Capitolo Terzo.
Il pensiero politico nel moto letterario

I primi gruppi.

Questi rivolgimenti politici si ripercuotevano nel pensiero nazionale.

Al tempo dell'impero napoleonico l'opposizione non era rappresentata che da impiegati malcontenti e da giovani esaltati nelle classiche memorie dell'antichità: pei primi tutte le questioni diventavano amministrative, pei secondi svaporavano in prediche poetiche di ribellione indecisa contro le cose e le persone; giù nella massa il sentimento nazionale, volendo chiamarlo così, era intorbidato tanto dai benefizi delle nuove idee liberali quanto dalle inevitabili vessazioni della dittatura militare; peggio ancora pregiudizi regionali, religiosi e sociali falsavano ogni giudizio. Ma colla ristorazione austriaca la scena cangiò: alle angherie dei francesi, sempre larvate da promesse di un regno italico o consolate da speranze di facili miglioramenti, successe un'oppressione senza diritti e senza avvenire: l'Austria schiacciò popoli e principi, cancellando ogni idea liberale della rivoluzione francese. Naturalmente questo bastò perchè coloro medesimi, i quali da principio non simpatizzavano troppo con essa, ne capissero tosto il valore e la verità. Il pensiero si destò ai gridi di dolore della coscienza italiana. Quindi nella nuova ricomposizione dei partiti l'opposizione si spostò, formandosi a gruppi con elementi bonapartisti e liberali d'ogni gradazione, per passare indi a poco in ogni forma di letteratura. Al di fuori delle corti e delle polizie, nelle quali interessi privilegiati e coalizzati toglievano di sentire la contraddizione della politica governativa colla vita italiana per risognare un passato, che gli eccessi medesimi della reazione constatavano impossibile, ogni coscienza culta e disinteressata doveva fatalmente accorgersi che l'Italia aveva bisogno di maggiore libertà e di leggi migliori.

L'opposizione fu dunque in tutti, ma non si esplicò che nella azione dei più forti.

La scuola di Monti agonizzava entro la scenica decorazione, nella quale aveva ospitato con servile indifferenza avvenimenti e padroni d'ogni sorta: quella di Foscolo, nobile d'intenzioni ed austera nel carattere, cresceva nella passione dei giovani, che affacciandosi alla vita sentivano ventarsi sulla fronte l'aria di un secolo nuovo. La grande rivoluzione letteraria del romanticismo giunse anche in Italia a sommuovere gli ultimi strati classici, che Foscolo stesso aveva rispettati. Ma il romanticismo innovatore ed insieme reazionario, ritogliendo l'arte alla tradizione delle scuole per rituffarla nella vita del popolo e rivelarle con altra interpretazione tutto il passato, implicava un ritorno alla religione; e questa contraddizione agli istinti del secolo produceva una bizzarra ed intensa passione per tutte le antichità medioevali. Quindi un'altra divisione di scuole venne a scindere l'opposizione, che il dispotismo straniero avrebbe sempre più condensato. La tormenta della grande rivoluzione francese placandosi lasciava negli spiriti un immenso bisogno di pace e di fede; si cominciava a comprendere la falsità del metodo rivoluzionario altrettanto assoluto nella distruzione che assurdo nell'ateismo; s'inorridiva degli eccessi francesi, si diffidava del popolo, nel quale il carattere era ancora di plebe. Laonde la scuola francamente rivoluzionaria non ebbe più rappresentanti; invece quella romantica, malgrado le proprie inconciliabili antinomie, apportava una formula che la costrinse a rapido e magnifico sviluppo. Il romanticismo era anzitutto libertà letteraria.

