Roma rimaneva immobile: il suo governo dopo aver resistito alle influenze diplomatiche, che gli consigliavano nel celebre Memorandum le più miti ed urgenti riforme, reagiva ancora con Gregorio XVI. Il nobile tentativo di Lamennais per riconciliare in una nuova interpretazione il papato colla libertà e ridare così a Roma un'altra signoria cattolica, fallì contro la durezza del pontefice, il quale non vi scorse che una eresia. Quindi il partito liberale-religioso si scompaginò in sul formarsi. Roma rimaneva come uno scoglio alto sul mare agitato della storia. Il suo governo si ricompendiava nell'aristocrazia dei prelati, invariabile, inaccessibile, impeccabile: essi soli disimpegnavano tutte le funzioni; il clero minuto delle parrocchie, imbozzacchito nelle abitudini sedentarie di una cura senza pericoli e senza poesia, non conservava valore. La corte era come nel secolo XV: lo stesso fasto, la stessa etichetta, le stesse spese, la stessa amministrazione; ma le entrate erano troppo diminuite restringendosi a quelle del piccolo Stato. Idee politiche, scientifiche, religiose, erano in Roma reazionarie: nel 1828 il cardinale Giustiniani vescovo d'Imola condannava ancora i bestemmiatori alla perforazione della lingua, accordando dieci anni d'indulgenza ai loro delatori; nel 1834 l'inquisizione di Forlì condannava la negromanzia, l'astrologia, le cerimonie maomettane e pagane e la madre che offre il suo seno ad un lattante ebreo; il cardinale Cavalchini aveva restituito la tortura nei tribunali, il Consalvi l'aveva soppressa, poco più tardi il Pacca la surrogava col cavalletto. Certo i costumi fatti più miti e la pubblica opinione impedivano o limitavano in gran parte l'applicazione di tali idee, ma corte e governo pontificio non vi avevano ancora rinunciato.

Intanto con lo scemare delle rendite religiose a Roma crebbero naturalmente le esazioni sul popolo: ogni cardinale menava treno di re, ogni prelato affettava ricchezza ed importanza di principe. L'alta nobiltà romana orgogliosa della propria tradizione oligarchica si mostrava reverente al papato come ad istituzione, dalla quale riconosceva gradi, privilegi ed immunità di ogni sorta: qualunque grossa famiglia principesca era come uno Stato nello Stato che dominava comuni e talvolta intere provincie; ma nessuna virtù o sapere brillava in questa aristocrazia, che, drappeggiandosi nella storia di Roma, guardava dall'alto in basso tutti i patriziati d'Europa. Quella minore delle provincie, contendendo di primazia col clero ed essendo in maggior contatto col popolo e colla borghesia, facilmente liberaleggiava, inebriata nella gloriola di capitanare i cospiratori e di ottenere chi sa quale importanza paesana. Poca in Roma la borghesia indipendente per stato, e questa non ligia al governo, ma il resto erano clienti, impiegati, servitori prelatizi trafficanti di abusi; la curia servile e pettegola; nulla l'industria e il commercio; senza fede, senza carattere, tutti. Artigiani e popolo erano più devoti al pontefice che al principe, alteri del nome romano, ignavi, rissosi, inetti all'armi e al lavoro. Migliori d'assai i popolani delle provincie si mescolavano alle sètte, e scaltriti e resi ardimentosi dal contrabbando promettevano e mantennero poi audacie di guerra. I contadini quietavano dappertutto, devoti superstiziosamente al papa, brutali ma rispettosi al sacerdozio, scontenti delle tasse troppo grevi, incapaci, nonchè di comprendere, di bramare miglior governo. Il clero minore della capitale e delle provincie, rozzo ed indotto, mormorava degli abusi romani piuttosto per invidia di povertà che per sdegno di coscienza: rilassato nei costumi, inetto a sentire la poesia della propria missione e a prevedere la tempesta del proprio tempo. Il clero straniero, carezzato a Roma, peggiore di ogni altro, più turpe di passioni, fervido di intrighi, ignobile di propositi, ribaldo nella prepotenza. E in mezzo a questo clero qualche teologo solitario agitato dal dramma, che dopo Lamennais doveva travolgere Gioberti affaticando quanti pensatori fossero allora di cose divine, o qualche curato che schiettezza d'indole e salda bontà di carattere traevano inconsciamente a simpatizzare coi cospiratori nella speranza d'un meglio per la patria e pel popolo.

