggire al problema, che la urge, sottraendolo al consiglio, ed evitare la guerra chiudendosi in una neutralità disarmata. Ma tutti violano il suo territorio: Napoleone entra a Verona, cinge Mantova di assedio. Se non che questa fortezza essendo troppo ben munita per cedere ai primi assalti, egli con assennata temerità ripassa il Po, prende Ferrara, entra a Bologna, ove il senato risognando l'antica indipendenza municipale gli presta un giuramento equivoco, col quale vorrebbe sottrarsi al giogo pontificio. Il papa, prima così violento contro i francesi, ruina improvvisamente a patti umilianti, e si degrada sino a pubblicare un monitorio, immortale esempio di viltà, nel quale a nome della religione inculca a tutti i popoli di obbedire i loro reggitori quali si siano, mirando così ad ammansire i nuovi conquistatori francesi che occupavano tutta la fronte superiore de' suoi stati. Il duca di Modena, fuggito a Venezia, ha ceduto la città e pagato parte del proprio tesoro; a quello di Parma è stata concessa una tregua avvilente; la Toscana, incapace di difendersi, si abbassa sino a chiedere che Livorno le sia tolto piuttosto per la via di Pisa che per quella di Firenze; il re di Napoli, pazzo di terrore, consacra al cielo la propria corona, implora dai vescovi prediche guerriere, domanda ai sudditi di conservarsi tranquilli, e, disdicendo la propria alleanza coll'Austria, ottiene egli pure una tregua, che gli pare una vittoria.

Giammai nella storia italiana era stata più unanime codardia. Intanto, malgrado il desolante saccheggio di ogni tesoro artistico e scientifico avaramente e impudentemente organizzato da Napoleone, la fermentazione delle idee liberali procede a scoppi e a fumacchi: il contagio republicano s'appiglia a tutta l'Italia, l'inettitudine dei principi anima alla rivoluzione, la rilassatezza di ogni governo alla rivolta; volgo e feccia di ogni classe mestano e sbraveggiano; congiure regie e liberali s'attraversano; gli inglesi soffiano e pagano.

L'Austria, ancora non doma, rimanda Wurmser al soccorso di Mantova, ma anche questi, non meno facilmente sconfitto dal giovane capitano, riesce appena a gittarsi nella piazza per rimanervi assediato; Alvinczy, altro generalissimo sceso alla riscossa, è battuto definitivamente a Rivoli dopo molto armeggiare, e l'imprendibile fortezza deve arrendersi al genio di Napoleone.

Questa vittoria, cacciando gli austriaci dall'Italia, la sottometteva ai francesi. Poco dopo, Napoleone con marcia arditissima torna sull'Adige per assalire Vienna, troppo tardi e invano difesa dal migliore de' suoi generali, l'arciduca Carlo. Questi, sconfitto al Tagliamento e all'Isonzo, deve ritirarsi colle baionette alle reni; le alpi Noriche sono già di Bonaparte, ma il direttorio non può mandare l'esercito del Reno a congiungersi con quello d'Italia, e l'Austria per questa volta salvata accetta la pace di Leoben (1797), nella quale, cedendo Belgio e Lombardia alla Francia, acquista per tradimento di Napoleone la Venezia.

Costituzioni republicane.

All'apparire degli eserciti francesi la scena politica italiana muta improvvisamente di aspetto. Il dispotismo illuminato dei principi retrograda sulle vie delle riforme, mentre la corte romana, dianzi combattuta nel nome della libertà, viene vivamente invocata come appoggio supremo all'autorità pericolante. La borghesia colta accetta accademicamente le nuove idee, come sentendosi chiamata al governo, e s'improvvisa republicana; ovunque spuntano giacobini italiani più retori e infinitamente meno coraggiosi dei giacobini francesi; l'arcadia poetica risorge nell'arcadia politica; scoppiano declamazioni e congiure. Si parla di libertà e si prosegue ad aspettarla come un dono dalla Francia, che invece la gualcisce e la scema ogni giorno; mancano tradizione e coscienza politica. Tutto è gazzarra, improvvisazione, ladroneccio e plagio; i democratici riscaldano a freddo i furori rivoluzionari francesi, che già tendevano ad agghiacciarsi; gli aristocratici risognano una republica patrizia, nella quale conservare la stessa importanza con mutati privilegi; s'ordiscono sètte. Il patriottismo paesano, angusto ma sincero, offeso dalle rapine francesi, rigetta le nuove idee; la fede religiosa s'adonta della nuova tirannia atea; l'emancipazione francese assomiglia nelle apparenze alla servitù tedesca.

