Infatti, mentre l'accordo delle corti coll'Austria moltiplicava all'infinito le difficoltà di una qualunque vittoria per i cospiratori insorgenti, e la condiscendenza dell'Europa alla diplomazia austriaca toglieva ogni speranza in altra iniziativa europea, e lo stesso partito liberale, scindendosi in moderati e rivoluzionari, condannava fra le approvazioni dei più qualunque impresa ribelle col denunciare alla pubblica esecrazione i capi delle sètte, che, riparati nell'esilio o nell'ombra del mistero, votavano alla morte i più giovani adepti, il coraggio drammatico della rivolta aumentava tutti i giorni. Una nuova generazione di rivoluzionari cresceva, i quali, anzichè essere spinti dai capitani, li trascinavano essi medesimi all'azione. Quella poesia alta e severa dei migliori libri animava molte giovani vite, tirandole alla morte attraverso un pessimismo, nel quale il martirio riconfermava con nuove speranze le eterne verità dell'ideale. Come all'inizio di tutte le epoche rivoluzionarie, pullulavano i precursori: l'incertezza politica dei principii, che rendeva così contraddittori e spesso così assurdi i libri politici del tempo, scomponeva naturalmente anche i disegni delle cospirazioni, riducendoli piuttosto a scene drammatiche che a canti epici, traendoli ad appagare le infrenabili baldanze dei forti esasperati dall'ignavia dei più, anzichè a concordare le molte e disseminate forze per la penisola. L'oligarchia dei comitati sparsi in tutte le città, intendendo a combinare i mezzi, finiva più spesso a sperperarli per invidie e gelosie reciproche dei capi: le diffidenze delle molte spie intralciavano ogni accordo; nessuna classe di cittadini, nessuna corporazione di mestieri, nessuna provincia, nessuna città, nessun villaggio era unanime ad insorgere, pronto a capitanare una vittoria o a seppellirsi sotto la rovina di una sconfitta. L'iniziativa restava quindi individuale e romantica. Peggio ancora l'ignavia generale era siffatta che persino il danaro mancava sempre per ogni più piccola spedizione; e poco sarebbe bastato a ritentare quella fallita da Mazzini nella Savoia, che non aveva costato più di 50,000 lire.
Stato generale della penisola.
Così passarono quasi dieci anni, nei quali nessun fatto politico potè riempire di sè medesimo la vacua e malinconica storia d'Italia.
Nella sempre mite Toscana la reazione seguitava ad insinuarsi, evitando i rigori e contrapponendo alla febbre delle nuove idee i narcotici di una politica modellata sull'amministrazione d'una buona fattoria. Ma l'influenza del Fossombroni, ostile all'Austria per antico orgoglio paesano, decresceva sempre più nell'indirizzo del governo, quantunque il popolo si conservasse quieto e le stesse idee liberali inclinando alla federazione non minacciassero seriamente nè la dinastia nè il granducato. Le seconde nozze del granduca Leopoldo con Maria Antonietta di Napoli, e la nascita del principe ereditario, furono quindi solennizzate a Firenze con grande favore da tutti per abborrimento all'Austria, cui la Toscana sarebbe scaduta allo spegnersi della dinastia. Ma questa, sentendosi istintivamente separata dalla vita nuova d'Italia, guardava a Vienna come al gran centro della reazione e del dispotismo. Chè se l'agitazione di molti liberali toscani in favore del Walewski, figlio naturale di Napoleone, per farlo re costituzionale d'Italia, concludeva ad un povero manifesto incompreso dal popolo e ridicolo per coloro che l'intendevano, cosicchè bastarono al governo poche ammonizioni severe e pochi sfratti per trionfarne, nullameno il granduca come ogni altro sovrano d'Italia si accorgeva tratto tratto di non essere più sicuro in Toscana come il grande avo. Infatti quanti in essa pensavano, anche rivolgendosi al governo per invocarne riforme, le oltrepassavano, toccando quello stesso ideale de' rivoluzionari da loro oppugnati. Nella propria maggior perfezione d'istituti e di vita la Toscana era già arrivata da tempo a un punto che ogni vera riforma avrebbe dovuto esprimervi il principio rivoluzionario della sovranità popolare.
In Piemonte i pochi senati di Torino, di Casale e di Nizza eletti dal re non avevano che scarse e contraddittorie attribuzioni giuridiche: vigevano ancora le antiche legislazioni, producendo insoffribili contrasti di giurisprudenza e di sentenze. I governatori generali esercitavano l'autorità militare e politica; ovunque apparenza e affettazione guerresca: arma più odiata i carabinieri. Ma la polizia sola riassumeva tutto il governo, concedeva e toglieva, dietro anonime ed irreparabili informazioni, impieghi, onori, cattedre, passaporti; rovistava cinica e bugiarda nelle famiglie, violava segreti di lettere e di professioni, imprigionava per sospetti e liberava per capricci, comprava anime e corpi, vendeva infamie e tradimenti. Una dolorosa disformità amministrativa rendeva le provincie troppo vaste od anguste, soggette o libere dall'imposta prediale, fornite o prive di censimento; in alcune duravano ancora privilegi antichissimi e diritti regali. Più antiquata e meno italiana fra tutte la Savoia, culla della dinastia e ad essa vivamente affezionata malgrado un'irresistibile tendenza francese. Benchè le imposte non fossero gravi, era grave la miseria peggiorata da forti dazi e mal ripartite gabelle; commercio ed industria rantolavano stretti nelle fascie della tradizione, ignorato il credito, giudicate utopie ogni nuova grande opera o istituzione, l'alta burocrazia ignorante, lenta l'intermedia, bruta la bassa.
