Pochi mesi dopo i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, ritentando la stessa impresa, perivano nella più magnanima tragedia del risorgimento.

Figli di quell'ammiraglio, che nel 1831 catturava la nave dei rivoluzionari fuggenti da Ancona a Corfù, i due fratelli, uffiziali della marina austriaca a Venezia, prima tentarono con mirabile accordo di animi di spingere i compagni a ribellarsi; quindi, entrati in corrispondenza con Mazzini, vi si compromisero coraggiosamente sperando nel fermento rivoluzionario, che allora sollevava inutilmente tutta la penisola. Ma sospettati e costretti a salvarsi fuggirono a Corfù. Di là ricusarono il perdono, resistendo eroicamente alle preghiere della madre, si ostinarono contro i consigli di Mazzini, che fiaccato dalle disillusioni dell'esilio non osava accettare il loro olocausto di una spedizione nelle Calabrie. Nicola Ricciotti, uomo per l'adamantina semplicità dell'anima degno di Plutarco, mandato a dissuaderli si strinse ad essi; Domenico Moro e pochi altri li seguirono. Mancavano i denari, le polizie braccheggiavano, il governo inglese, questa volta peggiore d'ogni altro, tradiva il segreto delle proprie poste rivelando ai Borboni e all'Austria le lettere dei proscritti a Mazzini. Le spie formicolavano a Corfù: un Boccheciampe còrso, nipote di quelli che iniziarono la sanguinaria reazione di Ruffo nelle Calabrie, si mise traditore nell'impresa. I cospiratori non erano più di venti e speravano di sollevare tutta l'Italia!

Sbarcati a Cotrone, e tosto denunciati dal Boccheciampe, sono catturati dal popolo medesimo insorto contro di essi: tradotti prigionieri a Cosenza e giudicati sommariamente, rispondono e muoiono con epica serenità. Ma il popolo nel quale avevano sperato, se da ultimo si pentì di averli imprigionati e li rimpianse morti, non si accinse per allora a vendicarli. L'impresa aveva conchiuso ad un sacrificio, che il tradimento da un lato e una impossibile ingenuità dall'altra resero sublime.

Il governo borbonico accrebbe la propria infamia coll'eccidio dei generosi, dei quali più tardi nella reazione del 1848 profanò le ossa mescolandole a quelle dei giustiziati volgari: la rivoluzione si giovò del martirio, che infiammando tutti i cuori, li predispose ai pericoli di una imminente riscossa.

Alle vinte sollevazioni napoletane seguivano infatti altri moti romagnoli (1845). La robusta fibra del popolo e il suo spirito ribelle prevalsero ancora una volta alla prudenza dei più fra i molti congiurati. L'arresto di un Galletti e di un Montecchi, perpetrato dal governo, parve provocazione: le condanne della commissione militare mandata a Ravenna dal cardinale Massimi ruppero col terrore gl'indugi, precipitando una mano di patriotti dietro Pietro Renzi, che occupò Rimini e ne disarmò il presidio. Ma i nuovi ribelli erano così poco rivoluzionari che si affrettarono a pubblicare un manifesto dettato dal Farini nello stile classicamente pedante della scuola letteraria romagnola, col quale si riconosceva il diritto divino del pontefice e s'invocavano solo alcune riforme amministrative dal suo cuore di re e di padre. Fortunatamente poco dopo Aurelio Saffi, allora giovanissimo e sconosciuto, dettava con due canonici commissari di riforme una fiera protesta, che, affermando l'unità d'Italia, manteneva l'onore romagnolo compromesso dal manifesto del Farini. Naturalmente la sollevazione abortì: falsa nell'idea e nel processo, non fu intesa dalle popolazioni, spiacque ai veri rivoluzionari, sbigottì inutilmente la grassa borghesia. Pietro Renzi riparato con altri fuorusciti in Toscana fu poi dal granduca con ignobile tradimento consegnato al governo pontificio.

Quest'ultimo tentativo romagnolo, così erroneo nel concetto e povero nel risultato, rivelò lo stato della coscienza politica nella maggior parte di coloro che di politica si occupavano.

I riformisti.

