La rivoluzione francese delle Tre Giornate di luglio rianimò in Europa le speranze liberali. Belgio, Polonia, Italia risposero con altrettanti moti, affidandosi a magnanime illusioni ben presto tradite: nella Francia stessa la rivoluzione deviò presto dalla propria mèta republicana per arrestarsi nell'insuperabile pantano di una nuova monarchia. Qualunque fossero le intenzioni dei capi rivoluzionari e per quanto facile si mostrasse l'Europa a riconoscerle, una republica francese non poteva allora trionfare per difetto di republicani, giacchè il popolo aveva piuttosto partecipato all'insurrezione parigina per insofferenza della scempia tirannide borbonica che per una ideale passione di libertà. Quindi la borghesia, prima iniziatrice della rivolta e rimasta prontamente sola nella vittoria, si scisse in due partiti: l'uno, composto di una immensa maggioranza inspirata da interessi pecuniari, anelante al potere, diffidente del popolo per egoismo di fortuna e per superiorità di coltura, imbevuta di parlamentarismo inglese e di economia classica, badò a consolidare il trionfo con una nuova dinastia sottomessa alle idee e ai voleri delle Camere; l'altro, scarsissimo di numero, torbido nei concetti, generoso nei sentimenti, innamorato del popolo e che pel popolo solo aveva combattuto, si frazionò in mille opinioni invece di proseguire nell'audacia rivoluzionaria, e, non trovando eco nelle masse incapaci di comprendere il suo moto settario, abdicò per rituffarsi nelle congiure e preparare una lontana republica.

Luigi Filippo d'Orléans, natura sordida ma ingegno destro, impersonò l'ideale borghese della involuzione, che lo nominava re, facendogli gettare sulle spalle un mantello republicano dal vecchio Lafayette, il più ingenuo fra i republicani aristocratici. Quindi la sua politica fu doppia. Sulle prime, incerto di ottenere dalle grandi corti d'Europa sempre collegate nella Santa Alleanza, il riconoscimento della propria nomina regale, liberaleggiò, prodigando promesse a tutti gli insorti e proclamando il non intervento ai monarchi contro le rivoluzioni. L'Europa sorpresa e mal preparata ad una rivoluzione continentale nicchiò: la Francia, benchè spossata ancora dagli ultimi sforzi dell'impero, atterriva le fantasie nordiche; le fiaccole rivoluzionarie agitate da Madrid a Bruxelles, da Bologna a Varsavia, turbavano le viste senili dei diplomatici: si temevano esplosioni; tutta l'Europa era minata, la Francia poteva rinnovare i miracoli del '93. Ma Luigi Filippo, che conosceva meglio di tutti la propria situazione, appena carpito all'Europa il riconoscimento, mutando linguaggio e modi aspreggiò la rivoluzione.

Quindi tutti i moti, che determinati dai primi impulsi francesi ne aspettavano altri per proseguire, si arrestarono: vi furono delusioni e sconfitte tragiche, abbiezioni e tradimenti senza nome. La Francia, riapparsa così bella e grande nelle Tre Giornate, cambiò ancora fisionomia, acconciandosi sulla magnifica testa rivoluzionaria la maschera scialba e falsa di Casimiro Périer. La prima controprova monarchica della grande rivoluzione era stata fatta dai Borboni del primo ramo; la seconda cominciava con quello degli Orléans e non doveva avere con più lunga vita miglior fortuna: l'ultima doveva essere quella del secondo impero. Solo dopo aver logorato in successivi esperimenti tutte le forme della monarchia, la Francia arriverebbe prima in Europa alla conquista della republica pel proprio principio democratico.

