Niuno prima lo conosceva; all'indomani era già celebre.

La sua prima ed incancellabile impressione di fanciullo era stata l'esodo dei rivoluzionari vinti nel 1821; nel 1828 fondava un giornale letterario a Genova sua patria, l'Indicatore Genovese; soppresso questo, l'anno dopo con Guerrazzi e con Bini ritentava a Livorno l'Indicatore Livornese, agitandovi, fra questioni letterarie che rivelavano già una critica superiore, idee politiche incredibili di temerità e di precisione. Incarcerato alla rivoluzione di luglio con altri liberali come reo di carbonarismo, e lo era, quindi esigliato per sempre, riparava a Marsiglia. La continua pensierosità e il pallore, che lo avevano reso sospetto al governatore genovese Venanson, esercitavano sino d'allora uno strano fascino su quanti lo conoscevano. Quindi la fallita rivoluzione dell'Italia centrale lo rivela a se medesimo: l'Austria aveva già occupato metà della penisola, il governo papale, protetto da essa, si abbandonava a feroci reazioni, la Francia di Luigi Filippo tradita tradiva: gli italiani disperavano per l'ultima volta. Il momento è ineffabilmente tragico; a Torino, a Milano, a Modena, a Firenze, a Napoli il dispotismo si rialza spavaldo nella coscienza di essere invincibile; la forza morale dell'idea soccombe alla violenza brutale dei fatti. I più lucidi intelletti si abbuiano, i più forti cuori si accasciano. La carboneria esaurita nel ridicolo di tre sconfitte si disperde negli esigli, offrendo a popoli più capaci d'insorgere i più intrepidi fra i propri cospiratori; dalle corti nessuna lusinga di riforme costituzionali, nessuna possibilità di accordo federativo contro lo straniero. La bandiera nazionale, difesa strenuamente a Rimini dall'ultimo pugno di ribelli, è rimasta sotto un mucchio di cadaveri, lenzuolo troppo breve e non abbastanza glorioso per salvarli dalla ferocia del vincitore e dall'ironia del popolo educato al codardo rispetto di ogni tiranno.

Quindi Mazzini, afferrandola improvvisamente, la sbatte sul volto dei moderati, che l'avevano lasciata cadere nel fango, a Parma, a Modena, a Bologna, ad Ancona: si separa dalla carboneria, e solo, senz'altra autorità che la propria coscienza, altra forza che il proprio genio, sconosciuto a tutti, tratta quasi minaccioso con Carlo Alberto, nuovo re e vecchio traditore, gettandogli il perdono e la corona d'Italia, se la purghi dai despoti indigeni e stranieri; si rivolge alla sconosciuta gioventù, che educata fra il disastro di due rivoluzioni, vergine ed incolpevole, può sola ripararvi col trionfo di una terza. Le nuove persecuzioni che esasperano ogni onesta coscienza, e l'emigrazione di coloro che non possono e non vogliono sottomettersi all'insaziabile tirannide delle polizie, gli porgono le prime attenzioni e i primi compagni: lo stesso slancio republicano della Francia non era ancora al tutto represso. Qualche brivido scuoteva tuttavia l'Italia: Belgio e Polonia, l'uno vittorioso e nullameno in cerca di un padrone costituzionale, l'altra eroicamente ostinata in una insurrezione nazionale ma aristocratica e quindi senza speranza, contraddicevano alle affermazioni della Santa Alleanza; la recente monarchia di Luigi Filippo, nata di rivoluzione, conteneva in germe un'altra rivoluzione; un periodo storico stava per aprirsi alla gioventù, che, non avendo conosciuto la democrazia imperiale di Napoleone, era spinta dal moto del secolo verso la democrazia republicana.

Mazzini si gettò nella tormenta, fondando simultaneamente il giornale e la società della Giovane Italia.

L'uno e l'altra erano e dovevano restare la maggiore originalità politica e letteraria di questo secolo in Italia.