L'organismo politico era quale un'aristocrazia e un governo di prelati avevano potuto comporlo: nel comune, centro delle famiglie e delle proprietà, il governo stesso nominava prima i consiglieri cernendoli dai ceti dei nobili, dei possidenti, dei dotti e capi di arte; poi i gonfalonieri, i priori e gli anziani alle permanenti magistrature municipali. Nella stessa guisa venivano eletti i consiglieri provinciali scegliendone prima gli elettori: naturalmente candidati ed eletti erano sempre dell'opinione del governo. Questo accollò alle provincie e ai comuni le sue stesse spese maggiori, come strade, canali, porti di mare; e comuni e provincie subirono. Il governo non governava. In ogni distretto vi erano governatori laici, carica mista di questore e di sottoprefetto, che dipendevano dal prelato reggente la provincia; la polizia era massima funzione politica, ma quella segreta del clero contrastava e sovrastava a quella palese del governo; non garanzie pei sospettati, non difese per gli accusati. I tribunali erano così complicati e strani, che riesce difficile spiegarne evidentemente il meccanismo: la Sacra Rota ne era come la cassazione suprema, ma più spesso fungeva da accademia giuridica; la Sacra Consulta era il massimo tribunale criminale e politico; l'una e l'altra avevano procedure arbitrarie e si componevano esclusivamente di prelati. Poi un tribunale minore collegiale per ogni capoluogo, che giudicava di materie civili e criminali, ma in quelle erano permessi i dibattimenti, in queste no. Il tribunale della Sacra Inquisizione e del Santo Uffizio, mantenuti nella terribilità scenica dei tempi andati, vigilavano, inquisivano, incarceravano, condannavano segretamente ed inappellabilmente in materia di dogma e di fede: nullameno, per la rilassatezza del costume religioso, non era più che uno spauracchio e un luogo comune per la rettorica rivoluzionaria. Alla passione religiosa Roma aveva sostituito da un pezzo quella politica. Gli altri tribunali ecclesiastici mantenevano ai chierici il privilegio di fòro, mentre lo toglievano in parte ai laici colla polizia dei costumi e della religione.

Il Sacro Collegio dei cardinali era una specie di senato con voto consultivo, la prelatura uno stato maggiore politico, dal quale uscivano governatori e diplomatici, grossi impiegati e grossi giudici; le finanze erano governate da un prelato tesoriere insindacabile. L'ultima amministrazione del Tosti sotto Gregorio XVI fu un vero disastro per l'incredibile sua incapacità finanziaria: vi si contrasse persino un prestito col Rothschild al 65%; l'erario ne rimase quasi deserto, orribili disordini straricchirono molti furbi per usure, appalti e monopolii. Le tasse si aggravarono e la miseria peggiorò. Il contrabbando annullava i dazi, i barattieri scemavano le rendite. Nessuna nozione di scienza economica, nessuna statistica: le tasse quasi tutte sulla proprietà immobiliare, maggioraschi e conventi stagnanti nel moto agricolo già troppo contrastato; assoluta mancanza di codici, disuguaglianza dei cittadini nella legge, il governo chiuso ad essi, ovunque immunità e privilegi, la giustizia indefinibile, l'istruzione peggio che nulla nelle scuole e contesa ai privati colla proibizione dei libri; la milizia composta di stranieri mercenari o reclutata in bande facinorose di sanfedisti; ogni carriera ostacolata, la censura assurdamente severa sulla stampa, la polizia arbitra di tutti, commissioni militari in permanenza, vietata ogni associazione, a migliaia gli esigliati, gli ammoniti, i condannati politici; la vita morale depressa, quella politica negata, nel pensiero combattuta, nell'azione impedita ovunque e sempre. Da un canto il clero, dall'altro il popolo: non Stato e non governo, ma un dominio di prelati sopra una gente senza passato, senza presente e senza avvenire, mentre su Roma lontana stava il papa, re e demiurgo, onnipotente nella religione e prepotente sulla legge.

