Veramente queste repressioni furono piuttosto una mossa poliziesca che un riparo contro un disegno di cospirazione politica. Nessun accordo di mezzi o di ordini aveva riunito i vari centri di congiura: erano impazienze che si scoprivano quasi spontanee prima di sapersi affermare, sogni d'imprese che ondeggiavano nella penombra romantica delle conventicole rivoluzionarie, senza precisarsi nemmeno nel concetto dei capi.
Quindi un tentativo colle armi parve a tutti come inevitabile rivincita. Mazzini, trasferitosi a Ginevra e accontatosi coi repubblicani di Francia per esserne spalleggiato, raccolse una mano di esuli polacchi, come primo e miglior nucleo di battaglia; poi vi si aggiunsero tedeschi, svizzeri, quanti italiani erano in Ginevra. Si sperava di sollevare la Savoia; e si era deciso che, vincendo, si sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi francese o congiungersi alla confederazione Svizzera. Mazzini consigliava quest'ultima soluzione: così la prima battaglia vinta dai patriotti avrebbe tolto all'Italia una provincia. Ma, infervorato nel pensiero di una ricostituzione europea, Mazzini, riconoscendo la Savoia non italiana, intendeva farne una federazione alpina colla Svizzera e il Tirolo tedesco come antemurale d'Italia contro la Francia e la Germania: buona idea di filosofo della storia, ma allora grosso errore politico, che avrebbe indebolito contro l'Austria il Piemonte, offendendo le suscettibilità italiane sull'integrità del territorio politicamente nazionale. Si congiurava in un albergo; mancavano i denari e le armi. I pareri divisi fra i maggiorenti imposero forse per invidia a Mazzini che generale dell'impresa fosse il Ramorino, avventuriero ritornato dalle guerre di Polonia con molta ma dubbia fama. Mazzini accusato d'orgoglio, perchè avverso a questa nomina, pianse come un poeta e se la lasciò imporre. Senonchè Ramorino, ottenute le prime 40,000 lire per formare la colonna, fuggì a Parigi a dissiparle nei bagordi; passarono altri mesi, le spie formicolavano fra i cospiratori; Buonarroti, l'inflessibile carbonaro, si dichiarava improvvisamente avverso all'impresa; finalmente Ramorino tornò (1834), ma, accontatosi forse colla polizia francese interessata al disastro della spedizione, la condusse così male che finì ad una ridicola dimostrazione militare a Bossey e ad Annemasse.
Mazzini, che sospettava giustamente il generale di tradimento, non ebbe l'energia di cacciarlo e mettersi al suo posto: poi, sorpreso dalla febbre, quasi ne morì. La sua prima spedizione aveva ripetuti peggiorandoli tutti gli errori da lui rinfacciati ai capi rivoluzionari del '21 e del '31: il popolo della Savoia non si era mosso, i volontari non si erano battuti, il generale aveva tradito; uno sbandamento aveva finito di disonorare un'impresa assurda nel disegno e nei mezzi. Bisognava insorgere a Torino o a Genova, meglio in questa che in quella per la vecchia tradizione republicana, sorprendere la corte, aver complici buona parte delle guarnigioni, o non insorgere perchè il popolo delle campagne non avrebbe certo secondato, come non secondò, l'insurrezione.
Mazzini invece s'illudeva sullo spirito popolare: l'energia e la fecondità del suo apostolato derivavano appunto da questa illusione, che lo rendeva così impari ad una vera azione di guerra o di sommossa.
Contemporaneamente il moto, che Garibaldi intendeva eccitare a Genova, veniva impedito dalla novella del disastro in Savoia, cosicchè egli potè appena scampare travestito da contadino e inseguito da una condanna a morte. Mazzini, abbandonato da quasi tutti gli amici, svillaneggiato dai gazzettieri, accusato di viltà dai settari e di tentato regicidio dalla corte francese mediante la più ignobile falsificazione di documenti, resistette eroicamente, rispondendo a tutti con un ammirabile opuscolo, Fede ed avvenire; ma, sottoscritto indi a poco in Berna il patto della Giovine Europa, dovette esulare a Londra. La Svizzera lo espelleva, cedendo finalmente alla pressione di tutte le diplomazie europee. Gli altri si dispersero: Nicola Fabrizi e Manfredo Fanti andarono a combattere in Spagna, Garibaldi valicò l'oceano per conquistare in America la più originale gloria di soldato in un secolo, che, cominciando con Napoleone, doveva chiudersi con Moltke.