La sua idea è semplice ed universale.

All'unità romana che abbracciava tutto il mondo antico, all'unità cattolica che involgeva ancora il mondo moderno oltrepassando sempre l'Italia ed immobilizzandosi in Roma, all'Italia federale dei comuni, delle signorie, dei principati, dei regni, egli contrappone l'Italia una, individuata in nazione, colla sovranità del popolo, libera, originale nella modernità dei principii proclamati dalla rivoluzione francese, cancellando con ingenua ed eroica astrazione tutte le differenze storiche, gli antagonismi regionali, i dissidi politici, le rivalità economiche, le varietà etnografiche, che vecchie di tremila anni le componevano ancora tutto il presente. Nessuno non nato nel secolo può quindi appartenere alla nuova società, che sostituisce la carboneria sorta nell'impero e succeduta alla massoneria del medio evo. Questa non è condizione di capitano, che esige reclute giovani per arrivare a marcie più rapide, ma un distacco storico di principî e di epoca. Il passato è conchiuso: l'Italia o non sarà, o sarà nella rivoluzione e per la rivoluzione francese. Veterani e residui non sono più vitali; la libertà della nazione non può derivare che da quella dell'individuo come l'individualità collettiva dalla singolare; la sovranità popolare mena inevitabilmente alla republica. Ogni transazione sarebbe contraddizione, tappa inutile, consumo gratuito di forze. Il mito della redenzione di Cristo deve sostituirsi colla realtà di redenzione operata da ognuno in se stesso: tutti gli sforzi debbono concordarsi, ma nessuno può salvare un altro. Ogni individuo singolo o collettivo deve creare se stesso: l'Italia farà da sè.

Principi, governi, leggi, ogni forza pubblica del suo passato cessano di appartenerle, giacchè, cassate dalla rivoluzione francese e riconfermate dalla reazione della Santa Alleanza, hanno perduto persino la legittimità della tradizione: la storia non ha ripetizioni perchè la vita non può avere risorti. La rivoluzione sarà quindi contro spettri. L'Italia dominata da fantasmi non è più sottomessa che a pregiudizi: basterà pensare per non credere, sentire per resistere, muoversi per vincere. La coalizione degl'interessi come non arrestò mai così non arresterà l'espansione delle idee. La coscienza italiana fatta solamente di passato non ha che memorie; la coscienza rivoluzionaria le darà colle idee i sentimenti della vita moderna. Ma Dio è nella coscienza rivoluzionaria, perchè Dio è eterno, e la rivoluzione francese perì per averlo dimenticato.

La rivoluzione francese secondo Mazzini, è l'ultimo trionfo dell'individualismo, la formula suprema del diritto, alla quale deve succedere quella del dovere sociale.

La nuova società è dunque politica e religiosa: una riforma vi dovrebbe precedere la rivoluzione; l'educazione ne sarà mezzo e scopo, poichè la personalità morale è il primo e ultimo termine della storia e della vita. Se le altre sètte politiche non avevano mirato sino allora che a rimutare governi, opponendo coalizioni di diritti costituzionali a leghe di privilegi regali, e, costrette a concentrarsi nell'ombra, si erano poi miseramente disperse affacciandosi alla luce; la Giovane Italia si annunzia per proclami, publica statuti, battaglia nei giornali, si effonde in predicazioni. Parrebbe un moto religioso: la sua forma letteraria è biblica e romantica, la sua passione puritana, il suo proposito educatore, le sue armi le virtù. Dio, presente nella coscienza e nell'opera, è al tempo stesso rivelazione e ragione. Mancano dogmi, riti, l'esteriorità di una nuova religione, ma il principio cristiano vi si riconosce al primo sguardo nell'espressione vaga, che poi si condenserà senza precisarsi nella setta oggi celebre dell'unitarismo; deismo precettivo e morale, poesia fervida e pedante, generosità ed equità ammirabili.