Era una risurrezione dell'antico primato cattolico prima che la grande riforma di Lutero lo spezzasse, e le nazioni si individualizzassero storicamente nel concetto della propria sovranità; ma doveva essere pure l'inevitabile termine di quella scuola reazionaria-religiosa, che, sbigottita dalla rivoluzione francese ed incapace di sbrogliarne i principii, cercava nella storia nazionale un centro ove fortificarsi. Infatti, rinunciando ai dogmi rivoluzionari dell'eguaglianza civile e della sovranità individuale e nazionale, e discendendo nel passato italiano, l'unica idea unitaria era ancora quella del papato. Per esso, come centro del cattolicismo, l'Italia era ancora una originalità e un valore nella storia moderna. Rosmini, meglio temprato e più equilibrato, tendeva alla costituzione di un partito nazionale guelfo, senza precisargli nè programma, nè fisonomia per opporlo all'oppressione straniera, lasciando nella Filosofia del Diritto il diritto politico sulle vecchie basi, e quindi la storia contemporanea nella vecchia assisa e colle immutate relazioni da suddito a sovrano di diritto divino: così egli sperava si sarebbe potuto addivenire ad una confederazione di principi italiani e ad una serie di riforme da essi largite ai popoli, senza riconoscere a questi il diritto di discutere i propri re. Per Gioberti, trascinato da un inconsapevole senso di unità, che in Giuseppe Mazzini era già coscienza politica, il papa come anima dell'Italia stretta intorno al papato come l'antica falange macedonica troverebbe la libertà nella più assoluta disciplina religiosa; i principi italiani non conservavano valore in faccia a Roma, lo straniero lo perderebbe dinanzi al primato italiano necessario al mondo come quello di Roma all'Italia; il popolo si comporrebbe nell'eguaglianza religiosa e in una democrazia cattolica, che gli assicurerebbe una specie di patriziato levitico.
Il genio latino, che, educato all'unità da oltre duemila anni di storia, trovava la propria moderna unità politica in Mazzini capace di comprendere nello stesso principio e nello stesso processo rivoluzionario tutti i popoli servi d'Europa mentre più specialmente s'adoperava al problema italiano, doveva così dare con Gioberti l'ultima formula dell'unità italo-cattolica nello splendore di un paradosso ingenuo a forza di fede, splendido nell'assurdo ed irresistibile di logica.
Questa grande scuola cattolica, nella quale Rosmini era il filosofo e Gioberti il tribuno, ebbe in Cesare Cantù lo storico mondiale. Giovane ancora e con una operosità spaventevole, questi si accinse alla storia universale accettandone per base i principii cattolici, il dualismo degli ebrei col mondo antico, dei cristiani col mondo di mezzo, dei cattolici col mondo moderno; e scrisse una opera immensa di mole, naturalmente più vasta che profonda, superando Bossuet di quanto un libro può superare un discorso, copiando, riassumendo, compilando, servile ed originale, sincero e partigiano, nobile nell'intenzione, altero nel metodo, fiacco nei criteri, ammirabile ed ammirato nella disposizione della materia e nel vigore dell'interpretazione religiosa. Egli fu ancora un campione di quell'unità che affaticava tutti gli spiriti italiani, e un rappresentante della reazione romantico-religiosa che gettava le coscienze in braccio a Roma col doppio spavento delle negoziazioni rivoluzionarie francesi e del trascendentalismo germanico.
Ma a questa corrente presto si opposero in nome di un nazionalismo scientifico e filosofico Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, ai quali s'aggiunsero, minori d'ingegno e più veementi all'assalto, Bianchi-Giovini ed Ausonio Franchi, questi dialettico poderoso, quegli polemista stringato. Giuseppe Ferrari, ingegno di filosofo-storico ben altrimenti superiore a Cesare Balbo, che lo fu nella reazione religiosa investigando i primi secoli della letteratura cristiana, doveva poi dare all'Italia nella storia delle sue rivoluzioni il più profondo ed originale studio delle stesse, e vecchio tentare nella Teoria dei periodi politici l'estrazione della legge matematica dalla storia per assoggettarne tutti i momenti alle previsioni del calcolo. Cattaneo, filosofo della scienza, vi disseminò l'opera propria, richiamando gl'ingegni divaganti alle fatali modernità della vita e propagando nel disprezzo degli apriorismi metafisici le verità accertate dall'esperienza per educare al culto di una ragione, che bastasse a se stessa. Entrambi furono federalisti, iniziando una nuova scuola di rivoluzionari, che dalle ardenti utopie dell'unità republicana o cattolica e dalle timide sottomissioni dei riformisti ostinati a sperare dalla conversione dei principi miglioramenti politici od amministrativi, spingevano all'esame del passato italiano per associarlo non all'unità, primo termine della rivoluzione moderna, ma all'associazione che, essendone il secondo, ne diventerà il trionfo. Così dall'antica storia federale italiana, saltando il processo violento dell'unità, necessario a costituire la moderna individualità politica, arrivavano al futuro federalismo etnografico che esprimerà davvero tutte le varietà del popolo. Ma questo, che politicamente era allora un errore, diventava rivoluzionariamente una colpa, dividendo le forze della rivoluzione. Nullameno l'empietà del loro pensiero, illuminata dalla sincerità della loro vita, giovava all'emancipazione del carattere nazionale dalla schiavitù della morale religiosa, mutata in argomento politico dal clero e riconsacrata dalle affermazioni della scuola neo-guelfa.
