Intanto re Ferdinando di Napoli, sollecitato dalla rovina delle finanze proprie e del regno nel mantenere su piede di guerra sessanta mila inutili soldati, e dalle istanze dei reazionari che lo circondano, urge Piemonte e Toscana perchè si uniscano con lui per abbattere la Francia. Napoleone, terrore epico e fantastico di tutti i principi italiani, è in Egitto, terra della morte: le sabbie del deserto hanno paralizzato lo slancio del suo esercito e ne saranno forse il sudario. Quindi Ferdinando, incuorato da promesse austriache e russe, chiama Mack alla testa del proprio esercito, e marcia su Roma. Championnet, sbandato negli accantonamenti d'inverno, non può vietargli l'ingresso: Ferdinando entra come un trionfatore nella città eterna, vi richiama il papa, e dall'alto del Campidoglio con voce di coniglio proclama all'Europa «che i re sono svegliati». Ma i nuovi crociati saccheggiano il Vaticano, indi fuggono col re prudentemente travestito dinanzi a Championnet pronto alla riscossa. Questi li perseguita, li sgomina, giunge per le campagne sollevate a furore regio e religioso dai preti sotto le mura di Napoli. Allora la corte, spogliati ladramente musei e banchi, fugge sul naviglio di Nelson in Sicilia, ove la popolazione, ingenuamente retriva e sempre nemica di Napoli per tradizione autonoma, li accoglie festosamente. L'anarchia insanguina Napoli assediata: la plebaglia incitata dai preti e fervida d'entusiasmo resiste all'invasione francese; la borghesia culta e fanatica di libertà arriva invece sino al tradimento patteggiando con Championnet: deliri e carneficine disonorano la difesa dei lazzaroni, che improvvisano un governo e un esercito con Michele lo Pazzo, nuovo e più eroico Masaniello. Ma la guerra civili fra rivoluzionari e regii apre le porte di Napoli a Championnet, che, affermandosi napoletano con scaltrezza politica, e dando una guardia d'onore a San Gennaro, seda prontamente gli umori feroci della plebe.

L'improvvisazione delle republiche cisalpina, cispadana e romana diventa a Napoli esplosione. Il popolo vi si mescola per l'abolizione di poche gabelle: si sciolgono subito i fidecommessi, i dominii feudali, le giurisdizioni e il satellizio baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli nobiliari; si correggono le banche. La republica partenopea, in questo maggiore delle altre, si dà una costituzione per la maggior parte opera di Mario Pagano, nella quale qualche cosa è salvata all'originalità paesana dalla imitazione francese; ma invece di sviluppare quanto restava di vitale nelle vecchie leggi e tradizioni, tutto viene abbandonato a chimere classiche. Si ristabiliscono i censori e gli efori, confondendo il principio di sovranità con quello di rappresentanza; si astrae da ogni realtà storica, si dimentica ogni immediata convenienza.

Il governo vi è poco più di un'accademia di retori e di filosofi sognanti e sottilizzanti all'infinito sui principii; ma vi brillano caratteri di splendore lirico e di purezza adamantina. Le feste vi si succedono colla rapidità delle leggi, mentre nè città nè campagne intendono nulla a questa republica; gli usi e le clientele feudali e clericali vi rimangono fiorenti, la barbarie irritata dall'antitesi del classicismo rivoluzionario sta per prorompere, gli interessi violentemente spostati si coalizzano e preparano armi omicide. Giammai più magico sogno ebbe più tragico risveglio, nè più miti e sereni rivoluzionari apparvero sulla scena storica per sparire nel turbine di una catastrofe. La republica partenopea pare un melodramma scritto per una accademia e invece recitato pel popolo da una compagnia di poeti e di scienziati. Solo forse fra tutti Melchiorre Delfico, che vi partecipò, seppe scriverne una critica mirabile di acutezza e di buon senso.

