Effervescenza dell'opinione.
Il fermento rivoluzionario cresceva.
Tutta l'Europa era corsa da fremiti di rivolta: in Francia l'ibrida monarchia di Luigi Filippo, logora da oltre quindici anni di corruzione e senza base nella coscienza del paese, era ridotta alla vita precaria dei propri ministeri; la democrazia accresciuta di tutte le forze del socialismo, che dalla gloria di un'ammirabile letteratura passava intrepidamente alla tragedia dell'azione, l'assaliva da ogni parte rivelandone con implacabile critica la perfidia delle trame e l'inanità delle idee. In Germania il lavoro della ricostituzione nazionale, avviluppato nel panneggiamento di troppi sistemi storici e filosofici, si veniva sbrogliando coll'aiuto delle idee francesi più terribilmente logiche e chiare. L'Austria, rappresentante dell'assolutismo e del più eteroclito impero europeo, veniva quotidianamente assalita dalla democrazia tedesca nel nome della nazionalità e della libertà, mentre la Prussia, incapace di comprendere ancora la propria missione storica, si vedeva al tempo stesso blandita e oppugnata dai rivoluzionari a seconda del loro metodo costituzionale o giacobino. La Polonia scuoteva tratto tratto le proprie catene con impeti disperati; l'Ungheria ligia alla propria aristocrazia magiara resisteva con minacciosa energia alla depressione uguagliatrice della burocrazia viennese, che mirava a stringere l'unità dell'impero schiacciandovi tutte le differenze etnografiche e nazionali; l'Italia, terra mista e campo aperto a tutte le idee più disparate, si sollevava con fede improvvisa verso un trionfo indefinibile che avrebbe dovuto risolvere miracolosamente tutti i suoi centenari problemi.
Le riforme concesse dopo il 1814, come espediente di governo per combattere la rivoluzione, sembravano ad un tratto divenute l'unico ideale dei popoli. L'indipendenza dallo straniero, nella quale si accordava ogni partito, era una tregua convenuta fra governo e rivoluzione nell'inconfutabile coscienza d'una necessità comune, una specie di campo chiuso al valore di tutti i combattenti e sventolante gioiosamente delle più varie bandiere. Il concetto di patria, così chiaro nella letteratura nazionale degli ultimi 30 anni e nullameno ancora così torbido nella coscienza delle masse, si effondeva improvvisamente come una poesia irresistibile nelle parole di tutti: non si ciarlava, non si cantava, non si ballava più che per l'Italia. Il sentimento nazionale educato dalla lunga opposizione all'Austria aveva finalmente conquistato la coscienza di se medesimo; nessuno osava più essere apertamente austriacante, poichè la logica del pensiero e l'onorabilità del carattere se ne sarebbero offese. Comunque l'Italia fosse infelice od oppressa, anzi per questo medesimo, bisognava essere italiani: l'orgoglio nazionale ridesto dal valore spiegato nei libri e nelle congiure degli ultimi tempi, osava finalmente riaffacciarsi alla storia. L'Italia ignota persino a se medesima nel secolo passato, poi invasa dallo strepito della rivoluzione francese come un immenso dormitorio, nel quale tutto un popolo d'infermi e di poveri sonnecchiava nell'ozio e nella fame, quindi riordinata violentemente a caserma dal primo impero, ridivenuta albergo dei propri principi fuggiti e degli antichi padroni stranieri nella ristorazione del '15, era adesso una terra inerme che parlava di armi, piena di dotti e di poeti, di congiurati e di politicanti, con una aristocrazia stretta intorno ai troni come per difenderli dalle estranie influenze, con una borghesia destatasi all'immenso moto europeo e confusamente conscia che ogni fatto futuro sarebbe per lei una conquista, con un popolo al quale il rombo delle idee e le frequenti percosse della polizia avevano messo l'orgasmo della ribellione contro l'autorità senza giustizia e senza carattere nazionale.
