La diplomazia, fingendo riconoscerli sufficienti a garantire l'ordine nello Stato pontificio e dimenticando il proprio Memorandum, lasciò al papa ogni libertà di sgoverno: forse ella stessa aveva compreso l'impossibilità di spingere l'immobile amministrazione papale sulla via di una qualunque riforma, o forse la reazione universale la persuase in favore dell'assolutismo pontificio. Solo il ministro inglese lord Seymour si rifiutò di segnare la dichiarazione (gennaio 1832), colla quale si affermava che, avendo il pontefice pienamente adempito le proprie promesse di riformare lo Stato, occorrevano ora alla quiete d'Europa le misure repressive da lui prese contro gl'incontentabili ribelli.
Il risultato dell'intervenzione franco-austriaca negli Stati romani fu di costringere carboneria e sanfedismo ad uscire dal segreto delle sètte per combattersi all'aperto, precisando meglio l'antagonismo fra rivoluzione e governo: la rivoluzione degli Stati romani per contraccolpo modificò la condizione di tutti i partiti italiani. Quello assolutista si scisse: i sanfedisti degli Stati pontifici inclinavano all'Austria, mentre quasi tutte le altre società cattoliche d'Italia se ne staccavano impaurite, volgendosi ai principi indigeni. Il protettorato austriaco spaventò: si credette di poter resistere alla rivoluzione colla forza paesana della religione e della legittimità: era un primo passo all'emancipazione dello straniero, uno di quei mirabili accordi fra le forze antagoniste di una società, nei quali sembra spesso compiacersi la storia. Quindi il clero si alleò ovunque alle polizie paesane.
Il partito confusamente nazionale, da bonapartista e militare come al tempo della prima ristorazione, perdendo pressochè ogni spirito bellicoso, si mutò in riformista. Con questo spirito aveva governato l'ultima rivoluzione priva di forze soldatesche e quindi anche più inetta di quelle del '21. Laonde, non potendo sperare ulteriormente in sollevazioni o in costituzioni largite da principi, dei quali aveva fatto tanto misera esperienza, si volse a patrocinare le forze più vive della società, le lettere e le industrie, i congressi scientifici, le strade e le ferrovie. Così formò un'opinione publica intelligente ed operosa, che disarmò in parte il feroce terrore dei principi per ogni riforma, e, divulgando con efficacia idee e sentimenti politici, potè persino penetrare nelle corti. Il liberalismo, distinguendosi dalla rivoluzione, divenne come un campo, nel quale i due eccessi politici della nazione potevano incontrarsi per tentare qualche effimera conciliazione. Ma clero e nobiltà tiravano l'assolutismo italiano a nuove violenze, distruggendo i lenti e faticosi approcci del liberalismo riformista, costretto a consumarsi nello sforzo di riprodurli ogni giorno.
Il partito democratico invece fu rialzato vivamente dalla rivoluzione di luglio, nella quale apprese la necessità delle armi e di fare da sè. Il nuovo successo non fece che schiarirgli nella coscienza l'idea di una rivoluzione veramente italiana e simultanea contro preti, nobili, principi e stranieri. Gli ostacoli erano troppi e troppo forti. Nullameno il distinguerli e misurarli era già un immenso vantaggio; si usciva finalmente dalle ridicole teatralità della carboneria segreta, si smettevano gli inutili vanti degli avanzi napoleonici, si cercava sopratutto una nuova propaganda che affratellasse nella passione e nella fede. Contro tanti e sì potenti nemici non era difficile comprendere che solo il popolo, immenso di numero e di forze per quanto ignaro ed incerto, poteva combattere.
Il grido di Ciro Menotti morente: non vi fidate a stranieri! doveva fra poco essere raccolto dal genio eroico del risorgimento italiano.
Intanto le repressioni seguitavano infuriando. Il governo pontificio difeso da francesi, austriaci, truppe indigene, due reggimenti di svizzeri, volontari, centurioni, non avrebbe dovuto consigliarsi colla paura; nullameno punendo insanì. Chiuse le università per consentire poi l'insegnamento delle scienze a maestri privati, negò i gradi accademici a tutti i giovani anche minorenni mescolati alla rivoluzione, molti respinse dal fòro, a tutti attraversò ogni carriera onorata. Così aumentava il numero dei settari. Disciolti i consigli comunali e condannati quanti tale dissoluzione non approvassero, vennero mutate le già arbitrarie rappresentanze municipali in congreghe servili e faziose; perseguitati i liberali, negati i passaporti, sorvegliate le famiglie, violati i domicili. Finanze, industrie, commercio, polizia, tutto peggiorò.
