Al Gizzi successe il cardinale Ferretti, legato a Pesaro. Quindi, per l'anniversario della concessa amnistia, una congiura, piuttosto desiderata che ordita dai residui polizieschi del governo gregoriano contro Pio IX, provocò tumulti liberali, che s'immaginarono di salvare il pontefice vincendo una battaglia cittadina. Così il popolo s'impossessò delle armi e il governo cadde in sua tutela, mentre l'Austria, troncando le ambagi, occupava risolutamente Ferrara. La prima grande scena del dramma era incominciata. Roma e Vienna inimicate avrebbero acceso la guerra fra l'Austria e l'Italia. Roma protestò energicamente, il gabinetto inglese la appoggiò; ma l'Austria tenne duro, giovandosi della Francia che per mezzo di Guizot consigliava al papa di restare amico dell'imperatore a qualunque costo. Senonchè la mossa spavalda di Metternich, anzichè frenare il papa sulla via pericolosa delle riforme, ve lo spinse più vivamente; le popolazioni frementi di sdegno all'odiosa provocazione si stringevano più fortemente al pontefice; tutti i municipii gli offrivano uomini e danari per una impresa di liberazione; la stampa, rompendo i confini della censura ed ampliando la questione, pindareggiava di unione d'Italia e d'indipendenza nazionale. Per la prima volta dopo tanti secoli un'ingiuria fatta al pontefice re di Roma veniva raccolta come un guanto da tutta la nazione.

Pio IX, trascinato dalla logica segreta della rivoluzione a farsi iniziatore di una lega doganale, che avrebbe naturalmente preluso ad una lega politica, segnava un trattato doganale con Firenze e con Torino, costituiva il municipio romano, riordinava il ministero precisando le attribuzioni e la responsabilità di ogni ministro, apriva la consulta tentando inutilmente di scemarle nel discorso inaugurale il significato politico. Infatti i consultori nell'indirizzo di risposta gli esposero nella forma più rispettosa un largo programma di tendenze costituzionali e patriottiche. La loro inattuabilità non compresa dal popolo, pel quale tutto era segno di rivoluzione, non sgomentava i consultori: si andò fino a pretendere che il papa scomunicasse l'imperatore; e la Bilancia, giornale dell'illustre Orioli, affermava essere la scomunica un'arma superiore a tutte le altre di guerra.

L'agitazione negli altri stati.

Una protesta dei professori allo studio di Pisa contro l'installazione delle monache del Sacro Cuore cresceva tutto dì nelle stampe clandestine di Toscana, che invocavano riforme fingendo motupropri dai quali fossero accordate; il granduca Leopoldo, prima rattenuto dal terrore cieco dell'Austria, era adesso trascinato dall'irresistibile esempio di Pio IX. Tutto diventava pretesto di unione con Roma, la sottoscrizione per gli amnistiati poveri dello stato romano, il terremoto di Pisa e l'inondazione di Roma stessa. In questa si istituì una ambasciata toscana distinta dall'austriaca, si stabilì a Pisa una scuola normale, si nominarono commissioni per diffondere l'istruzione elementare. L'Austria premeva sul granduca a spaventarlo; i rivoluzionari si servivano del nome di Pio IX come di una salvaguardia per ogni dimostrazione liberale. Una nuova legge sulla stampa, colla quale si concedeva l'esame degli atti governativi, abilmente maneggiata dal Montanelli in un opuscolo, diventò arma contro il governo: questo, sempre più stretto dal blocco, ordinò nuovi codici, promise l'allargamento della consulta, una revisione organica dei municipi.