Ma intanto il direttorio, appesantendo la mano sulla republica partenopea, vi leva una contribuzione di ottanta milioni; indi spedisce Faypoult commissario contro Championnet, troppo mite, al quale finisce per sostituire Macdonald, precipitando il governo nella tristissima condizione di essere odiato dagli aristocratici, maledetto dal clero, biasimato dai democratici, oppresso dagli stranieri, con troppa libertà formale e troppo poca indipendenza politica, senza nè disciplina di partito, nè consenso di popolo, in faccia alla Sicilia fanaticamente reazionaria e aiutata da tutti i nemici della Francia. Ma questa, come consapevole dell'imminente reazione, affrettando l'unificazione dispotico-rivoluzionaria di tutta la penisola, aveva già costretto re Carlo Emanuele IV, assalito quasi contemporaneamente da sommosse giacobine e dalle republiche genovese e cisalpina, a cedere prima la cittadella di Torino, quindi ad abdicare. Re Carlo, meno abbietto ma non meno vile di re Ferdinando, dopo inutili ed umilianti querele aveva consentito l'abdicazione, consegnando prigioniero il suo ultimo ministro Priocca, feroce quanto onesto reazionario, e comandando persino ai piemontesi di ubbidire al nuovo governo. Poi giunto in Sardegna, fuori del tiro del cannone francese, ritirava la data abdicazione siccome impostagli dalla violenza, quasi che un re per timore della morte potesse abdicare in mani straniere senza consenso di popolo. Così sembrava allora finire ignobilmente la dinastia dei Savoia, guerriera e crudele, più fortunata nella duplicità che potente nelle armi; mentre il granduca Ferdinando III di Toscana, costretto dai medesimi procedimenti rivoluzionari a dimettersi senza avere nel trambusto disonorato il proprio governo con vane e sanguinarie reazioni, partiva da Firenze altero come un gentiluomo, e ricusando persino di portare seco una cassetta dei camei appartenenti al museo. Per una di quelle antitesi, che danno così spesso alla storia la vivacità di una commedia, il migliore dei principi italiani, il solo capace d'imporre rispetto ai giacobini coll'aristocratica nobiltà del carattere e coll'onesta intelligenza di governo era allora un austriaco! Lucca nei medesimi giorni era tolta alla propria decrepita aristocrazia dal generale Serrurier, e mutata in republica sovra il solito modello.

L'apparente risultato di questa prima rivoluzione era quindi di stabilire in Italia il governo democratico: tutti gli stati vi diventavano republicani. Dell'antica Italia dei municipi, delle signorie, dei principati, dei regni non restava più nulla.

Assetto rivoluzionario.

Un'altra èra incominciava. Milano a capo della rivoluzione era la capitale della cisalpina, che, fusa colla cispadana, comprendeva tutta la Lombardia austriaca coi ducati di Mantova, Modena e Massa, con Bergamo, Brescia, Crema, la Valtellina, le tre legazioni di Bologna, Ferrara, e dell'Emilia sino a Pesaro; Venezia, diventata provincia tedesca, aveva lasciato ai turchi e ai russi le sue ultime provincie ionie; il Piemonte si era volontariamente annesso alla Francia; Firenze, Roma, Napoli, Lucca saggiavano la propria republica. Ma nessuna era più stato nè possedeva vero governo. Un'antitesi irriducibile stava in fondo a questa rivoluzione, che dava la libertà e toglieva l'indipendenza, emancipava la coscienza e sopprimeva la personalità politica. Invano la cisalpina, avendo ottenuto un riconoscimento ufficiale dalla Francia, riceveva ambasciatori da tutta l'Italia, dalla Spagna e persino dal pontefice, cui aveva tolto parecchie provincie; il rifiuto dell'Austria a riconoscerla, perchè sottomessa alla Francia e difesa da un corpo francese di occupazione, svelava l'assoluta nullità della sua forma politica. Infatti appena fondata e riconosciuta, Trouvé giungendovi con mandato del direttorio ne rimutava la costituzione a forma più aristocratica, cacciando colle baionette i deputati dal consiglio; poi il generale Brune e Fouché la rimaneggiavano ancora nominando e destituendo.