L'Italia si scosse. Ma se alla rivoluzione spagnuola del '20 erano insorte Napoli e Torino, i due maggiori regni nei quali più fermentavano i residui militari del napoleonismo e la carboneria, alla nuova rivoluzione francese non risposero che i ducati e le Romagne. Troppa era la forza militare dei due regni e l'energia della loro reazione, perchè si potesse contro di loro rinnovare il fallito tentativo. D'altronde se in questo decennio le idee politiche avevano progredito teoricamente, non si osava ancora iniziando una rivolta proclamare la decadenza dei sovrani e un vero mutamento degli Stati. Il regno pontificio, più scarso a soldati e più fiacco di ordini, si prestava meglio ad una sommossa, che doveva esprimere piuttosto una generosa impazienza di sentimento che un vero concetto politico. Ma anche questa volta la carboneria ripetè l'errore del '21, fidandosi ad un principe.

Francesco IV di Modena, crudele tempra di tiranno, non poverissimo d'ingegno e ricco d'ambizione, parve egli stesso cercare l'appoggio della carboneria per costituirsi nella media Italia un grosso Stato. Era il vecchio sogno dei Medici, dei Farnesi, degli Estensi colle stesse invincibili difficoltà. La storia non ha ancora potuto accertare quanta realtà di propositi e di mezzi fosse in questo ultimo sogno: i settari traditi lo ingrandirono forse nelle invettive contro il tiranno, questi spaventato lo negò. Nullameno fu chiaro che Francesco IV si era di qualche guisa accontato con Ciro Menotti, eroica ed ingenua natura di patriota, consacrato dal martirio all'onore della storia; e che, sbigottito dalle rivelazioni fatte contro di lui dallo stesso Luigi Filippo, già mescolato nelle sètte, al conte Appony ambasciatore austriaco a Parigi, si gettò colla ferocia della paura nella reazione. Parve, ed era una fazione medioevale. Ciro Menotti invano combattente rimase prigioniero; ma all'eco della ribalda ducale aggressione Bologna, agitata dalle novelle francesi, esplode: l'indomani (5 febbraio 1831) Modena riavutasi dallo stupore caccia il duca, che ripara a Mantova traendosi dietro Ciro Menotti, freno allora contro le vendette popolari, sfogo più tardi alla vendetta del tiranno. Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s'emancipano, Ferrara imita l'esempio; Parma, Pesaro, Fossombrone, Fano, Urbino licenziano i propri governatori; poi Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni e finalmente Ancona seguono la rivolta. Il 25 febbraio un popolo di due milioni e mezzo di italiani liberi dovrebbe essere in armi e non vi è: Napoli, Torino, Milano, Venezia non si muovono. Una congiura, tentata a Roma nell'interregno del conclave dai principi Bonaparte, figli dell'ex-re d'Olanda, era fallita inonoratamente; un'altra capitanata a Firenze dal Libri, mirabile ingegno di scienziato cui la sordidezza del carattere doveva apprestare così miserabile fine, concluse ad una ridicola dimostrazione di teatro.

Quindi il moto si concentrò a Bologna, nella quale era costituito un governo provvisorio, ma giammai più nobile causa ebbe più inetti rappresentanti. Lo componevano aristocratici, professori d'università, grossi proprietari: Giovanni Vicini, volgare avvocato e peggiore politico, lo presiedeva. Il governo pontificio aveva ceduto con mollezza: i rivoluzionari furono anche più fiacchi. Del problema politico, quale loro s'imponeva, non solo non intesero nulla, ma per angustia di carattere ed insufficienza d'ingegno parvero intenti a contraddirlo. Anzitutto affermarono di essersi costituiti in governo per evitare l'anarchia dietro la dichiarazione di monsignor Clarelli prolegato abdicante all'amministrazione della provincia; poi il presidente Vicini diramò una sua scrittura di leguleio, nella quale, desumendo la libertà di Bologna dalla convenzione stretta nel 1447 fra la città e Niccolò V, finiva col paragonare le Tre Giornate francesi di luglio alle sei della creazione. Era una risurrezione del ghibellinismo federale, senza modernità nemmeno nelle frasi. A Parma e a Modena i governi costituiti si scusavano della propria esistenza, accusandone i sovrani fuggiti senza nominare altro governo. Non si pensava nè a leggi nè ad armi. La formula del non intervento, lanciata dalla Francia, pareva presidio sufficiente; non si capiva il doppio giuoco di Luigi Filippo, non si voleva aumentare la rivoluzione per non accrescerne i pericoli. Le vanità municipali si sbizzarrivano nelle teatralità di staterelli improvvisati: si mandavano deputazioni agli Stati vicini chiedendo e promettendo amicizia; ogni provincia si reggeva da sè; pareva una commedia e lo sarebbe stata, se gli austriaci intervenendo bruscamente non l'avessero mutata in dramma. Ma il governo non pensava più agli austriaci, che la formula francese del non intervento avrebbe dovuto rattenere.

