Il mondo storico nelle sue varie composizioni politiche vi perde colla nettezza dei contorni ogni imponenza materiale; le difficoltà di mutarlo entro la nuova idea rivoluzionaria non hanno valore dal momento che il sacrificio diventa dogma e il martirio apoteosi; l'identità morale degl'individui cancella le rivalità storiche; ovunque e sempre, nell'individuo e nel popolo, la vita è missione cosciente e subordinata a un decalogo sempre morale anche nei mezzi, indirizzata al bene col bene, senza ricompensa sulla terra e senza premio nel cielo, collo scopo di un progresso senza meta, nel quale nessun grado potendo essere stazione, nessuna felicità è possibile a nessuna generazione. Non importa. La trascendenza dell'idea morale in Mazzini alza il nuovo politico ad apostolo: la sua visione non è di un'Italia libera e ricca, che si riunisca alle altre grandi nazioni per fare anzitutto il proprio interesse e guadagnare fra esse il posto migliore, ma di un popolo già schiavo e rigenerato da un'idea religiosa, il quale si levi sacerdote ed esempio all'umanità. L'utopia di Gioberti traspare sotto quella di Mazzini: l'uno è ultra-cattolico, l'altro ultra-morale, entrambi cristiani; quegli nel dogma, questi nei concetti; Gioberti nella tradizione, Mazzini nella rivoluzione: per ambedue la religiosità è base della politica, e la rigenerazione unico modo di risurrezione.
Impetuoso come Lutero, austero come Knox, inflessibile come Calvino, riformatore prima che rivoluzionario e nullameno separato dal secolo che vuol guidare, solitario come tutti gli apostoli malgrado la folla che lo circonda, malinconico e casto, poeta e filosofo, temerario ed incerto, ingenuo ed astuto, con istinti infallibili e colla percezione falsa o sublime del reale che distingue i profeti, Mazzini è al tempo stesso il padrone e la vittima della propria rivoluzione. Vi è della donna e del prete nel suo cuore. Artista incompiuto e pensatore eccelso quantunque angusto, rimane e rimarrà sempre inconciliabile colla sua stessa vita politica; così attraverso ammirabili vicende, che riveleranno in lui eccezionali virtù, non avrà mai l'irresistibile inconscio degli uomini d'azione come Napoleone I e Garibaldi, la serenità artistica di Goethe, l'impassibilità divina di Hegel, la duttilità infrangibile di Cavour, l'elasticità tribunizia di Gambetta; ma nullameno la sua parola si propagherà come un contagio, la sua purezza religiosa rischiarerà l'anima nazionale, l'eroismo della sua utopia spronerà alla vittoria dopo il martirio, la sua fede vincerà tutti i dubbi, la logica della sua argomentazione repubblicana, smentita in ultimo dal fatto della monarchia dei Savoia, avrà sconfitto la federazione coll'unità e ridotto il principio monarchico a non essere più che un accessorio dell'idea democratica.
Al pari di ogni novatore, Mazzini sarà al tempo stesso rivoluzionario e reazionario, respingendo e negando quante idee non s'accordino colla sua: credente nel popolo sino alla credulità, invece di coglierlo nella sua vera e sconfortante fisonomia di allora, lo vedrà sempre nel miraggio di una astrazione, e quindi capace d'insorgere ad ogni ora e d'intendere le nuove rivelazioni. Così egli accusa delle rivoluzioni fallite nel '21 e nel '31 solamente i capi: le masse erano tutte italiane, parate alla morte e alla vittoria. Nella sua democrazia geometrica quanto quella di Rousseau, col quale ha religiosamente molte somiglianze, egli concepisce l'uguaglianza politica come nel Contratto Sociale; tutti elettori e tutti eleggibili, rappresentanza unica e quindi costituente in permanenza: non classi e perciò non equilibrio e contrappesi parlamentari fra loro, educazione nazionale, dovere sempre superiore al diritto e la capacità nel popolo di compierlo sempre. Quindi l'utopia italiana, raddoppiata in lui dalla tradizione delle unità mondiali d'Italia, lo trae all'utopia europea: alleanza santa dei popoli contro quella dei re, qualunque differenza di grado nella civiltà e nella storia di ogni popolo cancellata, insurrezione europea concordata e simultanea. L'efficacia della sua riforma deve trionfare di tutto; imperi, regni, dinastie, diplomazie, antagonismi di razze, diversità di religione e di costume, tutto si dissolverà colla rivelazione del nuovo verbo. Il suo fervore religioso arriva al lirismo più poetico, sfolgora in formule di filosofia socratica e cristiana, che hanno la luce di un baleno e la soavità di un sorriso.
