Solo la teorica mazziniana, dichiarando inseparabili la libertà e l'indipendenza, l'unità e la republica, era rigorosamente logica, ma appunto per questo merito sistematico non si prestava ad una immediata applicazione, mentre la storia a somiglianza della vita procede destreggiandosi fra antitesi apparentemente inconciliabili e traendo spesso dalla morte e dall'assurdo le proprie forze più vive. Contro i mazziniani, ultimi e più originali fra i giacobini, sorsero gli scrittori riformisti a tentare la conciliazione dei contrasti nazionali, fortificando coll'illusione d'incredibili sistemi il fiacco liberalismo della maggioranza.

Fondamento dei nuovi scrittori furono l'autorità papale e il diritto regio: la loro argomentazione derivò tutta dal passato, la loro rettorica dal romanticismo. Alcuni come il Gioberti ingigantirono il problema entro una visione sinteticamente poetica; altri come il D'Azeglio lo distrussero in un'analisi frammentaria: si dissero pratici in confronto ai mazziniani e nessuno di essi ebbe il senso della realtà, non compresero il popolo e svisarono i principii, per concludere nullameno a maturare la rivoluzione spingendo la nazione alla prova di una libertà statutaria e di una guerra federale contro l'Austria.

Anzitutto il giovamento della loro opera fu appunto nel combattere le teoriche rivoluzionarie, che spaventavano il senno volgare delle masse. Per essi si potè cominciare ad essere liberali senza compromettersi in rischi mortali di congiure, a separarsi dalla vita dei più. La classe aristocratica e la media, condannate dalla teorica mazziniana, che s'indirizzava schiettamente al popolo, riconoscendo in lui solo la fonte di tutti i diritti, si riconciliarono alla causa della libertà: i dissidi regionali, ancora così appassionati, si calmarono nell'illusione di un accordo federale che rispettasse tutte le vecchie autonomie, la religione accarezzata come fondamento della libertà si rasserenò lasciando a nudo il fanatismo reazionario del clero che parve tristo anche ai più indulgenti. Non si minacciarono più i principi, ma s'intese a persuaderli: si propose loro di essere più grandi, più liberi, più uniti ai loro popoli, confederati contro lo straniero, guidati da Roma nella santa crociata. Gioberti esule scriveva nel Primato un mostruoso poema politico intercalato di ditirambi, sonoro ed abbagliante: in esso l'Italia schiava diventava la nazione delle nazioni, e per una terza volta il centro della storia. Il papato, incomparabile ed immortale originalità della storia, doveva compiere il miracolo di una terza risurrezione italica; il papato che aveva rovesciato l'impero romano, guidato il medio evo, resistito a tutti gli scismi, trionfato della rivoluzione francese, assicurava l'avvenire d'Italia. I tempi erano maturi; l'Europa non poteva procedere oltre senza l'Italia: il papato era la stella polare della storia. Il libro si diffuse come un contagio, inebriò come una musica. Tutti gli elementi della reazione cattolica si addensarono in un partito guelfo, che l'erudizione storica venne a rinfiancare di antichi argomenti: la monarchia, rappresentante nel proprio maggiore significato l'antico mondo coi privilegi e le differenze di classe, rifulse anch'essa come un principio; l'ordine sociale non si comprese più al di fuori della monarchia e della gerarchia di classe, la rivoluzione parve sacrilegio mentre le riforme esprimevano lo svolgersi lento ed armonico del processo sociale. Quindi il popolo avrebbe partecipato al loro beneficio non alla loro opera: questa doveva esser fatica e merito delle classi colte. Non si pensava a guerra, si sperava nell'indipendenza cansando il problema militare e sognando combinazioni diplomatiche al tempo stesso favorevoli e difficili come quelle del lotto.