La necessità delle riforme, accresciuta tuttodì dall'esame delle condizioni politiche ma abbellita dalla improvvisa giocondità di un accordo fra popoli e governi, non presentava ancora nulla di troppo pericoloso; non si minacciavano più i principi; le classi non si astiavano più fra loro, una specie di benevolenza, metà ingenua e metà perfida, addormentava le diffidenze degl'interessi e le ripugnanze dei principii. Si capiva e si diceva che le riforme avrebbero condotto alle costituzioni, ma questa parola non molto meglio determinata delle altre non palesava ancora tutto il proprio contenuto rivoluzionario. L'aristocrazia sperava di conservarvi quasi tutti i vecchi privilegi, la borghesia di guadagnarvi parecchi diritti colla doppia forza del censo e della coltura, il popolo di liberarvisi da molte angherie. I veri rivoluzionari, ostinati nell'unità e nella republica, venivano giudicati alla stregua degli incorreggibili sanfedisti ed austriacanti: ogni regione d'Italia si accingeva al rinnovamento conservando nella vanità inevitabile della nuova opera le vecchie superbie delle autonomie. L'unità della patria, così bene affermata dalla letteratura, diventava unione nell'idea politica d'allora: si parlava di dieta, di lega doganale, di statuti uniformi; era una risurrezione medioevale che lasciava a Roma il papato, come se la rivoluzione e l'impero francese non l'avessero due volte soppresso, e tutte le antiche capitali nel loro storico antagonismo. Palermo risognava di emanciparsi da Napoli pur conservandone la dinastia, Genova vaneggiava contro Torino nei ricordi dell'antica repubblica, Firenze rimuginava i propri secolari disegni d'ingrandimento contro i ducati limitrofi, il Piemonte mirava al Lombardo-Veneto come a preda troppo lungamente agognata, mentre Milano rammentava, con palpiti superbi di donna, la sua ultima gloria di capitale del regno italico, e Venezia, isolata nel silenzio delle lagune, fantasticava la libertà dinanzi alla gloria immortale dei propri monumenti.
Era un idillio politico. Nessuna di quelle terribili passioni che covano le vere rivoluzioni, trapelava dalla scompostezza del nuovo moto: non fede religiosa, giacchè in Italia fu sempre scarsa, e il papato non fece che diminuirla e la religione cattolica era piuttosto ostile che favorevole ad ogni forma di rivoluzione italiana: non tradizione regia, capace di difendere le centenarie dinastie contro disegni giacobini e prepotenze imperiali; non odio al principato, disonoratosi nell'ultimo secolo con ogni bassezza morale e politica; non amore alla repubblica, che non fu mai italiana; non orgoglio di libertà, della quale era mistero il significato moderno; ma una irritazione prodotta dalla politica austriaca ed austriacante, e una velleità d'emancipazione che facesse senz'altre fatiche rifiorire il benessere materiale paesano. E il moto non era solamente federale per tradizione ma per un sottinteso ipocrita che, giudicandolo meno osteggiato così dai principi che dall'Austria, lo sperava più facile: forse quest'ultima, preoccupata da altre necessità interne, lo avrebbe lasciato passare e la rivoluzione si sarebbe svolta come una festa. Poi il caso o la fortuna d'Europa avrebbero aiutato.
Si desiderava da suddito diventare cittadino, ma si aspettava questo da una concessione generosa di principe; si sarebbe voluta l'espulsione dell'Austria, ma si ripugnava alla coscrizione, alle enormi spese e agli immensi disastri, che una guerra nazionale avrebbe costato. Idea e passione politica non erano limpide ed ardenti che nei pochi rivoluzionari: il grosso partito riformista non aveva come tale nè l'una nè l'altra, e non pensava ai problemi della nazionalità, della sovranità e del papato; sottomesso ai principi non vedeva in loro un principio ma un buon espediente contro l'avvento rivoluzionario del popolo; imbevuto di cattolicismo non ammetteva libertà religiosa, e ripugnava all'unità specialmente per terrore superstizioso di Roma; nemico dell'Austria, non la odiava abbastanza da accettare contro di essa una qualunque rivoluzione.