Poi, discendendo all'azione ed inculcandola, prosegue imperterrito nell'illusione dell'opera propria: la sua società della Giovine Italia, cresciuta a Giovine Europa, deve compiere il miracolo della trasformazione universale: egli non tien conto nè dello stato delle scienze nè di quello della filosofia; come incredulo di tutti i culti, non li calcola; sempre assorto nelle altezze della propria democrazia, giudica la rivoluzione francese piuttosto conclusione che inizio di epoca. Ma quando il socialismo gli si parerà dinanzi colla terribilità delle sue negazioni atee e passionate, inevitabili in tutte le novazioni, Mazzini indietreggerà inorridito, additando il cielo reso da lui stesso deserto coll'espulsione del Dio cattolico.
Ma in questo misticismo politico-religioso ferve l'anima più italiana che dopo Dante e Michelangelo sia apparsa nella storia. Le sue contraddizioni stesse formano la sua gloria, rispecchiando l'incalcolabile mistura del popolo da lui incarnato. Quindi Mazzini vuole essere tutto, si crede avere le più disparate attitudini: letteratura, critica, arte, filosofia, economia politica, poi la guerra, la cospirazione, l'erudizione, la filologia, la bibliografia; sentenzia su tutto, subordina tutto alla propria idea, livella tutto col traguardo di un solo teorema. Passioni, interessi, vizi per lui non sono forze e nemmeno realtà, perchè il difetto non è mai che negazione: li trascura, non s'accorge che, non mutandoli in armi per la rivoluzione, saranno armi contro di essa. Nella sua fede non vuole e non può ingannare il popolo; e la politica è l'inganno sublime, che il genio fa al buon senso angusto delle masse e all'avarizia del loro interesse, conducendole dove non intenderebbero o non saprebbero andare. In lui il riformatore vizia il rivoluzionario. Gli manca l'odio, questa forza suprema delle rivoluzioni: ha lo sdegno del profeta e il perdono del martire; se qualche volta sacrifica pochi cospiratori a un'impresa pericolosa, non giunge mai all'impassibilità pessimista di considerarli semplici strumenti. La moralità del suo cuore e del suo sistema lo inceppa; può arrivare al regicidio non alla strage, all'insurrezione non alla guerra civile, alla dittatura non al terrore; tradito non sa tradire, e si arrochisce in predicazioni spesso sublimi ed inutili; si batte inerme, ma sempre ferito non si arrende mai. Laonde isolato a poco a poco si falsa, la divinazione delle prime ore non gli si ripete più che a lunghi intervalli; profeta ed apostolo, pontefice e martire, non può essere il capitano delle moltitudini, delle quali non ha le passioni effimere e colle quali gli mancano le affinità irresistibili della vita. Invece di cogliere i fatti per adagiarsi in essi, bada a collocarvi le proprie formule e ad attuarvi il proprio sistema: è un poeta dell'azione che cerca uno scenario al proprio dramma, un accompagnamento al proprio canto.