La censura civile ed ecclesiastica, assurda ed intrattabile nella sofisticheria, v'inceppava pensieri e scritti, così che nessuno dei migliori e più moderati libri stampati in Lombardia sarebbe stato permesso a Torino: non ultima superiorità questa dell'Austria sul Piemonte. L'aristocrazia altezzosa e ligia al clero spregiava plebe e popolo, pensatori e produttori, liberali d'ogni colore e valore, precipitandosi con voracità d'arpie sopra ogni carica civile e militare ben retribuita o capace di dare adito a corte. L'antico orgoglio guerriero animava ancora i suoi membri migliori, ma, ridotta a cenacolo di parassiti e di privilegiati, non vedeva più nella nazione che se stessa e nel re tutto il diritto e tutta l'autorità. Quei pochi fra essa, tratti dall'ingegno alle lettere o dalla forzata pratica di governo verso le idee moderne, considerava quasi transfugi e puniva con insani dispetti. La borghesia, laboriosa e scarsa d'ingegno, ignorava per mancanza d'esperienza la cosa pubblica e odiava l'aristocrazia bersagliata dal popolo con epigrammi senza veleno.
Carlo Alberto, ambiguo nelle idee e nei sentimenti, ora secondava il moto latente ed universale del progresso, ora ricalcitrando si impuntava per arrestarlo. Rispettoso agli averi altrui, era abbastanza savio amministratore; pedante e rigido nel dovere materialmente precisato, altero sino al ridicolo poichè alla grandezza dell'orgoglio gli mancava quella dell'ingegno, non ammetteva ai propri circoli che nobili autentici: nemmeno il segretario generale del governo, massimo fra tutti gl'impiegati, poteva penetrarvi. Leggeva e conosceva gli scrittori paesani. Tratto dalla sfrenata e sentimentale ambizione verso la marea delle idee per esserne sollevato ben alto, s'atterriva poi subito al dubbio di perdervi qualche briciola del proprio assoluto potere. Mentre nella prima giovinezza era stato galante e scioperato, ora un bigottismo non senza rimorsi lo spingeva a digiunare perennemente e a portare sulle vive carni un segreto cilicio. Della propria ammalata incertezza nelle opinioni si scaricava sulla responsabilità dei ministri, riunendo in un solo ministero i più disparati caratteri e le più opposte tendenze politiche. Il suo odio e al tempo stesso la sua paura erano verso l'Austria e la libertà. Nullameno il moto lo trascinava. Nel 1836 abolì la giustizia feudale nella Sardegna togliendovi i privilegi di fòro e d'asilo e la servitù del pabarile, peste dell'agricoltura, sradicando d'un sol colpo tanti vecchi abusi che i lagni dei danneggiati superarono le stesse ovazioni del popolo. Nel 1837 concesse finalmente i codici: nel civile unificò la giurisdizione cassando gli statuti locali, ed abolì le istituzioni fidecommissarie, che poi ripermise in un editto; nel criminale, ricalcato in parte sul francese e stupidamente spietato d'intolleranza religiosa, prodigò ogni sorta di pene, specialmente quella di morte, conservando le immunità ecclesiastiche e gli arbitrii dei giudici, proclamando obbligatoria la delazione sino contro i parenti nei delitti politici; ma non promulgò il codice di procedura così necessario alla buona applicazione degli altri. In quello militare, per istinto di despota e forse anche per nordica imitazione, stabilì la pena delle verghe sino a mille e ottocento colpi, mentre poi spendeva oltre un terzo delle rendite dello stato per la costituzione dell'esercito. Malgrado l'incomparabile postura del porto di Genova implacata nell'odio contro il Piemonte, la marina sarda rimase così povera che parve gran fatto quando una sua nave da guerra fece finalmente per la prima volta il giro del globo. A tale era discesa la grande nazione marinara che nel più fitto medio evo trasportava già le crociate in Terra Santa.
Qualche migliorìa ottennero pure le due università di Genova e di Torino, ma Carlo Alberto non vi concesse mai cattedra di storia, forse intendendo così di vietare a questa il diritto di giudicare anche i re morti; e negò persino a Silvio Pellico, malgrado la sua tanto acclamata conversione al più rigido cattolicismo, quella di eloquenza. Il consiglio di stato, eletto per discutere bilanci, contratti e ogni altra operazione di finanza, non aveva alcuna autorità nel governo; la statistica non esisteva o quasi, e così il catasto, onde si continuava l'imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Nonpertanto le finanze erano così floride che secondo il conto del Revel (4 marzo 1848) le rendite superavano le uscite, e il debito di 95 milioni vinceva di poco l'entrata d'un anno.