Nella letteratura politica, dopo il Conciliatore, le opere di Guglielmo Pepe e di Santorre Santarosa rivelano meglio di ogni altra le idee d'allora negli uomini d'azione, che, separati dalla vita nel segreto delle sètte, non solo vi diventano incapaci di afferrare il significato storico di un momento, ma non v'imparano nemmeno l'abilità necessaria alle cospirazioni. Al disopra di esse levasi per senno politico la storia della rivoluzione napoletana di Vincenzo Coco: dopo di essi il Colletta e il Botta, fra la turba degli storici accumulanti in lavori parziali l'immenso materiale della futura grande storia d'Italia, esprimono un altro momento dell'opinione publica italiana. Quegli bonapartista, nemico della carboneria e uomo del potere anzitutto, giudica la rivoluzione napoletana del '20 come una serie gratuita di errori, senza afferrare la causa recondita di un movimento storico, che pure riceve contraccolpi da tutto un moto europeo; non sente la fatalità dell'antitesi in quel processo rivoluzionario, al quale mancano i due grandi principii dell'unità e della sovranità nazionale; ma, nemico implacabile della monarchia borbonica, la trascina alla gogna dell'immortalità colla paziente passione di una analisi, cui nulla sfugge. Senonchè il suo pensiero si offusca alla fine: fra i regii sempre carnefici, e i rivoluzionari sempre inetti, l'avvenire è impossibile. Il bonapartismo fallito non può ripetersi; la religione ridotta dai preti ad arma di battaglia non saprebbe mutarsi in sostegno; il popolo non esiste e non esisterà; l'Italia non è, non fu, non sarà mai che una regione spezzata in singoli Stati; e lo storico, rifugiandosi indarno nell'angustia di un concetto puramente napoletano, muore senza risolvere il problema impostogli dalla propria storia. Quando questa uscì, il successo ne fu immenso: si parlò di Tacito, si ammirò la severa grandezza dello stile classico, al quale avevano collaborato il Giordani, il Niccolini e il Capponi; ma di nobile e d'importante davvero non ne scaturiva che l'odio alla monarchia borbonica, così intenso da propagarsi in contagio contro ogni altra monarchia.

La conclusione, che il Colletta non aveva osato di trarre dalla propria storia, la cavò il Botta, e fu un odio profondo ed ingenuo contro la rivoluzione francese venuta a turbare il naturale sviluppo della storia italiana. Colletta era rimasto vittima della crisi nell'impossibilità di conciliare la doppia impotenza dei regii e dei rivoluzionari in un'idea di progresso; Botta si cacciò risolutamente indietro, isolando il passato d'Italia ed isolandola da tutto il mondo. Egli non si domanda il perchè della rivoluzione o dell'impero francese: le tempeste e le disgrazie hanno forse sempre un perchè? Secondo lui la libertà era antica in Italia, le repubbliche di Genova e di Venezia l'avevano applicata coll'equa combinazione di un patriziato immobile e di una democrazia municipale. Perchè dunque erano finite così tristamente? Botta non se lo chiede. La Francia, compiendo di sopprimerle, non reca in Italia che leggi geometriche; ma l'assoluta uguaglianza civile, che sola può produrre la sovranità nazionale, ripugna al vecchio italiano. La rivoluzione francese non ha che a presentarsi per vincere, e Botta profondamente innamorato del proprio paese dimentica la propria autorità di storico, colla quale aveva condannato la nullaggine infame di tutte le corti italiane, per sposare subitamente la causa dei vinti contro i nuovi barbari. Ogni mossa dell'esercito francese per lui è un errore, ogni riforma una profanazione; i liberali sono parricidi, i reazionari possono essere assassini, ma in fondo hanno ragione. La caduta del potere temporale non soddisfa più in lui il giansenista, la sostituzione di Murat a Ferdinando IV non lo compensa, il benessere prodigato dal governo unitario dell'impero napoleonico non lo appaga. Il suo patriottismo italiano trionfa della sua ragione: le republiche improvvisate e morte eroicamente, come quella di Napoli, non vietano a lui democratico il rimpianto delle vecchie dinastie cadute senza decoro nè di diplomazia nè di battaglia. Quindi rifugiato nell'adorazione di Torino, spia la caduta dell'impero aspettando il ritorno dei Savoia, dai quali non chiede e non aspetta nulla, ma nei quali sembra sentire istintivamente la continuità della storia italiana: e alla fine della propria storia, scorato e confuso, conclude in un lamento sull'incorregibile perversità umana e sull'inutilità di seguirne le vicende.