I giornali pullularono: Salvagnoli nella Patria propugnava l'accordo della libertà col principato e quindi una lega di principi per la difesa dell'indipendenza italiana, La Farina nell'Alba republicaneggiava, Montanelli sognava nell'Italia dietro al papato di Gioberti. La prima grossa battaglia giornalistica fu per l'istituzione della guardia civica, alla quale il duca ripugnava per istinto e per minaccie austriache, ma nella quale dovette consentire, travolto dalla marea assordante della publica opinione. L'armamento del popolo era il primo passo del principato all'abdicazione, gli altri furono segnati dai preparativi e dalla concessione finale dello statuto. All'agitazione liberale crescevano adepti ed aiuti: il barone Bettino Ricasoli, che fu poi la più onesta ed altera figura fra i successori del conte di Cavour, scriveva petizioni al governo, guidando contro di esso la parte più assennata del paese, ma sperando tutto dalla persuasione; Gino Capponi, austero gentiluomo ed elegante letterato, capo di un'altra frazione del partito moderato, si riprometteva maggiormente da legali agitazioni. Il partito radicale aveva sede a Livorno, ove Guerrazzi ne era l'idolo e Bartelloni il più efficace tribuno; Centofanti e Montanelli guidavano l'università di Pisa. Intanto le scosse di Roma propagandosi, eccitavano le popolazioni e sbaldanzivano i governi: ogni avvenimento diventava festa, ogni festa dimostrazione; l'anniversario della morte dei Bandiera e della cacciata dei tedeschi da Genova, l'assunzione del papa, la morte a Genova del celebre agitatore irlandese O' Connell e di Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sonderbund a Lucerna, i ricevimenti per tutte le capitali italiane di Cobden e di Cormenin, provocavano esplosioni di rettorica rivoluzionaria e patriottica. Guerrazzi, commemorando a Gavinana la morte di Ferruccio, produsse quasi una rivolta: il principe Bonaparte di Canino, volgare ma coraggioso istrione politico, traversò la Toscana, poi Genova e finalmente Venezia, vestito da guardia civica romana, arringando e tirando il publico a teatrali giuramenti colle spade sguainate nel nome d'Italia. Le riforme concesse troppo tardi, mal volentieri e a sbalzi, anzichè placare il fermento l'accrescevano; il nome d'Italia, gridato da tutti, minacciava di morte i governi regionali; da Livorno si mandò a Garibaldi, divenuto glorioso in America per battaglie vinte, una spada d'onore, e una medaglia d'oro ad Anzani che con lui aveva colà organizzato la legione italiana.

A Lucca, siccome Carlo Lodovico seguitava nei più turpi disordini, ricusandosi con insolente spavalderia a qualunque riforma liberale, il popolo offeso impegnava contro di lui una lotta, nella quale ebbe presto il sopravvento. Allora il duca, spaurito e vessato dagli enormi debiti, precipitò la cessione del ducato alla Toscana; l'Austria intervenne in nome dei vecchi trattati per ottenere al duca di Modena la Lunigiana, chiave strategica della media Italia. Corsero ribalde trattative da tutte le parti, ma la regione restò momentaneamente a Modena spalleggiata da Vienna. La mala condotta di Leopoldo verso gli abitanti di Fivizzano, che gli si erano rivolti per non essere ceduti al duca di Modena ed avevano poi invocato persino Carlo Alberto e Pio IX, determinarono a Livorno una esplosione popolare, nella quale soffiò il Guerrazzi. Ne venne quasi una guerra civile, ma il duca fu sollecito al riparo, invadendo con grosse soldatesche la città ed arrestandovi tutti i caporioni. Il moto si disse sedato, però il governo non ne divenne più forte.

Frattanto essendo morta (17 dicembre 1847) la duchessa di Parma, Maria Luigia, l'Austria ne profittò per prender maggior piede in Italia contro l'imminente rivoluzione. L'ex-duca di Lucca, divenuto duca di Parma per diritto di riversibilità, ne prese momentaneamente possesso, riconfermando dietro monito austriaco gli odiati ministri della defunta duchessa e rispondendo alle petizioni popolari, invocanti migliori leggi e municipii elettivi, col darsi in braccio a Vienna. Così, dopo aver venduto i propri sudditi di Lucca al granduca di Toscana al prezzo di uno scudo per testa, il 24 dicembre firmava un trattato coll'imperatore, concedendogli di occupare militarmente lo stato per interesse di comune difesa: al quale trattato avendo tosto acceduto il duca di Modena, l'Austria contro i patti del 1815 era fatta padrona del Po e degli Appennini. Quindi col pretesto di scortare il cadavere della duchessa trasportata alle tombe imperiali di Vienna, Metternich fece occupare colle artiglierie Parma, poi Modena.

