La nuova società si sviluppò vivacemente: i fratelli Ruffini, l'uno immortalatosi col suicidio, l'altro più tardi nelle lettere, corrispondevano da Genova con Marsiglia; da Livorno aiutavano il Guerrazzi e il Bini benchè per diversità d'indole poco inclini alla religiosità del nuovo moto: presto in Francia, in Spagna, in Svizzera, ovunque fossero emigrati, sorsero le nuove congreghe. Intorno a Mazzini stavano stretti il La Cecilia, il Modena moderno Roscio, il Campanella, il Benza ed altri. Il loro giornale, presto guerreggiato da Luigi Filippo, accontatosi colla santa alleanza per ottenere il proprio riconoscimento, dovette celarsi ed uscire di contrabbando. Tale lotta drammatica fu sostenuta dai giovani collaboratori con virtù pari all'ingegno.
La società, attraverso il misticismo un po' vuoto di formule morali e religiose, ricopiava nell'organizzazione segreta le sètte antecedenti, solo diminuendone la teatralità delle iniziazioni: il suo motto «ora e sempre» valeva la più bella delle odi patriottiche; la sua bandiera bianca rossa e verde, che diventò poi nazionale, era dono della duchessa Trivulzio, donna illustre per ingegno e per amori anche più illustri, e da un lato recava «Libertà Uguaglianza Umanità», dall'altro «Unità ed Indipendenza». Vi erano due gradi nella società, iniziato e propagatore, poi un giuramento lirico come un inno e rettorico come una declamazione, segni di riconoscimento, gerarchie di congreghe, tutto un organismo imitato dalla carboneria. Scopi della società erano la repubblica una ed indivisibile, la distruzione dell'alto clero per sostituirvi un semplice sistema parrocchiale, l'abolizione di ogni aristocrazia, la promozione illimitata della pubblica istruzione, una specie di nuova dichiarazione dei diritti dell'uomo, considerando transitori tutti i governi non repubblicani.
I mezzi d'azione consistevano nell'unanimità dei propositi, nella propaganda fra il popolo, nell'armamento di ogni confederato, pel quale era già stabilita l'assisa, con previdenza teatrale, nella speranza di costituire bande e di sedurre milizie regolari.
Evidentemente la nuova società non era un gran progresso sulle altre, nè come organismo nè come mezzi, ma il suo programma politico, sceverato dal paralogismo religioso, era una rivelazione. Per la prima volta in Italia intenzione, volontà, concetto, disegno, tutto era schiettamente democratico. Italia e repubblica, unità e libertà; il resto era romanticismo del tempo e che il tempo avrebbe guarito.
Mazzini stese il programma, dichiarando guerra a tutti i principi italiani e indirizzandosi al popolo. La nuova idea utopistica si divulgò colla rapidità di un uragano. Le declamazioni letterarie di tutti gli altri scrittori aiutavano: si poteva temerne impossibile l'applicazione, non ricusarsi a sperarla. I principi risposero male all'attacco, calunniando e perseguitando i nuovi rivoluzionari, che la persecuzione abbellì e fortificò. Il giornale, spedito con ammirabili sotterfugi, fu ricevuto e diffuso con rischi di morte; Mazzini grandeggiava di stile, sfolgorando nella passione delle battaglie e badando a scendere in campo davvero con una spedizione nell'alta Savoia. Le simpatie dell'Europa rivoluzionaria si rivolgevano a questa Giovine Italia, che nel proprio slancio poetico comprendeva già il problema della libertà europea in quello della liberazione italiana; le vecchie sètte liberali erano screditate dagl'insuccessi patiti e senza idee, le corti più odiate che temute, tutti i loro governi senz'altro programma che la reazione.
Il giornale della Giovine Italia dichiarò i sottintesi e compiè le reticenze degli scrittori, che rimasti in patria dovevano per forza conservarsi guardinghi: la sua sfida alla coalizione monarchica inorgoglì l'oppressa dignità di tutti gli italiani. Un uomo solo aveva osato dire e fare quello, cui un'intera nazione non era bastata. Il tono mistico di Mazzini, concordando colla religiosità della reazione cristiana succeduta alla rivoluzione francese, rendeva più accette le arditezze della sua democrazia; il suo coraggioso abbandono di ogni spirito regionale sollevava le anime dal peso di una tradizione, nella quale l'idea era morta. Se i governi non si sentirono istantaneamente scrollati dalla nuova setta, avvertirono però subito la giustezza terribile della nuova propaganda, senza potervi riparare efficacemente. La stessa debolezza del partito mazziniano ad agire lasciava più libera l'espansione delle sue idee, quasi non fosse che una propagazione letteraria. L'irritazione delle vecchie sètte liberali, spodestate dal favore crescente di questa nel popolo, bastò a condannarle nel sentimento generoso della gioventù.
Mazzini intanto facevasi nel giornale eco di tutti i lagni d'Italia, denunciando le infamie delle polizie e trattando ogni sorta di questioni; rimbeccava la gazzetta del duca di Modena, discuteva con Sismondi, allora riverita autorità, e passava oltre; annullava con critica superba di sdegno patriottico tutti i capi delle passate rivoluzioni, affermando nella propria idea della repubblica italiana il segreto di una imminente vittoria. Ma sopratutto parlava di popolo col popolo, che nessuna setta aveva ancora degnato di calcolare come elemento rivoluzionario; predicava una democrazia, che solo nelle masse poteva ottenere il proprio trionfo, perchè esse sole erano il popolo. Quindi, svisando storia e letteratura nazionale con una incomparabile sofistica, sincera a forza di essere passionata, mostrava a tutte le epoche il principio della libertà e della unità italiana e repubblicana come anima del popolo e di tutti i grandi, denunciava combattendole le fatalità tiranniche della monarchia e del papato, difendeva il cristianesimo e lo epurava, proponeva e stringeva alleanze a modo dei governi colla Giovine Allemagna e colla Giovine Francia, spiegava la missione degli individui e dei popoli in un vangelo contro il quale nessuna critica poteva prevalere. Naturalmente i liberali moderati ricalcitravano, ma i loro propositi troppo prudenti e le loro idee di federazione fra i principi italiani, egualmente utopistiche che l'immediata repubblica di Mazzini, non potevano lottare con questa nell'animo bollente della gioventù. Poi Mazzini tuonava alto sull'Europa, ed essi balbettavano appena, e nessuno di loro era ancora abbastanza italiano per posporre l'interesse della propria provincia a quello della nazione.
Nessuna figura di principe, di prete o di ribelle era allora in Italia che potesse rivaleggiare con quella di Mazzini: la sua popolarità divenne quindi immensa. Non si discusse, non si temè, non si sperò che in lui: la coalizione monarchica, guidata da Metternich, aiutata dal papa e da Luigi Filippo, non bastava contro questo profugo, di cui ogni scritto era una battaglia e ogni battaglia una vittoria.
Allora che il giornalismo in Italia era meno che rudimentario, l'opera di Mazzini, che vi discendeva collo splendore di una letteratura più potente di quella del Guerrazzi stesso e del Manzoni, avendo dell'uno una passione anche più nobile e dell'altro uno stile anche più vivo, ebbe i trionfi irresistibili del più originale fra i capolavori.
Forse la prima volta in Italia uno scrittore fu acclamato anzi che la critica lo avesse accolto; ma anche questa volta Mazzini, creando la prosa moderna, ripetè il miracolo di Machiavelli, che aveva trovata la propria dimenticando nella passione delle idee i lenocinii e le tradizioni delle scuole letterarie.