Intanto l'efficacia della propaganda letteraria, che i capi della scuola della rivolta aumentavano ogni giorno scrivendo nuovi libri o patendo nuove torture, conciliava le divergenze dello stesso pensiero rivoluzionario nello scopo comune di un'indipendenza italiana. In questo convenivano tutti, meno i preti e i più abbietti cortigiani. E d'indipendenza fremevano i giovani infiammati dall'arte della parola, del pennello o della musica a più alti propositi; Bezzuoli dipingeva Carlo VIII come protestando; Sabbatelli malediceva nell'Aiace; Rossini dalla commedia di Figaro, vibrante d'immortale giocondità, saliva nel Mosè alla tragedia di un popolo schiavo, esalando nel pieno de' suoi cori la passione di un odio e di una speranza, che solo la morte dell'oppressore poteva consolare. Poi nel Guglielmo Tell la tragedia diventava radiosa epopea: il popolo era passato dalle congiure alle battaglie, e la sua vittoria squillava superba di balza in balza sino ai piani d'Italia ove quello stesso straniero invasore la sentiva rabbrividendo come una sfida. Bellini, strappato dal ciclone rivoluzionario alla soavità di un idillio ineffabile, e gittato come un sonnambulo in mezzo alle terribili tribù druidiche, ne ripeteva nella Norma gl'irresistibili inni di guerra contro Roma; mentre l'Italia fremente d'entusiasmo guerriero guardava alle Alpi lontane se i Galli le discendessero un'altra volta a combattere austriaci, principi e preti dietro un nuovo Napoleone.
La Francia non pensava forse sempre all'Italia? Lamennais non aveva esclamato, rivolgendosi dalle Alpi a contemplare gli incantevoli piani lombardi; «Dormi, bella Italia, dormi tranquilla su quello che chiamano il tuo sepolcro; io so che è la tua culla»? E questo augurio del grande apostolo non valeva la desolata ingiuria di Lamartine così baldamente rimbeccata dalla satira del Giusti? Napoleone I morente a Sant'Elena non aveva affermata la futura unità d'Italia? Byron morente a Missolungi non aveva proclamato la necessità d'una republica universale?
Intanto che la poesia ferveva nelle anime migliori, una rettorica inesauribile scorreva per ogni scritto o discorso a riscaldare i più freddi e ad eccitare i più restii; il romanticismo vi cooperava colle proprie smanie, la moda la consacrava colla propria irresponsabilità. Si declamava di guerre, di congiure, d'eroismo, di passioni, di genio; i giovani si drappeggiavano nei mantelli, portando con vanitosa voluttà armi nascoste; le poesie incendiarie sequestrate dalle polizie si leggevano nel segreto di circoli come in convegno di congiurati, il contrabbando dei libri proibiti dava loro il valore d'una battaglia vinta contro il nemico, gli esuli e i martiri diventavano santi nelle menti più fresche, l'odio allo straniero cresceva a furore mal rattenuto, quello al prete inveleniva nel disprezzo. Nelle scuole si coglievano a volo le allusioni dei professori liberali per esagerarle con strepitose ovazioni, le imprudenze abituavano al coraggio, il coraggio vero si addestrava al pericolo. Ma poichè il popolo non partecipava a questa effervescenza spirituale della borghesia, naturalmente la rettorica doveva esserne il difetto, quella ampollosità del pensiero e della parola, del sentimento e dell'azione, che sgonfiandosi al cozzo della realtà lascia tanto disgusto anche nei migliori; e nullameno quella rettorica, oggi così ridicola per la maggior parte de' critici, era allora non solamente l'inevitabile malattia d'un'idea costretta ad esagerare la propria passione per diffondersi, ma un vero ed efficace modo di diffusione nelle masse incapaci di sentirne la verità nella nuda ideale bellezza.
Capitolo Quarto.
Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia
La rivoluzione dell'Italia centrale nel 1831, chiudendo il periodo dei tentativi regionali iniziato coi moti del '20 e del '21, aperse l'altro più fecondo del federalismo e dell'unità. Questa ebbe a campione Giuseppe Mazzini, del quale l'apparizione politica colla lettera anonima indirizzata a Carlo Alberto fu come uno scoppio di fulmine nell'atmosfera torbida della vita italiana, che diradandola lasciò vedere nell'avvenire un'idea precisa.