La mite Toscana soppresse il giornale l'Antologia; fu bandito il Colletta moribondo; incarcerati il Salvagnoli, il Bini, il Guerrazzi; e si sarebbero perfino invocati gli austriaci, se il vecchio Fossombroni opponendovisi non fosse stato ancora tanto stimato da poterlo impedire. Nullameno altre condanne di esilio colpirono il La Cecilia, il Poerio, il Giordani: l'antica ospitalità, che aveva fatto della Toscana il paese più gentile ed amato d'Italia, cessò. Sull'animo poco schietto e meno coraggioso del granduca Leopoldo II pesavano le minaccie di Vienna e i suggerimenti del Piemonte, spingendolo a crudeli repressioni coll'accusa di usare clemenza per sedurre i liberali e diventare con l'opera loro re costituzionale di una Italia libera. Eroica ingiuria, che nessun sovrano d'Italia poteva allora meritare! Così re Carlo Felice, al quale nei primi rumori della rivoluzione di Bologna era stata presentata una supplica, secondo il remissivo procedere dei liberali piemontesi, per ottenere più liberi ordinamenti, rispose collo stringersi all'Austria contro ogni istanza di lord Palmerston e col cacciare in carcere i supplicanti: fra questi primeggiavano il Bersani, il Balestra, il Brofferio. Carlo Alberto succedutogli (21 aprile 1831) li prosciolse, ma lasciando nelle prigioni i traditi cospiratori del '21. Triste inizio di regno che doveva finire più tristamente! Il nuovo re per unica riforma diede un consiglio di stato di nomina regia e con voto consultivo su materie dal governo proposte: come prima idea politica si accodò all'Austria per sottrarsi ad ogni liberale influenza francese. Ma all'indomani della sua assunzione al vecchio trono di Savoia, ridotto negli ultimi anni ad insozzato predellino del trono imperiale degli Asburgo, gli scoppiava sul capo, violenta come una bufera ed abbagliante come un sole, la prima lettera di Giuseppe Mazzini, giovanissimo e già esule dall'Italia, per ricordargli il tradimento del '21 e promettergli il perdono da una vittoria italiana. Le più calde pagine di Machiavelli diventavano gelide al confronto di questa lettera, che bruciò quante coscienze la conobbero, e, passando anonima di mano in mano, parve scritta dall'Italia stessa al nuovo re di Piemonte. Chi poteva mai, scrivendo così, sottrarsi alla gloria del proprio genio?
A Napoli Ferdinando II, succeduto a Francesco I, sordidamente avaro e non meno simulatore del padre, finse onesti sentimenti con un'anmistia politica, che, alleviando le condizioni dei condannati, non mutò affatto i criteri del governo. Questi, cresciuto dai gesuiti alle più assurde idee del dispotismo, non ebbe e non potè avere alcun concetto politico. La sua affettata passione pei soldati non era che sfogo di giovanile iattanza e astuta misura per assicurarsi del loro favore dopo quello della plebe; infatti l'animo suo stupidamente malvagio si rivelò nella nomina di Del Carretto, il feroce incendiario di Vallo, il distruttore di Bosco, a successore dell'Intonti nel supremo magistrato della polizia, quando quest'ultimo per carpire al re una qualunque costituzione simulò coi propri agenti e d'accordo coi liberali congiure di rivolta. La nomina di Del Carretto fu la risposta del re, pronta ed inesorabile. Poco dopo a Messina, nel luglio del 1831, Ferdinando II, passando una rivista militare, ordinava una carica alla baionetta per cacciare nel mare metà della popolazione intenta allo spettacolo. E rise di questa sanguinaria ed imbecille imitazione di Caligola, che faceva precipitare dal ponte fra Baia e Pozzuoli la stipata moltitudine plaudente alla sua biga imperiale.
Questa rivoluzione del '31, se pure può chiamarsi così, chiuse il periodo dei moti regionali, liquidando tutti gli avanzi della rivoluzione e dell'impero francese. La sua inanità concettuale e l'inettitudine del suo processo, inevitabili allora, persuasero che nessuna indipendenza parziale sarebbe mai stata possibile in Italia, finchè l'Austria vi avesse dominato tutte le corti e Roma rattenuti nella servitù spirituale tutti gli spiriti. Naturalmente il progresso delle idee doveva condurre nella necessità di una ricostituzione italica a formule rivoluzionarie più vaste e positive: quindi la minoranza degli intelletti più audaci e dei cuori più generosi, gittando ogni prudenza e sorvolando ogni difficoltà, pensarono ad un'Italia una, libera, indipendente, republicana in una rivoluzione concepita come fine e mezzo a se medesima; confusero nello stesso sdegno eroico le tiranniche intimazioni dell'Austria e le fallaci promesse della Francia, l'esoso dispotismo dei principi e la subdola autorità di Roma. La maggioranza della gente, desiderosa di un meglio senza il coraggio di arrischiare il presente qualunque si fosse, e rispettosa dei diritti dei principi e dei papi, mirò ad una rigenerazione lenta con un accordo di tutti i poteri sociali, coi sovrani confederati contro lo straniero e largheggianti di riforme coi sudditi, con Roma banditrice di libertà in nome del vangelo e alla testa della confederazione. Ma erano ancora idee torbide e sentimenti indecisi. L'imminente partito dell'unità doveva essere lirico ed appassionato, ingenuo fino al ridicolo, ma parato sempre a riscattarlo col martirio, intrattabile nei compromessi ed assurdo nell'ostinazione: quello della confederazione invece calmo, dotto, rimpinzito di storia per sostenere la propria tesi irrompente da tutto il passato italiano, ma fiacco nell'azione, nascondendo nelle pieghe della prudenza molte viltà, spesso falso nelle intenzioni e nelle opere.
Nullameno per legge storica esso doveva riempire il nuovo periodo, perchè con un fallito esperimento di confederazione la coscienza nazionale si staccasse dalla formula antica della propria vita, avviandosi per quella dell'unità al conquisto del gran principio moderno proclamato dalla rivoluzione francese del dogma della sovranità popolare.