Sui confini del Piemonte l'Austria, potenza eminentemente conservatrice, accettava i progressi materiali del tempo senza confessarli e vietandone ogni discussione. Il suo governo era burocraticamente un modello a paragone di tutti gli altri d'Italia, ma, per quanto vago di centralizzazione amministrativa, non pretendeva all'uniformità e rispettava molti costumi ed usi locali. In esso l'imperatore era tutto e la polizia unico mezzo; si provvedeva sempre per decreto imperiale; il popolo non poteva chiedere che per suppliche; i diritti civili chiaramente definiti e conservati incolumi, quelli politici non riconosciuti che dal codice criminale che li colpiva tutti con procedure arbitrarie e pene feroci. L'antico ordinamento municipale sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie ma ridotto a mera burocrazia, funzionava con robusta regolarità, senza permettere mai alla vita paesana di rivelarvisi nell'originalità dei propri bisogni. Milano, nuova capitale austriaca in Italia, brillava d'ingegni piuttosto trascurati che malmenati dal governo: la censura vi era meno stupida che altrove, florido il commercio dei libri esteri, frequenti i congressi scientifici, abbastanza viva l'istruzione, i gesuiti ammessi ma sottomessi al clero ed al governo; nessuna eccezione di fòro o influenza di sagrestia. Il paese naturalmente florido prosperava materialmente sotto un governo che, conculcando ogni ispirazione nazionale, favoriva per sapiente egoismo d'economia politica lo sviluppo delle ricchezze e il perfezionamento dell'amministrazione: così la Lombardia vantava casse di risparmio, associazioni industriali e commerciali, eccellenti strade, buone norme idrauliche e forestali, mentre gli altri Stati d'Italia, all'infuori della Toscana, soffrivano ancora nell'antica incuria. Se le prime società ferroviarie nel 1837 vi fallirono, la colpa fu meno del governo austriaco che delle gelosie municipali.

Venezia invece, malgrado la sistemazione della sua laguna colla diga di Malamocco e l'ampliazione de' Murazzi, soccombeva alla concorrenza di Trieste diventata fatalmente il miglior scalo austriaco pel commercio orientale.

Se Francesco I a Lubiana aveva detto: «voglio sudditi obbedienti e non cittadini illuminati», il suo motto trasformato in programma politico era stato applicato nel Lombardo-Veneto col massimo rigore. L'eccessiva perfezione burocratica menava dritto all'automatismo: non si volevano nè originalità nè varietà, nè libertà di sorta, quindi si surrogava il sistema italiano di peso, misura e monetazione col tedesco, s'imponeva al commercio di trattare coll'impero rinunziando ai propri sbocchi naturali colle altre nazioni, e vi si creava così un esercito di contrabbandieri maggiore di quello dei doganieri. Si teneva la chiesa sottoposta come i comuni, al punto che parroci e vescovi, nominati sopra informazioni della polizia, non potevano comunicare con Roma senza il visto di un impiegato provinciale. Nella coscrizione invece di costituire corpi italiani s'incorporavano le reclute nei reggimenti tedeschi disseminandole a tutte le estremità dell'impero, ma concedendo la surrogazione per denaro: con questo l'Austria evitava di addestrare contro se stessa un esercito italiano, e l'Italia cansava il disonore d'essere tiranneggiata da forze proprie.

Morto Francesco I (1835), suo figlio Ferdinando salendo al trono concesse un'amnistia così insolita nelle abitudini del governo che in parte vi rimase impedita. Nullameno quando il nuovo imperatore venne a farsi coronare in Milano, vi furono grandi feste con tale concorso e vivezza di popolo che stupirono gli stranieri credenti nel patriottismo italiano, ed umiliarono i pochi grandi spiriti eroicamente votati alla resurrezione della patria. Ma il popolo minuto e la plebe delle campagne, anzichè essere allora ostili all'Austria, dovevano molti anni dopo la grande guerra del 1859 meravigliare Garibaldi di non poter trarre dalla bocca di un villano nessuna informazione sul nemico, mentre gli austriaci apprendevano subito dai contadini tutte le sue.