La rivoluzione non era ancora che nelle idee, e così torbida che i migliori cervelli ne ammalavano. Tutta la storia e la tradizione italiana parevano dimenticate: si viveva nel sogno, nell'entusiasmo e nella cabala. I furbi arruffavano, i generosi s'infiammavano e s'impermalivano. Il popolo per tre secoli, sino dall'epoca delle grosse signorie, divezzato dal governo, non aveva nè concetti, nè carattere politico; l'inazione della lunga servitù e la passione della superstizione religiosa lo avevano paralizzato. L'improvvisazione confondeva tutti. Congegni amministrativi e municipali andavano rotti: impossibile rinsaldarli ai nuovi per ottenere il necessario giuoco meccanico. Le Provincie sconosciute l'una all'altra; nessun fatto comune fra loro se non questa conquista francese assurda nel suo dono della libertà, tirannica nell'imposizione della costituzione, spogliatrice per contribuzioni e rapine, labile e contraddittoria in tutti i provvedimenti. Non una città, un principio, una famiglia, un uomo che servisse di unità. Il popolo inetto ed inerte, al quale i preti solo potevano soffiare nell'orecchio parole capaci di farlo prorompere contro i francesi, come a Verona, a Lugo, a Pavia, in Piemonte, nel Napoletano; l'aristocrazia composta ancora di cicisbei e di cavalieri serventi, e solo spasimante di vanità e di privilegi; la borghesia chiusa nell'angustia dei propri negozi, o sbalestrata fuori di se medesima dal tumulto delle idee rivoluzionarie, senza nè ideali precisi, nè pratica alcuna di governo. Non si aveva nè il concetto della federazione, nè quello dell'unità; l'abitudine della servitù secolare toglieva l'idea e il carattere dell'indipendenza, mostrando nei francesi dei nuovi signori. Infatti il Piemonte, dopo un supremo tentativo del suo re per ottenere dal direttorio ingrandimenti in Lombardia, secondo la vecchia politica di Savoia, si era annesso alla Francia, e la cisalpina sfiduciata di se medesima stipulava col direttorio che ventimila francesi stanzierebbero sempre nella Lombardia per difenderla. Di libertà si declamava con fervore comico e sincero, con frasi classiche e giacobine, senza intendere nulla nè dei principii, nè degli ordini: v'era smania di emanciparsi dagli ultimi legami medioevali e dal dispotismo dei principi e dei papi, ma come per trarre l'ultima conseguenza del grande periodo anteriore delle riforme. I patrioti erano partigiani della Francia, i reazionari per contraccolpo difendevano la nazionalità; i liberali volevano la tirannide rivoluzionaria; i conservatori rievocavano il vecchio dispotismo colla prepotenza del suo ordine, nel quale le plebi godevano della più comoda e profittevole anarchia.

Quindi il problema italico non fu discusso in nessuna republica italiana. Milano non pose davvero la propria candidatura a capitale della confederazione o dell'unità. Roma non riapparve colla magia della sua eterna gloria, e malgrado la propria rivoluzione rimase sempre nel concetto di tutti come la città del pontefice; di Napoli lontana si parlava come di stato straniero; la Toscana gentile e quieta sembrò fra tanto frastuono affettare la compostezza. L'idea, il principio, l'unità nuova dell'Italia erano a Parigi; la negazione degli stati italiani anteriori non produceva novelle affermazioni: non si pensava all'indomani, alla catastrofe che potrebbe ingoiare tutti quei governi provvisori; non si proponevano leghe difensive, non si coordinavano armi e finanze. La cisalpina aveva un esercito proprio, ma ordinato da istruttori francesi e appartenente alla Francia.

Tranne la Sicilia e la Sardegna, rimaste fedeli ai loro re per gelosa rivalità di autonomia, nessuno degli stati e dei governi italiani aveva saputo trovare all'ultim'ora un sentimento o una idea per difendersi. Erano dunque finiti anche prima. Ma nulla di originale sorgeva dalle rovine.