L'esagerazione dell'odio alla Francia aveva già toccato gli ultimi termini nel libro stravagante di un altro piemontese, il conte Galiani di Cocconato, che paragonò l'invasione francese alle calate dei barbari.

L'influenza del Botta sul pensiero nazionale fu efficacissima. La sua sincerità nel rivelare gli orrori delle corti italiane scemava l'effetto del suo odio alla rivoluzione francese venuta a spazzarle, mentre il suo patriottismo, che aveva resistito a tutte le speranze della libertà per passione della patria indipendenza, rinfocolava l'odio all'Austria ben più tirannica di Napoleone. La sua irreligione, i suoi istinti democratici persistenti nella disperata difesa dell'aristocrazia per opporla alla demagogia straniera giovavano nella nuova guerra contro l'autorità dei papi e dei principi, cui il ravvivarsi della religione per opera della reazione romantica ridava forze più minacciose. Che se il suo scettico scoramento sminuiva nei lettori la fede ai destini della patria, il nuovo pessimismo della scuola romantica, ebbro di violenze patriottiche, bastava a temperarne l'effetto; mentre l'autorità dello storico, allora immensa, serviva come arma contro coloro che avrebbero voluto vedere la salvezza solo in un ritorno all'antico.

Il principio rivoluzionario abilissimo a giovarsi di tutto non derivava dai due storici che gli effetti della loro critica al passato, lasciando all'entusiasmo dei giovani scrittori aprire le porte del futuro colla magica chiave dei sogni. Perché il presente di quella reazione monarchico-austriaca fosse irremissibilmente condannato nella coscienza della nazione bastava che nessuno dei magni spiriti, combattendo il liberalismo per le tragiche ed incomprensibili contraddizioni de' suoi primi momenti, si ergesse difensore del passato: e nel passato si poteva come Botta condannare per patriottismo l'invasione francese, non assolvere i principii dei vecchi governi in nome dei quali si pretendeva ancora di governare.

Ma la corrente rivoluzionaria ingrossava tutti i giorni. Una turba di minori letterati, accodandosi ai grandi, ne rinforzava e ne diffondeva l'opera; il rispetto alla religione cresceva nei più per influenza della scuola manzoniana; ma il nuovo sentimento religioso, sorto come reazione contro l'empietà rivoluzionaria, non l'aveva al tutto dimenticata, e separava involontariamente la religione dal clero: questo non poteva più essere stimato che a patto di conformarsi interamente allo spirito di quella. I nuovi credenti non avevano che a ricordarsi per ritornare increduli: l'ingenuità della vecchia superstizione era finita; il cattolicismo profittava della crescente religiosità delle anime senza contenerla intera, giacchè la filosofia, la poesia e la patria stessa se ne toglievano gran parte. L'eroismo ateo della rivoluzione passava nella religione, che aveva ceduto così vilmente il campo alle prime bufere del 1793 per ritornare tremante fra i gendarmi dell'impero napoleonico e soccombere daccapo alla loro violenza. L'opposizione del clero al patriottismo liberale, costretta ad allearsi collo straniero oppressore, disgustava anche i più arrendevoli fra i credenti: le stesse plebi brutali malmenate dalla polizia cessavano di vedere nei liberali tanti eretici. Solo i contadini, lontani da tutte le influenze civilizzatrici dello spirito, rimanevano ligi al clero; ma, chiusi nell'inerte egoismo della propria segregazione, non potevano offrire, e non offersero poi, soldati nei giorni della battaglia.

La quale, diversificandosi per tutte le forme, che il pensiero può assumere nell'azione, si rinnovava ogni giorno e in ogni luogo, nel discorso e nel libro, nell'allusione e nella reticenza, negli scavi dell'erudizione e nelle visioni della poesia, nelle proposte commerciali e nelle ipotesi scientifiche, nell'italianità e nella nazionalità, che uomini e cose, affermazioni e negazioni, esprimevano contro la reazione monarchico-clericale guidata dall'Austria.

