Però un'intenzione italiana animava ogni scritto. I giornali scarsi, mal redatti, diretti da gazzettieri ligi alla polizia, non potevano diventare arma di battaglia contro i governi, o, tentandolo per opera di giovani animosi, erano presto soppressi. D'altronde il popolo in gran parte analfabeta non leggeva. I libri valevano meglio, perchè capaci di lasciare più profonde impressioni e di educare opinioni più durevoli. La grande massa del pubblico rimaneva nullameno svogliata: quelli che, leggendo per ozio di vita o cultura di spirito, partecipavano col pensiero alla vita spirituale della nazione, erano stati educati quasi tutti dal clero o nell'abitudine di famiglie egoisticamente chiuse in se medesime e timorose di ogni novità per troppo lunga esperienza di servitù. La bigotteria, profittando del nuovo fervore romantico verso la religione, affettava grande e signorile importanza; l'impossibilità materiale d'una rivoluzione, che i ripetuti tentativi infelici disonoravano nel timido buon senso dei più, rafforzava il rispetto ai principi, mentre lo spionaggio delle polizie assiderava ogni calda ed improvvisa risoluzione.

Il dualismo letterario.

Quindi delle due grandi scuole letterarie, che allora si divisero il campo, quella della rassegnazione e quella della rivolta, la prima fu la più numerosa ed accetta. A capo di essa splendeva Alessandro Manzoni, guidava la seconda Francesco Domenico Guerrazzi: entrambi poderosi nell'ingegno, profondamente e largamente originali. Intorno a Manzoni si strinsero Pellico, Grossi, Torti, Tommaseo, più tardi il Carcano e il D'Azeglio; con Guerrazzi instava scettico ed appassionato il Bini, tempestava il Berchet, poi folgoreggiò il Niccolini; da Napoli lanciava inni simili a girandole il Rossetti, quindi stridè la satira del Giusti; alto su tutti, più moderno e nulla meno antico quanto il dolore umano, si librava Leopardi, quasi immagine disperata della patria che quegli sforzi generosi non avrebbero salvato.

Ma se nel Manzoni un cattolicismo troppo più cristiano di quello politico di Roma attutiva le passioni esasperate dall'oppressione indigena e straniera, attirando l'egoistica prudenza dei molti piuttosto a speranze di riforme graduate che alla necessità di una rivoluzione nazionale, il sentimento di questa era pur così vivo nel grande poeta da ispirargli tra gl'inni dell'Adelchi la più rovente rampogna di battaglia. Nel suo stesso romanzo tanto lodato, attraverso la falsità di caratteri popolari che allora parvero meravigliosi di esattezza, e sotto il velo di una morale che sconsigliando la lotta conclude fatalmente alla tirannia dei malvagi responsabili solo in faccia a Dio, si coglie una onesta intenzione democratica, che riconosce unicamente nel popolo la poca virtù capace di albergare sulla terra. Ma contro Manzoni, del quale la coscienza religiosa e semi-rivoluzionaria, accordandosi con quella della massa, doveva rimanere come specchio di quella della nazione, sorgeva tempestando il Guerrazzi. Preso nell'orbita della grande cometa di Byron, egli è fosco e solenne, impetuoso e compassato, credulo e scettico: la sua collera come quella del mare gitta schiuma e ruggiti, la sua parola scoppia come il baleno, la sua passione ulula come una bufera. Libertà, odio allo straniero ed al prete, orgoglio italiano, antagonismo regionale, amore democratico e rancore plebeo, pessimismo ateo e deismo biblico, tutto fermenta nel suo spirito; incapace di misura, nullameno conserva sempre l'atteggiamento scultoriamente classico di un gladiatore; tribuno, fonde la veemenza dell'apostolo con quella del profeta. I suoi libri spesso pensati e scritti nelle carceri sono battaglie: il suo disprezzo per la gente è un tonico che la fortifica, le sue invettive hanno il vigore di un'argomentazione, la sua teatralità abitua ai pericoli delle parate per giungere a quello degli scontri.