Allorchè Gregorio XVI scomunicò i polacchi morenti con disperato eroismo contro i russi, l'infamia dell'atto fu tale che anche le più timorate coscienze cattoliche ne rimasero offese; nullameno, quando più tardi a Roma rimproverò lo czar delle persecuzioni alla chiesa cattolica polacca, e non era che un battibecco fra due pontefici, tutti scordarono la perfidia di quella prima scomunica e la continuata viltà della diplomazia papale colla corte di Russia per non ammirare che un nuovo Leone davanti ad un altro Attila.

I fratelli Bandiera.

Intanto che la politica italiana del papato si restringeva coll'Austria, e per influsso di questa al cardinale Bernetti succedeva nel segretariato il Lambruschini, nel 1837 scoppiava il colera, e nel 1838, essendo ministro di Francia il Molé, i francesi si ritirarono da Ancona e gli austriaci dalle legazioni con molta allegrezza del popolo. Così cessava pure in Bologna il commissariato generale di contaminata memoria per opera dei cardinali Albani, Spinola e Brignole: i nuovi subentrati al governo parvero giustamente miti nel confronto. Laonde ne ringagliardirono d'animo i cospiratori, che, sollecitati dalle voci di grandi preparativi di rivolta nel regno delle due Sicilie, si accinsero a nuove imprese; Mazzini esule spronava cogli scritti e cogli emissari; a Bologna un comitato della Giovane Italia era all'avanguardia del moto spingendo i restii. Una passeggiata falsamente trionfale del pontefice attraverso le provincie pontificie, ma evitando le Romagne, parve nuovo segno di paura nel governo. Al solito i cospiratori correvano da uno Stato all'altro, sciupando tempo ed energia senza concludere a nulla. Le popolazioni attendevano fra svogliate e curiose: la polizia vigilava. Livio Zambeccari, ardito figlio dell'arditissimo aeronauta, aveva corso il Napoletano deludendo ogni vigilanza per concordare un moto generale, e ne era ritornato con grandi promesse. La Romagna doveva dare l'esempio, ma la trama fu scoperta anzi tempo. Quindi un medico Muratori, gettatosi all'Appennino con piccola squadra per tentare una sollevazione, dovette presto riparare in Toscana e di là in Francia; un Ribotti, ritornato con falso nome dalle guerre spagnuole ove s'era coperto di gloria, arrischiò una seconda impresa con grossa mano d'armati verso Imola, ma fu costretto a sbandarsi presso Ancona. Il governo implacabile nella repressione condannò venti dei cospiratori a morte: nullameno la sentenza non fu eseguita che sopra sette: e i maggiori capi avevano potuto mettersi in salvo.

Per tagliare un'altra radice alle speranze liberali, il governo (1843-44) comprò mediante nuovi debiti tutti i beni dell'appannaggio, che il figlio di Beauharnais conservava nello Stato pontificio: così veniva a mancare nel principe l'occasione di favorire i ribelli e in questi la fisima di costituirlo re dell'Italia centrale.

Alle sommosse romagnuole seguivano le napoletane. Prima era stata Aquila a ribellarsi contro il proprio governatore militare, un ribaldo delle bande di Ruffo, e a gridare: Costituzione e libertà! Soffocato ad Aquila nel sangue, poco appresso il tumulto scoppiò a Cosenza. Questa volta era provocato dalla congrega centrale di Napoli, nella quale sedevano fra gli altri Carlo Poerio e Francesco Bozzelli; ma al solito la congiura era stata fiutata dalla polizia. Vi furono ritardi ed equivoci fra i cospiratori, due bande di essi scontrandosi di notte si combatterono, la popolazione non si mosse, le truppe regie trionfarono dopo breve combattimento, nel quale Salfi, uno dei capi ribelli, morì; gli altri fuggirono.

Un ordine del governo, comunicato per telegrafo ai giudici della commissione militare, impose che degli arrestati si fucilassero non meno di sei e non più di nove: e fu eseguito. A Napoli intanto venivano imprigionati i maggiorenti della congrega centrale, ma il dualismo scoppiato fra il marchese di Pietracatella, ministro dell'interno, e il Del Carretto, ministro della polizia, li salvò.