Cesare Balbo, letterato guelfo, storico e politico reazionario, si cacciò nell'arduo tema col celebre libro su Le Speranze d'Italia. Se Gioberti aveva delirato sul papato, Balbo vaneggiò sulla monarchia: nell'Italia non vide che il Piemonte, nella storia che il passato, evitò tutti i problemi dell'indipendenza, della libertà, della sovranità nazionale, dell'unità e della federazione, limitandosi a predicare ai popoli l'obbedienza e ad insegnare come scopo politico la consolidazione di tutti i governucoli peninsulari, guardando al papato come alla legge suprema d'Italia, e sperando che l'Austria coll'impossessarsi di una parte della Turchia potrebbe cedere graziosamente al Piemonte il Lombardo-Veneto. Intanto bisognava abborrire la rivoluzione, disciplinarsi e credere esclusivamente nella monarchia, qualunque ne fosse il sovrano. Più tardi nelle Lettere politiche inculcò il liberalismo moderato con volo più basso di fantasia politica, ma con più servilità di propositi e non meno torbida intuizione della realtà. Anzi le sue lettere alla vigilia dell'azione raggiunsero lo scopo opposto inasprendo il dissidio dei partiti, quantunque il Montanelli, benevolo spirito liberale, agile nei maneggi ma non resistente di fibra e sempre incerto nell'idee, corresse in aiuto, proclamando una specie di tregua finchè lo straniero non fosse cacciato d'Italia.

Più chiaro apparve il Durando nel libro sulla Nazionalità Italiana, dichiarando che il solo principio unificatore d'Italia era nel principato e il rigeneratore nella libertà, proponendo così una lega sincera fra popoli e principi per costituire la nazione in due regni della regione eridanica sotto casa Savoia, e del mezzogiorno sotto i Borboni. Roma col proprio Stato resterebbe al papa, gli altri principi spodestati troverebbero compensi nelle isole e nella Savoia. Ma questa divisione troppo facile veniva nullameno oppugnata dall'anonimo lombardo, che nei Pensieri sull'Italia dichiarava incompatibile coll'indipendenza italiana la sovranità temporale del papa, e opera vana ogni tentativo di riforma su questa. Quindi consigliava la formazione di tre regni: il primo col Piemonte, il Lombardo-Veneto e Parma con Torino residenza della corte e Milano sede del congresso nazionale; il secondo colla Toscana, Modena e lo Stato pontificio avrebbe Firenze per sede del principe e Bologna per quella del congresso; il terzo con Napoli sede del sovrano e Palermo sede del congresso. Roma città libera resterebbe al pontefice sotto la protezione dei tre sovrani. Uno statuto uniforme e una lega doganale dovevano stringere i tre regni. Altri, come il Galeotti nel libro della Sovranità temporale, erano invece d'avviso che a riformare gli Stati pontifici bastasse il richiamo delle antiche leggi e principalmente dei capitoli di Eugenio IV; Gino Capponi nelle Attuali condizioni della Romagna non dubitava nemmeno della necessità del governo temporale e si limitava ad augurare migliorie e riforme; il D'Azeglio nel celebre opuscolo sui Casi di Romagna, dopo una critica calma dell'orribile sgoverno di quelle provincie, concludeva poveramente a consigliare maggior pazienza ai sudditi e minore durezza al sovrano, non sospettando nemmeno che lo scopo dell'imminente rivoluzione nello Stato pontificio sarebbe appunto la doppia proclamazione della repubblica romana e dell'abolizione del potere temporale.

In tanti disegni nessuna idea chiara o proposta concreta. Nè il problema dell'indipendenza, nè quello della libertà erano posti nei loro veri termini. Se il concetto della federazione fosse stato organico avrebbe prima rampollato nelle corti che nel popolo, atteggiando diversamente la loro politica: invece corti e popoli erano così divisi dal sentimento inconscio della rivoluzione che la federazione proposta doveva risolversi in un agguato per entrambi. Se l'idea della libertà fosse stata cosciente nei popoli e nei principi, la loro doppia politica non si sarebbe svolta in così triste antagonismo e le costituzioni sarebbero state invocate e concesse con uguale sincerità e col magnanimo proposito di combattere l'Austria; ma la libertà era invece odio pei rivoluzionari, ribellione pei governi, peccato pei preti, disordini per la plebe, martirio pei pochi generosi che la ritentavano ogni giorno in tragedie isolate. E di libertà seguitava a fremere la letteratura coi drammi del Niccolini e colle satire del Giusti fra l'imbroglio di transazioni assurde e di combinazioni impossibili, di reticenze perfide e di sottintesi indicibili, mentre Mazzini sempre terribilmente limpido guidava il battaglione sacro delle idee e delle poche forze rivoluzionarie su per l'erta di una nuova epoca storica.

LIBRO QUINTO
L'ULTIMA RIVOLUZIONE FEDERALE

Capitolo Primo.
I prodromi