Nessun scrittore fu allora utile e potente più di lui, nessuno pure doveva essere più presto dimenticato. E mentre il Guerrazzi, facendo dell'arte una catapulta, scagliava i propri libri come macigni sui nemici della patria, Berchet esule lanciava da lungi canzoni di guerra e di maledizioni che facevano stringere convulsamente le mani cercando un'arma a chiunque le ascoltasse; Niccolini risaliva sonante di lirica sul teatro di Alfieri, mutando la tragedia in una battaglia per la libertà, spesso a rovescio della storia, moltiplicando personaggi e fantasmi che parlavano contro i tiranni, come irrompono i torrenti e divampano gl'incendi; Giusti ravvolto nell'anonimo, come l'eterna satira popolare, gittava fra quelle ardenti declamazioni lo stridore di un sarcasmo che finiva di rendere spregevoli i nemici della patria, già diventati odiosi a forza di essere odiati. Vivido, leggero, infallibile nella malizia quanto l'antico popolo di Firenze, il nuovo poeta coglieva il falso di ogni partito, spingendo alla rivoluzione collo scherno a tutte le autorità, e con così intensa passione di patria da mutargli spesso il lazzo amaro in un eroico urlo di sfida.

Ma sulle due scuole della rassegnazione e della rivolta, sui nuovi guelfi e ghibellini, su coloro che non avrebbero voluto sacrificare il cattolicismo alla rivoluzione, e quelli che dichiaravano la libertà inconciliabile colla religione, Giuseppe Mazzini, alto nello sforzo di riassumere le due opposte tendenze, predicava l'insurrezione in nome del diritto e il martirio in nome di una religione che del cristianesimo accettava quasi tutta la parte essenziale. Scrittore politico più rivoluzionario ed efficace di tutti, dava corpo agl'incerti fantasmi delle due scuole colla doppia formula dell'unità e della republica italiana in una prosa serrata come una falange e nullameno sinuosa come un'onda, balenante e melodica, esatta come una geometria e capziosa come una pittura, italiana più che quella medesima di Machiavelli e tanto moderna che oggi pure nessun'altra ha ancora saputo ripeterne l'animosa ed animatrice naturalezza.

In tanta effervescenza di novità si rivangava naturalmente il passato; a ciò spingeva la passione romantica, e quella dialettica storica che costringe i popoli ad estrarre il futuro dalla coscienza del proprio passato. La morta erudizione si animava d'intenzioni creatrici, i congressi scientifici fingevano assemblee nazionali, i canti del popolo erano sfide alla tirannide, le allusioni dei libri e dei discorsi avevano l'improvviso e la precisione delle coltellate. La stessa questione della lingua dibattuta con tanto accanimento si mutava in problema nazionale, giacchè l'insurrezione di tutte le provincie contro la primazia toscana e la confusa difesa di quest'ultima menavano all'unità di un linguaggio piuttosto parlato che scritto, non più imbalsamato nella tradizione, ma vario e mobile come la vita. La critica, trascinata dall'istinto novatore della letteratura, cangiava i vecchi canoni delle scuole per accoglierne altri dalla storia e dalla filosofia; l'arte ribattezzata da Canova nel classicismo greco, spezzava con Bartolini il sacro fonte per avventarsi a mal comprese originalità; si moltiplicavano le storie regionali, s'investigavano gli archivi, si cercava il segreto delle epoche trascorse quasi per indovinare quello dei fatti imminenti.

Il contatto e la diffusione delle letterature europee spronavano a grandi cose col confronto umiliante dello stato attuale italiano, giacchè la boria del passato, diventando argomento contro l'oppressione straniera, non toglieva di sentire a quanta distanza si fosse ancora dalle nazioni che guidavano il movimento europeo.

Bisognava tutto rinnovare e tutto fu miracolosamente rinnovato. Giammai l'Italia ebbe più grande operosità spirituale; dalla ristorazione del '15 alla rivoluzione federale del '48 il numero dei grandi italiani è tale che fa battere il cuore di nobile orgoglio.

Colletta e Botta.