Ma attraverso tutte le contraddizioni il contagio della libertà si propaga: le idee francesi compensano i modi della dominazione francese, la costituzione delle nuove republiche italiane è tal fatto che, per quanto effimero ed incompiuto, rimescola tutti gli spiriti e crea una nuova generazione di uomini. A Milano e a Bologna si fondano due republiche, la cisalpina e la cispadana. Erasi da prima costituito un comitato per preparare la costituzione alla cisalpina; ma naturalmente il direttorio, imbevuto di classico spirito rivoluzionario e da conquistatore, impose la propria. Vi furono quindi quattro direttori e quattro congregazioni di costituzione, di giurisprudenza, di finanza e di guerra; un consiglio generale di 160 membri e uno degli anziani di 80. Però si ebbe un nome, una bandiera e un esercito; Bonaparte, come un condottiero antico, dettava e imperava. Nel Piemonte, ricaduto sotto il vassallaggio della Francia come ai tempi della Riforma, Carlo Emanuele IV, più nullo di Vittorio Amedeo III, subiva vessazioni ed ingiurie, reagendo con inutile stizza contro le congiure giacobine, che dissolvevano il suo governo: persino la Sardegna era insorta domandando gli Stamenti. La republica di Venezia, dopo aver agonizzato nella più supina codardia accettando anche di rimutare la propria costituzione dietro un ordine francese, aveva trovato nel tradimento di Napoleone, che l'abbandonava all'Austria in cambio della Lombardia dichiarata indipendente e del Belgio ceduto alla Francia, un motivo drammatico col quale rendere decente la propria morte. Dieci giorni dopo soccombeva l'aristocrazia di Genova, che, sostenuta sulle prime dalla plebe, non aveva poi saputo opporre alle truppe francesi se non pochi tumulti a Polcevera e ad Albaro. Poco appresso una sommossa scoppiata a Roma, nella quale rimase ucciso il generale francese Duphot, decise della caduta del papato. Questo aveva già rinnegato ogni verità assoluta delle proprie pretese, cedendo nel trattato di Tolentino (1797) il contado Venesino alla Francia, e alla Cispadana Ferrara, Bologna e la Romagna; il papa atterrito era inutilmente disceso dalle altezze medioevali della scomunica alle piaggerie del monitorio, destreggiandosi colla viltà di vani espedienti fra le strette della rivoluzione. Quindi il generale Berthier dietro ordini del direttorio marciava su Roma, ove, penetrato senza colpo ferire, si stanziava al Quirinale, piantando sul Campidoglio l'albero della libertà ed imponendo al papa di abdicare. Ma questi, vinto e prigioniero come re, ricusa improvvisamente come pontefice di rinunciare al regno, di cui è depositario; laonde, cacciatone, migra a Siena per andare a morire a Valenza dimenticato nel trambusto dell'epopea napoleonica. Una republica romana, sonora e vacua, di forme antiche e senza vita moderna, risorge dopo migliaia di anni fra le rovine del Foro e il silenzio del Vaticano come fantastica decorazione carnevalesca, che basta nullameno a surrogare l'inutilità di un regno papale. Il suo fatto storicamente enorme passa quindi inosservato: appena Vienna e Napoli se ne querelano, e i trasteverini per vanagloria offesa di borgo privilegiato tumultuano. Ma per convincere tutti che il papato non ha più fede nel proprio regno politico, ecco giungere l'enciclica di Pio VI sul nuovo giuramento da prestarsi a Roma di odio alla monarchia secondo la classica e declamatoria formula rivoluzionaria, e spiegare con ingenua sottigliezza come un cristiano, non dovendo odiare nessun governo, possa però giurare soggezione alla republica. L'enciclica sciogliendo così i sudditi dal giuramento di fedeltà al papa dava più che l'abdicazione ricusata non avesse potuto impedire.