Rosmini e Gioberti.

Ma come fondamento al vasto e confuso edificio letterario, che la nuova coscienza nazionale alzava per disciplinarsi all'azione, una nuova filosofia allargava con sapiente lavoro le basi del pensiero. Mentre il Galluppi, fedele alla filosofia sperimentale inglese oppugnava la Genealogia del pensiero del Borelli attaccandosi a Kant senza troppo comprenderlo; e il Poli, con tentativo più generoso che fortunato, imbastiva un eclettismo universale per opporlo a quello prestigioso del Cousin; e il padre Ventura, obbedendo inconsciamente al moto risospingente gli spiriti nel passato per conquistare nuove idee, mirava a risuscitare la scolastica innestando la filosofia sulla rivelazione; e Terenzio Mamiani, ingegno forbito, mirabile per facilità di dilettantismo in ogni ramo del pensiero, affrettavasi a sciogliere tutte le questioni riducendole a quella sola del metodo, già noto secondo lui in tutta la sua assoluta verità agli antichi italiani; due primissimi intelletti stampavano nella storia del pensiero nazionale ben più vasta orma. Contemporanei, dottissimi, diversi nell'ingegno e nel carattere, furono avversari, e nullameno concorsero politicamente nello stesso concetto. Rosmini si oppose al criticismo dissolvente di Kant, Gioberti all'idealismo trascendente di Hegel; ma entrambi rimasero inferiori alla logica del primo e alla sintesi del secondo. Rosmini fondò il metodo psicologico con insuperata precisione di analisi; Gioberti salì impetuosamente sull'ontologia per dominare da essa tutto lo scibile, capovolgendolo spesso nelle più arbitrarie e bizzarre prospettive. Quegli era un intelletto, questi una fantasia filosofica; l'uno un carattere sacerdotale, l'altro un temperamento tribunizio irresistibilmente facondo e ciarlatano; l'opera di Rosmini prosegue, quella di Gioberti si è arrestata. Ambedue furono cattolici ed agguerrirono il sistema cristiano contro gli assalti della metafisica tedesca e della scienza moderna, per quanto era sistematicamente possibile.

Politicamente conclusero al neo-guelfismo: Rosmini vi arrivava lentamente e solidamente per deduzioni scolastiche lasciando la creazione nel mondo, la ragione sotto la rivelazione, la storia sotto la provvidenza, la politica sotto la morale, la morale sotto la religione, la religione sotto la santa sede, e questa sotto il pontefice come sotto la più alta, antica ed universale autorità italiana. Gioberti, sempre oscillante nelle opinioni, rivoluzionario a Torino, poi esiliato ed ultramontano nel Belgio, spregiatore d'ogni pensiero filosofico antico o moderno non suo, intricato come una foresta e proteiforme come il mare, nemico della Francia e poscia suo ammiratore, alleato di Rosmini quindi suo implacato nemico, si spinse all'ultra-cattolicismo. Siccome il papa era in Italia, a lui spettava, secondo Gioberti, di rialzarla, e a questa di redimere i popoli d'Europa dalla barbarie, nella quale erano piombati. «Roma essendo più ideale dell'Italia, l'Italia dell'Europa, l'Europa dell'Oriente e l'Oriente del mondo, ciascuno di questi aggregati viene ad essere il contenente ideale dell'altro, come l'anima del corpo, l'idea dello spirito e Dio dell'Universo». «L'Italia è l'organo della sovrana ragione, della parola regia e ideale, la sorgente, la regola, la guardia di ogni nazione, d'ogni lingua, poichè ivi risiede il capo che dirige, il braccio che muove, la lingua che insegna, il cuore che anima la cristianità». «Roma deve dominare la confederazione dei principi italiani, l'Italia deve sostituirsi alla supremazia francese, riprendere la sua superiorità su tutti i popoli, avere le proprie colonie, convertire la Russia, reintegrare la Germania nell'antica fede, soccorrere l'Inghilterra nell'imminente sua crisi». L'Italia diventava cosa universale, soprannaturale, sopranazione, capopolo: gl'italiani erano i leviti della cristianità, Roma l'ombelico della terra.