In Italia il primo gruppo di combattenti si strinse a Milano, rimasta come capitale momentanea del regno italico il maggiore centro letterario, e fondò un giornale col titolo falso di Conciliatore. Lo scrivevano Confalonieri, Pellico, Romagnosi, Rasori, Ermes Visconti, Berchet, Borsieri e Pecchio. La loro prima battaglia fu contro la letteratura vacua e pretenziosa degli ultimi classicisti, che, perduta la pompa affascinante di Monti e la scarna austerità di Alfieri, rimbambivano nella pedanteria dei precetti scolastici o nelle puerilità armoniose della lingua. A costoro, che seguitavano ricantando i classici, opposero Camoens, Shakespeare, Byron, Schiller, Goethe; poi dalle questioni letterarie si discese alle pratiche, appassionando gli animi pel mutuo insegnamento, pei battelli a vapore, per l'illuminazione a gaz; si evocarono le memorie del regno italico: si toccò la linea che separa la politica dalla letteratura. Ma la disputa rinfocolandosi trasse i giovani combattenti fuori del campo, cosicchè si videro il giornale soppresso (1819) da un ordine della polizia, mentre badavano a combinare l'alleanza della politica colla letteratura accogliendo in un bizzarro eclettismo le idee più disparate, dalla costituzione spagnuola all'estetica tedesca e all'economia inglese.

Il gruppo si sbandò, molti perirono tragicamente. I processi del '21 dispersero nelle carceri o negli esigli gl'ingenui novatori: Rasori si rituffò nella medicina, illustrandosi ed illustrandola; Romagnosi, sfuggito alla condanna, si chiuse nell'operosità di studi filosofici; Borsieri suo discepolo, Confalonieri, Silvio Pellico sparirono negli antri dello Spielberg. Ma la breve propaganda aveva così poco toccato il popolo che i condannati furono coperti d'ingiurie attraversando Verona: quindi parvero dimenticati. Silvio Pellico, allora leggermente volterriano, fors'anco materialista, di tratto in tratto economista come scolaro di Gioia, amico di Foscolo, poeta più melodrammatico che tragico, anima più sensibile che appassionata, si fiaccò nel carcere. Quello sgomento, che già aveva sorpreso Manzoni meditando sulle tempestose tragedie della rivoluzione francese, lo colse negli squallidi silenzi della segreta, in quella eterna luce di tramonto che gli scendeva dall'alto delle inferriate come un gemito. Il romanticismo che covava nel suo spirito si sviluppò. Pellico si convertì alla religione dei propri carnefici e scrisse Le mie prigioni, spaventevole poema, con alcuni carcerieri, pochi personaggi muti, due o tre compagni d'infortunio, una prigione buia, un imperatore invisibile al disopra di tutti e Dio al disopra dell'imperatore. Il cospiratore era vinto, il nuovo cristiano predicava coll'antico fervore del congiurato la rassegnazione alla schiavitù, additando lo stesso cielo in nome del quale tiranni e preti opprimevano. L'immenso successo delle Mie prigioni, quando furono stampate nel 1831, rivelò lo stato della coscienza nazionale ancora troppo soggetta alla codarda morale del clero e troppo poco educata all'orgoglio delle battaglie.

Ma soppresso il Conciliatore, usciva a Firenze l'Antologia, raggruppando altri ingegni e riprendendo la guerra. Dante, che Monti aveva travisato in una sonante ed abbarbagliante imitazione, risorgeva come poeta nazionale per opera specialmente di Foscolo: si moltiplicavano le edizioni della Divina Commedia, nuovi commenti non più informati a piccinerie filosofiche o erudite apparvero; Arrivabene e Troya vi si distinsero, poi tutti vi si cacciarono falsando con intenzioni patriottiche il significato del poema, che nullameno giovò a ricostituire la coscienza letteraria. Un gran fervore di studi si apprese alla gioventù: le Accademie si dettero a utili e nobili lavori, si vollero forme moderne e idee nuove. L'antico tipo del letterato pretensioso e disutile scomparve, ogni libro ebbe uno scopo sociale; non fu più permessa la puerilità di quei diverbi letterari che avevano divertito l'ozio delle passate generazioni. Ma gli scrittori erano tuttavia divisi, oltre che per scuole, in gruppi regionali non senza lievito di ostilità: i libri più divulgati in Toscana erano appena noti in Lombardia, quelli di Napoli per giungere a Torino dovevano impiegare molti anni. Nè il mestiere dello scrittore era senza pericoli e dolori: i governi sospettosi vegliavano e censurando condannavano: la pubblica opinione poco giovava: la stessa coscienza degli autori, combattuta da principii inconciliabili di autorità e di emancipazione, non trovava sempre in se medesima l'energia di una lotta, nella quale il riposo era conteso e negato il trionfo.