Capitolo Quinto.
Conati ed imprese rivoluzionarie
La spedizione nella Savoia.
La rivoluzione dell'Italia centrale aveva lasciato nei patriotti un fermento, del quale Mazzini fu pronto a profittare. Oramai si cominciava a comprendere che i moti rivoluzionari non potevano essere nè spinti nè diretti da principi, e che senza un largo concorso di popolo non sarebbero mai per riuscire. Il nuovo programma della Giovine Italia aveva almeno il vantaggio di principii e di obiettivi fin troppo chiari: anzichè sognare l'indipendenza da impossibili combinazioni diplomatiche, la domandava a tutte le virtù degli individui e del popolo. Se la forma delle passate rivoluzioni era stata l'insurrezione, quella della imminente non sorpasserebbe naturalmente la sommossa, giacchè la grossa massa, popolare, incapace di assecondare la spinta rivoluzionaria, abbandonerebbe daccapo i nuovi ribelli.
Il lavoro di ricostituzione nella coscienza nazionale procedeva ancora troppo lentamente, malgrado la generosità dei molti che vi cooperavano, perchè il problema della patria indipendenza si presentasse solubile. L'Austria, immensa ed agguerrita, teneva l'Italia inerme tra le forti branche; tutte le corti italiane per codardo ed inevitabile egoismo si stringevano sotto il suo protettorato, preferendo la propria miserabile vita di prefetture imperiali ai pericoli di una rivolta, nella quale avrebbero dovuto assoggettarsi al popolo. Questo sentiva bensì gli incomodi materiali del dispotismo indigeno, ma la sua inesauribile pazienza di schiavo vi resisteva senza troppo dolore, mentre non intravedeva affatto le necessità ideali di una rivoluzione contro eserciti addestrati nelle armi e di tutte le armi muniti. L'antico rancore contro i privilegi dei grandi e quella poesia indefinibile, che lo attrae sempre verso l'avvenire, non bastavano a scuotere l'enorme massa della sua moltitudine entro l'àmbito angusto dei mestieri. Anzi nelle campagne, ove l'opera del clero era più efficace e più spontanea la superstizione, i villani odiavano i liberali come eretici, godendosi per egoismo avaro di mezzadri o invidia implacata di braccianti alle persecuzioni contro i padroni: a Napoli la plebaglia dei lazzaroni, sempre ostile ai signori, gettava con selvaggia compiacenza i propri lazzi sui condannati politici, come scorgendo nel feroce trattamento loro usato dal governo una tarda parificazione a quello sempre sofferto da essi.
D'altronde gli eserciti napoletani e piemontesi, quand'anche i loro re si fossero decisi alla rivoluzione, non avrebbero bastato contro l'Austria, potenza militare che Napoleone stesso non era riuscito a fiaccare. Mai l'Italia era stata militarmente in peggiori condizioni: il breve addestramento delle guerre napoleoniche, producendovi capitani di valore, non aveva creato nella penisola una scuola militare capace di mantenervi così grande tradizione. I principi richiamati dalla ristorazione si erano affrettati ad espellere i migliori soldati come sospetti giustamente di ostilità, riconfermando negli antichi gradi l'aristocrazia delle proprie corti: d'allora non più battaglie. Il nemico era diventato la rivoluzione, e l'esercito un accessorio della polizia: quindi fra esso e il popolo quella diffidenza fra cacciatore e selvaggina, che è sempre passata fra popolo e polizia.
Dopo la rivoluzione del '31 la reazione crebbe: il duca di Modena, la più forte testa di tiranno che fosse allora in Italia, spingeva al terrore; Ferdinando di Napoli, il più lontano e il più saldo sul trono, affidava il governo al truce Del Carretto; a Roma Gregorio XVI, energica e biliosa natura di teologo, riassumendo con vigore la rilassata autorità, si preparava a una suprema battaglia contro il liberalismo religioso che minacciava di sommergere Roma per purificarla; Carlo Alberto, arrampicatosi a stento sul vecchio trono dei Savoia, s'accingeva a cancellare le tracce sanguinose del proprio liberalismo giovanile con altro sangue, inebriandosi del nuovo potere di re, che la libertà da lui tradita minacciava nuovamente; l'Austria, proseguendo nell'astuta politica, dopo aver diviso amministrativamente la Venezia dalla Lombardia quasi a risuscitarvi le antiche rivalità, ed ingrossata Verona a massimo centro militare e come a terza capitale, vigilava con una polizia ammirabile di disciplina ed aiutata nell'opera da tutte le polizie d'Europa.
La situazione era disperata: Mazzini, temperamento lirico e religioso, trovò appunto in essa la propria forza.
Vessato, calunniato d'assassinio dalla polizia francese, quindi espulso, egli dovette riparare in Svizzera. L'opera della Giovine Italia si dilatava: in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati Pontifici il fervore cresceva mirabilmente; più molle si mostrava la Venezia, più remoto e retrivo restava il Napoletano, malgrado il suo solito numero miracoloso di congiurati. Si pensò ad agire; i pareri oscillavano naturalmente: si prescelsero a campo le Provincie sarde. Giuseppe Garibaldi, arruolatosi a Nizza nella Giovine Italia, proponeva coll'infallibile istinto dell'uomo di guerra, di cominciare da Genova. Mazzini sostenne una invasione di esuli nella Savoia. Ma le trattative tiravano in lungo; le polizie sarda ed austriaca, sempre vigilanti, poterono per mezzo di spie scoprire la trama; Carlo Alberto, reso alacre dalla paura e feroce dalla coscienza degli antichi tradimenti, moltiplicò gli arresti, denigrò nella spaurita immaginazione della gente i cospiratori, condusse i processi con inaudita perversità; le condanne di morte e le esecuzioni capitali fioccarono; vi furono condannati nel capo, solo per aver letto il giornale della Giovine Italia, altri per aver avuto sentore di qualche trama e non averla tosto rivelata: alla morte si aggiunsero sevizie come pel povero Vochieri. Jacopo Ruffini arrestato a Genova, dalla quale aveva generosamente ricusato di porsi in salvo, si suicidò scrivendo col proprio sangue sulle mura del carcere: «la mia vendetta ai fratelli»; l'abate Gioberti fu esiliato. Mazzini condannato in contumacia e dichiarato nemico della patria. Carlo Alberto, ubbriacato dal sangue, conferiva le maggiori onorificenze ai carnefici: il conte Galateri, peggiore di tutti, ebbe persino il collare dell'Annunziata, che concede di salutare il re col nome di cugino.
A Milano, quasi contemporaneamente (1833), l'Austria sventava un disegno di cospirazione iniziato specialmente da un Albèra e un Tinelli. Il commissario Zajotti, scribacchiatore venduto all'Austria, infellonì, e nullameno parve mite in confronto del Galateri: diciannove furono i condannati a morte, ma a tutti fu commutata la pena nel carcere; così l'Austria dava lezioni di benignità al Piemonte. Napoli non si mosse: il Del Carretto arrestò un Leopardi e un Dragonetti, sospettati capi di vasta congiura, ma poi, non scoprendosi altro, le pene si limitarono a pochi esigli.