La catastrofe della spedizione in Savoia rinforzava il partito dei riformisti liberali, togliendo a molti unitari la fede di una possibile iniziativa italiana. Il giudizio del Buonarroti, inspirato allora da troppa passione francese e giudicato empio da Mazzini nella bocca di un italiano, che l'Italia non potesse muoversi se non dietro la Francia antesignana della rivoluzione in Europa, era tanto giusto che tutte le rivoluzioni susseguenti lo verificarono. Una capacità di iniziativa politica nelle condizioni d'Italia vi avrebbe supposto un popolo così fortemente temprato e intensamente rivoluzionario, da non avere prima accettato senza guerra il mal governo di tutte le proprie corti.
Il moto rivoluzionario italiano era bensì spontaneo, ma, subordinato al francese, non trascinava ancora che la parte migliore e meno numerosa della borghesia.
Nullameno l'espansione liberale non si arrestava: il numero delle società politiche cresceva; a Milano si costituiva la Pantenna, mascherandosi d'intenzioni carnevalesche; Fabrizi fondava la Legione Italiana a Malta, reclutandola fra i soldati che specialmente avevano combattuto nelle Spagne; il carbonarismo riformato teneva centro a Pisa, i Veri Italiani a Livorno. Per contro i governi cercavano di stringere altre sètte: se ne tentò una borbonica col nome di Ferdinandea, persino un'altra austriaca, ma indarno.
Le condizioni politiche d'Italia, malgrado il lento formarsi di una nuova opinione politica, restavano le stesse, anzi parevano peggiorate in una più stretta lega di tutte le corti coll'Austria. Quindi ogni tentativo di rivolta doveva fatalmente rivelarsi altrettanto falso nel disegno che impari nei mezzi, e cadere abbandonato dal popolo. L'operosità delle sètte segrete, mirabile di ardire e di costanza, non poteva sostituirsi allo spontaneo accordo del popolo per fare una rivoluzione: i settari o precursori, o martiri, o arruffoni, secondo l'indole dell'animo, finivano a costituire una specie di segreto patriziato politico, che, vivendo separato dalla moltitudine, non ne rappresentava i bisogni e non ne comprendeva lo spirito. L'orgoglio di un principio politico superiore ai tempi e alle masse, lo stesso nobile rischio della vita, prolungato per anni e raddoppiato ad ogni ora da circostanze drammatiche, rendevano i cospiratori meno adatti che mai ad acquistare quella cieca confidenza del popolo così necessaria in ogni vera insurrezione. D'altronde il popolo non soffriva abbastanza per rivoltarsi contro gli antichi padroni, e la borghesia non voleva arrischiare di soffrire per un meglio, del quale non sentiva la grandezza che nell'immaginazione. Così, malgrado le declamazioni degli scrittori liberali, la vita nazionale in Italia non appariva agli stranieri molto peggiore che nei tempi andati, mentre qualche miglioramento materiale vi si veniva pure a grado a grado introducendo: la passione rivoluzionaria invece vi si mostrava così scarsa che non uno solo dei tanti suoi moti aveva saputo arrivare all'onore di una piccola battaglia. Questa dolorosa contraddizione fra tanto bollore di frasi e tanta freddezza di atti, tra la falange sacra degli scrittori e dei cospiratori che gettavano ogni fiore della loro anima sull'altare della patria per purificarlo dal contatto dei carnefici, e il popolo che non dava un grido nemmeno quando i martiri penzolavano dalle forche o i ribelli si presentavano audacemente armati alle porte della città urlando: Rivoluzione!, impressionavano sinistramente gli stranieri, attirando sull'Italia dispregi, che il genio e l'orgoglio di pochi grandi non bastavano a respingere. E l'Europa si ricordava che la Spagna sola era bastata contro Napoleone vincitore dell'Europa, che la Russia si era bruciata volontariamente perchè il suo invincibile invasore perisse per mancanza di ricovero, che la Grecia piccola come un villaggio e non più numerosa aveva resistito per cinque o sei anni a tutto l'impero turco: ricordava le lotte non antiche di Fiandra e la recente vittoria del Belgio, l'eroica caparbietà della Polonia, nella quale ogni insurrezione vampeggiava in guerra e ogni guerra s'insanguinava di battaglie senza paura e senza pietà; e, ascoltando i garriti d'Italia e vedendola sempre così inerte, sorrideva d'insultante compassione.
Nullameno l'eroismo italiano, per essere piuttosto individuale che collettivo, non era meno bello, e prometteva attraverso una tragedia ancora incompresa una incomparabile originalità di epopea.