L'Italia non esisteva ancora; Roma stessa, capitale del regno pontificio e quindi rivale di Bologna, era dimenticata, quantunque pel nuovo governo l'assenso e l'opposizione di Roma fosse della massima importanza. Ma l'Austria, così poco spaventata dal non intervento francese che lo avrebbe affrontato magari a costo di una guerra generale, uscì da Piacenza rimasta fedele alla duchessa per tradizionale ostilità a Parma insorta, e con poco più di un migliaio di soldati sbaragliò le scarse truppe rivoluzionarie a Firenzuola: questo bastò perchè tutto il ducato tornasse alla duchessa. Quindi toccò a Modena, che il generale Zucchi, buon veterano napoleonico disertato dagli austriaci per mettersi alla testa della rivoluzione, tentò invano difendere contro gli Estensi e gli austriaci vincitori a Carpi e a Novi. Il governo di Bologna, sempre fidente nelle promesse estere, aveva rinunciato non solo all'offesa ma alla difesa, quasi sperando dalla propria nullaggine meritare il permesso di vivere. Non si erano volute riattare le fortificazioni di Ancona; si era respinta l'idea di Sercognani, temerario colonnello faentino educato nelle guerre imperiali, che intendeva ad un'impresa decisiva su Roma; si era oppugnato il disegno di Zucchi per la formazione di sei reggimenti di fanteria e due di cavalleria. Quindi all'invasione di Modena il governo provvisorio di Bologna, rispose stupidamente che le cose dei modenesi non erano sue e che il non intervento era legge anche per lui: per quella di Ferrara replicò nel Precursore, organo governativo, che il non intervento non era stato violato perchè i trattati di Vienna vi concedevano all'Austria diritto di guarnigione; e quando finalmente Zucchi sconfitto si ripiegò su Bologna, il governo, che aveva ordinato di disarmare e d'internare quanti stranieri si presentassero armati alle frontiere, disarmò i 700 modenesi accorsi in suo aiuto. Poi il 20 marzo gli austriaci, dimenticando le derisorie promesse prodigate a quel ridicolo governo, si presentarono alle porte; e questo sempre eguale a se medesimo, intimato al paese di star quieto e alla guardia nazionale di mantenere l'ordine quale unico supremo intento, si ritirò ad Ancona col cardinale Benvenuti catturato, nelle mani del quale abdicò prontamente per chiedere amnistia. Nessuno dei membri del governo provvisorio si ricusò a firmare l'ignobile atto, nemmeno Terenzio Mamiani, anima ed ingegno tutt'altro che volgare. Il generale Zucchi, divisa la propria truppa in due corpi, ordinò la ritirata per la via Emilia e per la bassa Romagna. A Rimini, punto di congiunzione, avvenne uno scontro che salvò l'onore della bandiera, il solo che rimanesse: e poichè il generale Armandi, ministro della guerra, non aveva voluto riunire le forze dello Zucchi con quelle di Sercognani per assalire Roma, questi, spintosi fino a Rieti ed intesa la dedizione finale, dovette dar volta per la Toscana e rifuggirsi in Francia.