Se la predicazione profondamente rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini aveva nell'intelletto nazionale diradato le nebbie delle vecchie dottrine scolastiche, traendolo quasi a forza nell'idea del proprio secolo, la coscienza politica d'Italia non aveva potuto accordarvisi. Troppo era il peso della tradizione autoritaria e debole il fondamento morale del carattere perchè, accogliendo nel pensiero l'austerità eroica della nuova dottrina, i più sapessero trasmutarla in sentimento per discendere con essa all'azione. Mentre la letteratura echeggiava di fanfare guerresche, e i congressi scientifici moltiplicati a pretesto simulavano assemblee nazionali, e le congiure insistenti addestravano il coraggio a rischi di morte con una coreografia troppo spesso insanguinata, l'immensa maggioranza della nazione vi assisteva come ad uno spettacolo, nel quale il fulgore della poesia non toglieva di sentire la fragilità della trama. Si odiavano i governi, ma se ne riveriva ancora l'autorità; si chiedevano riforme, ma non s'intendeva una rivoluzione che spostando i termini della storia collocasse la sovranità dai principi nel popolo; si temeva che sguinzagliando questo nella rivoluzione si avessero a ripetere le atroci scene del '93 rese ornai famigliari da ogni forma di racconto e di critica. La reazione cattolica signoreggiava ancora quasi tutti gli spiriti, l'immane potenza militare dell'Austria li prostrava. Se i frequenti martirii dei giovani più animosi rinvigorivano con nuova passione le anime migliori, sbigottivano invece la massa, traendola a conclusioni malinconicamente assennate sull'inutilità di tragedie individuali in un problema, che tutta Italia era inetta a risolvere. Avarizie e codardie si coprivano quindi di questa prosaica assennatezza, servendosi della stessa altrui disperazione eroica per rifiutarsi nell'ignavia di una vita solleticata da tutte le lussurie della servitù. Quindi la voce fatidica di Mazzini passava su quelle coscienze sonnolente, irritandole senza destarle: la tragica magnanimità della sua vita e la stoica semplicità della sua predicazione erano con abile ipocrisia trattate di paradosso e di gloriola. Si rinfacciava al grande esule di spingere a mortali sacrifici, stando al sicuro in Londra. Lo si accusava di ambizione dittatoria, di assassinio sistematico, di demenza rivoluzionaria. Non si voleva intenderlo perchè intendendolo si sarebbe dovuto agire contro ogni prudenza egoistica nell'interesse supremo della patria.

Quindi sorsero altre voci ad accarezzare la debolezza nazionale, giustificandola colle tristi condizioni del presente. Rifiutati i principii fondamentali della rivoluzione francese e pigliando le mosse dallo stato attuale d'Italia, parecchi scrittori formularono i voti e le speranze della nazione in assurdi sistemi, che parvero allora miracoli di senno. Il problema nazionale era duplice, indipendenza dallo straniero e libertà interna; ma ambedue questi termini si sdoppiavano in una serie infinita di altri, moltiplicando le difficoltà per ognuno di essi sino all'impossibilità di una qualunque soluzione. Il problema dell'indipendenza imperniato sull'Austria traeva seco la guerra civile contro tutti i principi italiani, giacchè nessuno di essi avrebbe osato combattere l'Austria per timore di restare poi preda della rivoluzione. Una confederazione tra essi era egualmente impossibile, mentre il papato ligio a Vienna e fanatico di assolutismo non vi avrebbe convenuto, e il napoletano remoto e compatto sotto i Borboni non avrebbe nulla a guadagnarvi, e gli Stati centrali, grossi feudi austriaci rosi da gelosie intestine, vi avrebbero ripugnato: solo il Piemonte, ingordo del Lombardo-Veneto, vi avrebbe forse aderito, ma appunto per questo sospetto da tutti gli altri sarebbe stato respinto. Poi le corti essendo tutte egualmente reazionarie, una lega fra esse non sarebbe stata che conseguenza dell'idea rivoluzionaria; ma allora, mutando i consigli principeschi con uomini nuovi, scelti fra i liberali, il problema della libertà interna veniva improvvisamente a tempestare in quello dell'indipendenza dallo straniero. Fra popoli e governi non correva fiducia. Per combattere l'Austria si sarebbe dovuto armare il popolo, ma nessun governo lo avrebbe osato, perchè solo la parte rivoluzionaria era battagliera e si sarebbe servita delle armi per tentare l'unità e la libertà della patria. Finalmente dietro l'Austria stava l'Europa monarchica vigile ed ostile ad ogni mena di rivoluzione, terribilmente armata e pronta a qualunque eccesso.

Il problema dell'indipendenza era dunque insolubile. Quello della libertà presentava difficoltà anche più profonde. La libertà, fuori dei termini della rivoluzione francese che consacrava la sovranità nazionale ed individuale, era un non senso: circoscritta alle concessioni dei principi non avrebbe conciliato loro la fede del popolo, nè soddisfatto alcun vero bisogno di questo. D'altronde le riforme avrebbero dovuto chiamare al potere uomini popolari, proponendo così il quesito della loro elezione: ora ogni elezione implica il quesito del diritto elettorale, nel quale risiede tutta la sovranità; chiamati dal principe non avrebbero rappresentato il popolo; mandati da questo avrebbero annullato il diritto regio. Un inevitabile conflitto sarebbe scoppiato fra i due poteri, e la rivoluzione procrastinata dalle riforme si sarebbe servita di esse medesime per scoppiare più prontamente.