A quella federale, che si veniva preparando, dovevano quindi mancare l'idea, il sentimento e lo scopo. Se l'antica federazione aveva significato l'individualizzarsi dei comuni nella disgregazione dell'impero, ed era stata invincibile come tutti i progressi, la nuova dopo la rivoluzione francese, che tende a costituire i popoli prima per nazioni e poscia per razze, non avrebbe avuto altro significato che di un esperimento rivoluzionario, nel quale l'Italia liquidasse il proprio passato. Mentre i moti del '21 e del '31 erano stati egoisticamente regionali, l'imminente rivoluzione del '48, svolgendosi federalmente con concessioni di statuti e lega di principi e una egemonia del pontefice, doveva essere la loro inevitabile conclusione. Così svanirebbero tutte le resistenze del mondo storico; e l'Italia, ricredutasi nell'inutilità di questo sforzo supremo, al quale era inconsciamente spinta dallo spirito moderno, aprirebbe il proprio terzo periodo storico della nazionalità.
Nulla mancherà dunque dell'antica Italia in quest'ultima rivoluzione federale. Una stessa illusione vi accorderà tutti i partiti, costringendoli a fallare nel processo dell'azione rivoluzionaria perchè, meglio fusi da una sconfitta comune, si trovino nella necessità di ritentare più tardi una vera rivoluzione. Tutte le monarchie costrette a concedere lo stesso statuto, avanzandosi sul ponte infido del costituzionalismo verso la democrazia popolare, faranno la loro ultima riprova, ma quella solamente fra esse che saprà resistere all'esperimento costituzionale, avrà un avvenire. Naturalmente ciò dipenderà meno dalla sincerità del loro carattere in tutte egualmente ostile al riconoscimento della sovranità popolare, che dall'ambiente politico nel quale si compierà l'esperienza: quindi fra i due grossi regni napoletano e piemontese, intorno ai quali potrà agglomerarsi l'Italia futura, il vantaggio sarà per quest'ultimo.
Ma poichè l'imminente rivoluzione federale dovrà esaurire le secolari forme storiche d'Italia, il suo impulso apparente verrà dal papato. L'Italia, tentando rinnovarsi nella modernità, non poteva essere che neoguelfa e riassumersi entro la più antica delle proprie istituzioni con uno sforzo d'unione senza unità e di nazione senza individualità. Dacchè l'impero francese sfasciandosi l'aveva lasciata ricadere nel passato più povera e più divisa da interessi inconciliabilmente rivali, solo la grandezza del papato, assicurandole una primazia cattolica, le dava ancora una ideale unità. Quindi basterebbe al papa il cenno più lieve ed ambiguo di riscossa perchè a tutti sembrasse più chiaro d'ogni più esplicita affermazione. Qualunque parola di Roma parrebbe contenere un programma, ogni sua promessa sembrerebbe maggiore dello stesso fatto compiuto. L'effervescenza classica, la superstizione religiosa, l'antica fede, l'immutata soggezione, galvanizzate dall'indefinibile senso rivoluzionario del secolo, si condenserebbero intorno al papato per spingerlo inconsapevole ed inconsapevolmente sulla via della rivoluzione: si vorrebbe con esso una crociata politica, gli si domanderebbero come molti anni addietro benedizioni ed anatemi miracolosi, gli s'imporrebbe di costringere Dio alla complicità di combinazioni diplomatiche che nessuna scienza di stato o volgare prudenza d'individuo potrebbe approvare. Il papato, idealmente ucciso dalla rivoluzione francese, oscillerebbe quindi sotto la pressione del pubblico sentimento, compiendo di suicidarsi coll'accordare una costituzione inconciliabile colla propria essenza, finchè, di cosmopolita fatto italiano e costretto a tradire l'uno e l'altro carattere, finirebbe abrogato da una republica romana, assurda ed effimera quanto la stessa rivoluzione federale.