A Napoli invece le condizioni erano più tristi.

Le lustre di bonomia e di buon governo fatte dal nuovo re Ferdinando II durarono ben poco: il suo riordinamento dell'esercito, non essendo che vanità di principe e non mirando a scopo italiano, divenne un aggravio assurdo per le finanze e scisse ancora maggiormente il paese già troppo lacerato da tradizioni e idee antagoniste. Re Ferdinando non vide nell'esercito che una guardia contro il popolo, e quindi badò a separarnelo con privilegi: i soldati furono molti, bene armati, abbastanza ben addestrati, ma senza spirito nè militare, nè patriottico. La riforma finanziaria, provocata in lui da istinto avaro e annunciata clamorosamente colla rinunzia ai 360 mila ducati, che il padre percepiva a titolo di borsa privata per le elemosine, e colla tassa sugli stipendi degli alti impiegati che giungeva fino al cinquanta per cento, non ebbe nè criteri scientifici, nè basi morali. Infatti questa tassa non era che provvisoria per quindici anni, mentre i grossi impiegati seguitavano a rubacchiare sugli incerti, somme indefinibili nell'amministrazione e nell'economia politica, che si attribuivano con ingenuo cinismo. E siccome il re domandava a tutti i ministri i residui di cassa per ingrossarne la propria lista civile, i ministri ad ingraziosirsi col sovrano affettavano turpi sparagni compiendo ogni sorta di ladrerie nel suo nome. Ma Ferdinando, avidissimo di denaro, credeva assioma che nessun uomo potesse resistere alla tentazione dell'oro, e scherzava cinicamente sulla nota disonestà dei propri ministri come il Santangelo, finendo egli stesso più tardi a frodare con immane truffa, la quale per poco non gli attirò guerra dall'Inghilterra e rovinò molti commercianti, la società delle solfare di Sicilia.

La bigotteria, ingenita nella sua casa e in lui sviluppata da malvagi educatori gesuiti come l'Olivieri e il Cocle, vescovo di Patrasso e che fu poi suo direttore spirituale e politico, crebbe nel matrimonio con Cristina di Savoia sino alle adorazioni d'un lercio mantello attribuito dal Cocle a sant'Alfonso de' Liguori; ma queste nozze, che per un momento avevano lusingato le speranze dei riformisti, i quali vedevano già l'Italia riunita in due grossi regni del nord e del sud sotto l'alta direzione di Roma, furono di troppo breve durata. Nullameno bastarono ad introdurre nella corte maggiore costumatezza e a lenire la ferocia delle repressioni contro le prime congiure dei Rosaroll e di frate Peluso. Morta Cristina, e si disse sconciata da uno scherzo brutale del re, invelenirono a corte le dissenzioni tra fratelli, tutti perversi di indole, e che produssero quasi una guerra civile: quindi il re sposò un'arciduchessa d'Austria, per la quale si ridestarono nelle irritate fantasie napoletane i sanguinosi ricordi di Carolina. Finalmente lo scoppio del colera (1837) spinse il popolo alla disperazione, allorchè farneticandosi di veleno propinato dal governo si vide questo per odio verso la Sicilia, nella quale era stato proibito persino il monumento a Vincenzo Bellini, invertire contro di essa ogni misura di precauzione. Vampeggiarono fra l'enorme funerale tumulti ed insurrezioni prima a Messina poi a Siracusa e a Catania: Mario Adorno, illustre giureconsulto, capitanava la rivolta sempre ispirata da ricordi di autonomia e col grido: Viva la costituzione del 12! La corte fu pronta al riparo: Del Carretto sbarcò in Sicilia, la sommossa svampò, il popolo ricadde nel terrore di un doppio flagello. L'inumano ministro rinnovò le gesta di Fra Diavolo, fucilando, ardendo, straziando, spingendo l'artistica raffinatezza della ferocia sino ad ordinare che ad ogni esecuzione di condanne le bande militari suonassero il tragico motivo della Norma: «In mia mano alfin tu sei!».