Ma la sua influenza sulle anime è irresistibile. Alfieri, Foscolo, Berchet, Guerrazzi, gli spiriti più ardenti e sdegnosi paiono larve vicino a lui: egli solo è uomo; la sua penna gronda sangue, le sue lagrime abbruciano, la sua parola abbaglia. È impossibile non credere all'Italia, non sentirsi democratico, non voler soffrire e vincere con lui, dopo averlo letto o udito. Per quanto insufficienti le sue argomentazioni, e discutibili i suoi espedienti rivoluzionari, e poco probabile il disegno totale dell'impresa, e assurda ogni speranza nel risultato, bisogna credergli e seguirlo. Quindi nel giorno della battaglia tutti i volontari saranno suoi neofiti; quando si organizzerà la rivoluzione tutti i partiti politici, che lo tradiranno, saranno stati educati da lui. Ma allora il temperamento religioso e il genio poetico tradiranno Mazzini peggio de' suoi medesimi adepti; egli non saprà essere nè parlamentare, nè diplomatico; gli antagonismi politici lo coglieranno sprovveduto, le passioni e gli interessi non si accorderanno nella sua opera; parrà confuso, incerto, quasi piccolo, finchè il vento della catastrofe, dissipando il polverio delle quotidiane contraddizioni, non scopra nella caduta della repubblica romana la più grande tragedia della storia moderna. Allora Mazzini ne dirà gli ultimi versi, ed esulando da Roma, dopo avervi distrutto il papato, apparirà grande quanto S. Pietro, che diciotto secoli prima vi arrivava esule da Gerusalemme per distruggere Roma pagana e fondarlo.
Costituendo la Giovine Italia Mazzini afferma l'Italia una e repubblicana: il voto di Alfieri, di Parini, di Foscolo, di Monti, di Manzoni, di Berchet, di tutti i poeti si condensa in programma: l'unità accennata dal Romagnosi, propugnata confusamente dal Gioia in un opuscolo, non solo si muta in dogma, ma è finalmente sostenuta con fede incrollabile e con disciplina di argomenti storici e politici contro tutti i partiti italiani. Unità e repubblica: dunque guerra a tutta Italia e l'Europa di allora. Il passato è respinto; non esiste più che l'avvenire. La logica di Mazzini è tanto meravigliosa di lucidezza e di passione, quanto deboli le sue proposte per concretare la rivoluzione. Le antinomie della sua natura religiosa e rivoluzionaria peggiorano la sua già debole posizione. Rivoluzionario come Robespierre e Danton, non dovrebbe pensare che a distruggere, sbrigliando le passioni e versando veleno sulle piaghe del popolo: nel suo primo momento una rivoluzione non può essere che negativa, l'odio solo è la sua formula, tutte le armi, specialmente se cattive, le servono. Invece Mazzini è religioso, e mira piuttosto a rigenerare il popolo che ad emanciparlo: la rivoluzione politica per lui è mezzo, e i mezzi delle rivoluzioni, essendo fatalmente immorali, gli sfuggono. Egli non pensa nemmeno alla possibilità di giovarsi con interessi monarchici o aristocratici: non sa blandire le altre società liberali moderate per assalirle poi: non gli rimangono dunque che la propaganda degli scritti, la grandezza dell'idea e l'eroismo della vita.
Nell'esame storico, che egli fa dell'Italia, coglie bensì lo stato di putrefazione avanzata di tutte le monarchie, ma non indovina perchè il Belgio vittorioso nella propria rivoluzione s'imponga un re, perchè la Francia, dopo le trionfali giornate di luglio, si sottometta a Luigi Filippo, perchè la Grecia emancipata dal Turco accatti un re in Germania, perchè la Spagna in preda ad una rivoluzione permanente non voglia rinunciare alla propria infame dinastia. Per lui queste contraddizioni delle vittorie repubblicane, che concludono sempre all'elezione di un re, sono l'opera ribalda di pochi politicanti: il popolo schiettamente democratico è sempre stato tradito. Ma chi può tradire un popolo? Chi imporglisi? Di questa triste verità, che il popolo ancora dominato dalla tradizione autoritaria non può nè comprendere nè volere la repubblica, egli nemmeno sospetta: quindi non suppone che l'Italia, sorpassando la federazione, possa acquetarsi in una unità monarchica quanto la stessa federazione distrutta. E questo che era il termine più prossimo di progresso per allora, e che poi trionfò, gli pare non solo assurdo ma un regresso. Per lui la conquista d'Italia operata da una monarchia sarebbe un raddoppiamento di tirannide nel re e di abbassamento nel popolo.
L'unità è per Mazzini indipendenza, la repubblica libertà: inutili entrambe e paradossali se non siano unite.
Il programma della Giovine Italia non è dunque quello di un partito, ma di un sistema: anzi il partito è poco più di una scuola politica, con questo incalcolabile vantaggio sulle altre di essere una scuola in azione.