La rivoluzione, morta come era vissuta, non meritava rispetto e non l'ottenne. Gli austriaci violarono tosto la capitolazione, occupando Ancona un giorno prima e catturando la nave sulla quale erano saliti lo Zucchi e gli altri patrioti dirigendosi a Corfù. Comandava la corvetta austriaca in questa triste cattura il barone Bandiera, padre di Attilio e di Emilio, che dovevano dopo pochi anni immolarsi nella più arrisicata delle imprese patriottiche. Gregorio XVI, asceso al pontificato, richiamò il cardinale Benvenuti, e negò l'amnistia.

Quindi incrudelirono repressioni e vendette. Il duca di Modena chiamò al governo della polizia il Canosa, che rinfrescò la propria infame celebrità con nuovi orrori: Menotti, Borelli e troppi altri perirono; si promulgarono editti feroci sino all'assurdo, le condanne non si contarono più che a centinaia, mentre il popolo taceva allibito e il vescovo della città bandiva una lettera pastorale per additare nel duca un sovrano secondo il cuore di Dio. Maria Luigia di Parma con più mite animo si contentò invece di sospendere i magistrati partecipi della rivoluzione, e indi a poco perdonò a tutti. Gregorio XVI, dietro consiglio del cardinale Bernetti, incaricò due commissioni, l'una civile e l'altra militare, con pieni poteri di inquisire, e lasciando allo stesso cardinale di raccomandare loro la più sommaria delle procedure contro rei e sospetti: nè i giudici intesero a sordo. Un esodo di illustri propalò le sventure e le abbominazioni d'Italia; altri illustri nelle carceri meditarono e scrissero libri che valsero battaglie; molti illustri seguitarono nell'ombra il lento e solido lavoro per ridare all'Italia un pensiero nazionale.

Ma soffocata la ribellione, rimanevano a stabilire le provvidenze controrivoluzionarie. Quindi le diplomazie si accordarono, seguendo l'astuta politica dell'Austria in Italia, a chiedere con un Memorandum, rimasto celebre, alla corte di Roma alcune guarentigie municipali e giudiziarie a favore delle provincie pontificie fedeli o ribelli. Si voleva secondo l'idea più o meno espressa nei precedenti congressi ridurre lo Stato pontificio alle norme degli altri, senza accorgersi che con quest'atto implicante una certa secolarizzazione del governo papale si veniva a dar ragione ai rivoluzionari. Roma retriva e gelosa della propria tirannia interna recalcitrò, fingendo aderire: furono promesse l'elezione libera dei consigli comunali, l'istituzione di consigli provinciali, nuovi codici, la riforma dei tribunali, delle amministrazioni, delle finanze, l'ammissione dei secolari ai sommi uffici: sarebbe stata, come si disse, una èra novella. Se non che partiti gli austriaci Roma ritrattò ogni promessa; i liberali si sollevarono, i sanfedisti si armarono a combatterli. Furono inviati deputati a Roma per scongiurare la corte a mantenere la propria parola, ma questa non trattò che per guadagnar tempo: intanto le bande sanfediste ingrossavano. Il cardinale Albani, nominato legato a latere per le Romagne, attaccò gl'insorti a Cesena, e li disciolse; quindi infellonito invase Forlì, stuprando e uccidendo; gli austriaci ripassarono la frontiera accolti come liberatori dalle popolazioni tremanti per gli eccessi delle orde papaline. Al violato non intervento la Francia rispose occupando Ancona: il papa protestò, la Francia diede lo scambio ai due comandanti Combes e Galloy, troppo giacobini, col generale Cubières che si offerse sicario alla curia ma non evacuò la città. Nuovi processi si aggravarono sui vinti; gli ebrei d'Ancona dovettero pagare 600,000 franchi per l'accusa di aver veduto con piacere la rivoluzione del 1831; i sanfedisti vennero arruolati in corpi quasi regolari risuscitando una istituzione soldatesca, che Sisto V aveva cassato per ragioni di publica sicurezza. Questi strani volontari seguitavano ad abitare nelle proprie case, esenti da certe tasse e col permesso di tutto commettere. Tutto era loro consentito dalla polizia e dai tribunali; quindi rozzi e fanatici, perversi e pervertiti ne abusarono.