Al Del Carretto succedettero il duca di Laurenzana scempio e bisbetico, poi il generale Tschudi, che parve umano. Del Carretto era passato nelle Calabrie e negli Abruzzi, per sopirvi collo spavento di morte peggiore i tumulti provocati dal colera.

Ma, cessato il colera, le condizioni del regno rimanevano pur sempre tristi. L'assolutismo della polizia, la dilapidazione della amministrazione che, se non scomponeva il bilancio governativo, isteriliva il paese, la poca viabilità, la nessuna istruzione tranne nei massimi centri ove i gesuiti, di essa padroni, non bastavano ad imporsi; la nobiltà dispotica e feudale, la borghesia corrotta e servile, il popolo depravato e selvatico, gli ordini religiosi ricostituiti in forte massa e disseminati ovunque come soldati d'una tirannide spirituale e politica senza riparo, i banditi sempre in armi e così potenti che il governo doveva scendere con essi a patti, l'isolamento dal resto d'Italia, per la quale le comunicazioni con Napoli erano più difficili che con Vienna e con Parigi, tutto concorreva a rendere miserabile un regno, che la natura sembrava aver prediletto, e sul quale la storia pesava da migliaia d'anni come una sventura. I pochi miglioramenti promossi dal governo e vantati da' suoi accoliti, come il primo saggio italiano di battelli a vapore, il primo ponte di ferro sul Garigliano, la prima ferrovia da Napoli a Caserta, giocattolo di sovrano anzichè nuovo tramite commerciale, la prima illuminazione a gaz, il riattamento del porto di Brindisi, i pochi favori alla marina mercantile, furono piuttosto capricci di fantasia regale che propositi politici. Nessuna legge veramente nuova mirò a curare le vecchie piaghe del paese. Corte e Governo, considerandosi in istato permanente di ostilità col popolo, non badavano che a fortificarsi colla corruzione e col terrore. Se le congiure erano frequenti e moltissimi i congiurati che corrispondevano colle altre sètte italiane, lo spirito pubblico napoletano restava nullameno regionale e non poteva nemmeno nel pensiero acconciarsi ad una rivoluzione, nella quale Napoli dovesse sottostare al Piemonte. Quindi i moti erano sempre paesani, provocati da ricordi e perduti da vanità indigene. Non si aveva abitudine alle armi, per quanto il brigantaggio fosse diffuso; non si intendeva se non da pochi una rivoluzione unitaria e liberale che mutasse radicalmente le condizioni della vita napoletana.

La Sicilia, implacabile nell'odio, risognava la propria indipendenza; sul continente Napoli, sudicia e bella, ricca ed oziosa, era il cuore e la testa del regno, assorbendovi quasi tutte le forze ed illanguidendone gli spiriti. Le fantasie pronte ad eccitarsi inchinavano a mutamenti come a genialità di teatro, ma la coscienza morale e politica necessaria all'energia disperata della lotta, il vigore del pensiero indispensabile a comprendere il fine e a coordinarne i mezzi, mancavano in una popolazione capace d'improvvisi eroismi e di più subite viltà, tenace nell'obbedienza malgrado un'incurabile insubordinazione, e chiusa in se medesima con una vanità egualmente intrattabile nel principe e nel lazzarone. Se Napoli avesse saputo fare la rivoluzione contro una corte non difesa che da pochi svizzeri e da una polizia sempre pronta a tradirla nel pericolo, non vi avrebbe avuto le stesse difficoltà di Torino, di Milano e di Firenze, più vicine e soggette all'Austria; lo Stato Pontificio, che la divideva dal resto d'Italia, sarebbe stato un momentaneo baluardo contro gli austriaci, e la corte avrebbe piegato a una rivoluzione. Ma con tanti vantaggi apparenti Napoli doveva esser in Italia il paese meno rivoluzionario, che non si scosse nemmeno alla guerra del 1859 e si lasciò poco dopo conquistare alla rivoluzione dall'epica apparizione di Giuseppe Garibaldi.