Ma tutta Italia guardava insistentemente a Carlo Alberto. L'istinto politico della rivoluzione intuiva che solo il Piemonte avrebbe potuto guidare una guerra d'indipendenza contro l'Austria, qualunque fosse il passato e il carattere del suo re. Carlo Alberto, attorniato dai gesuiti e dominato dal conte Solaro della Margherita, il più reazionario fra i ministri italiani, si sentiva passare entro l'anima assiderata il vento caldo della rivoluzione a risvegliarvi vecchi rimorsi e speranze. L'orgoglio tradizionale della sua casa, la sua stessa alterigia romantica di re assoluto e di cavaliere, lo traevano alla fortuna di una guerra che gli raddoppiasse i dominii, dandogli una vera supremazia su tutti i principi della penisola; ma il terrore delle idee rivoluzionarie, la bigotteria regia e cattolica, l'inguaribile dubbiezza del suo spirito incapace di affrontare risolutamente alcun problema, lo rattenevano sulla china delle riforme, irritando la sua gelosia per Pio IX. Quindi proibiva persino le funzioni ecclesiastiche celebranti il nuovo pontefice, pure offerendoglisi cavaliere contro l'Austria già discesa a Ferrara e minacciosa al Piemonte con un nuovo aumento di dazi sopra i suoi vini, quasi a sfida: accoglieva trionfalmente l'inglese Cobden apostolo del libero scambio, e seguiva la dottrina opposta del List, che aveva fondata in Germania la lega doganale; si ricusava alle riforme e scriveva una lettera ai comizio agrario di Casale, provocatrice come un bando di guerra contro l'Austria. Perplesso fra la diplomazia inglese, che per mezzo di lord Minto lo incuorava ad una rivoluzione costituzionale, e la politica francese che per mezzo del conte de Mortier tirava a riconciliarlo coll'Austria, non si risolveva per nessuna delle due: avrebbe voluto la guerra senza rivoluzione, guidando l'esercito e tenendo il popolo nella stessa calma obbedienza mediante poche riforme concesse per decreto reale. Nullameno il moto lo travolse. Il suo scudo fantastico col leone di Savoia straziante l'aquila di Asburgo e il motto scritto in francese da lui italiano «J'attends mon astre» esprimeva tutta la torbida poesia del suo pensiero: una visione di cavaliere antico, chiuso nell'angustia del proprio spirito e della propria corazza, concependo la rivoluzione come una festa di popolo e la guerra come il glorioso capriccio di un prode. Ma la storia, sempre più forte di ogni disegno individuale, lo trasse irresistibilmente alle riforme, che dovevano in tutti i principati italiani precedere gli statuti; onde, fra gli osanna del popolo, i suggerimenti ingenui o perfidi dei liberali e le querimonie della reazione, dovette con una serie di ordinanze modificare la legge comunale mettendovi a principio l'elezione popolare, abolire le giurisdizioni eccezionali, unificare con una nuova corte di cassazione la giurisprudenza del regno, frenare l'arbitrio della polizia affidata al ministro della guerra, slargare la legge sulla stampa, stabilire registri per lo stato civile, democratizzare le promozioni militari.

Naturalmente queste riforme, anzichè recare immediati benefizi, sconvolsero il vecchio sistema politico, sollecitando le voglie rivoluzionarie dei liberali. La logica delle cose traeva irresistibilmente a maggiori concessioni: si denunciavano tutti gli abusi; l'orgoglio piemontese, vellicato dalla proclamazione nazionale del proprio re a generalissimo contro l'Austria, domandava insistentemente un altro più difficile primato colla promulgazione di uno statuto. Le questioni più vitali, dibattute quotidianamente nei giornali, esaltavano meglio che non illuminassero le menti; Valerio e Brofferio, l'uno nella Concordia, l'altro nel Messaggero, guidavano la falange più ardita dei liberali; Balbo e Cavour nel Risorgimento si destreggiavano in un liberalismo più tenero del principato che della libertà, più preoccupato dei mezzi che del fine. Il vecchio assetto della società sommossa da tante agitazioni politiche si screpolava; difettavano uomini e idee; la riforma scesa dai libri e dalle riunioni accademiche nelle strade non vi diveniva rivoluzione per difetto di passione e d'intelligenza nel popolo. Il sentimento più vivo di questo era l'avversione all'Austria, ma non l'odio vero capace dei miracoli di Grecia e di Spagna; la tradizione più salda era ancora regia, le aspirazioni liberali salivano dalla borghesia e si confondevano nell'incertezza della sua cultura e nella imperfezione del suo carattere. Tutta la violenza era di parole e tutta l'opera di feste. Si temeva pazzamente dei gesuiti, le fazioni inviperivano nelle più astiose e stolide polemiche, la diffidenza scendeva e saliva dal popolo al principe, la vertigine del vuoto faceva turbinare tutte le teste. Due soli vedevano chiaro in tale tramestio, Mazzini e Metternich: quegli affermando recisamente che tutti gli ordigni dei moderati crollerebbero ben presto, e il popolo proromperebbe con manifestazioni da obbligare l'Austria ad invadere i paesi vicini; questi scorgendovi una sovversione rivoluzionaria che avrebbe forse guidato alla republica, ed affrettandosi a dichiarare in un Memorandum alle potenze che l'Italia era una semplice espressione geografica e non sperando più che nelle inevitabili divisioni italiane. «Gli italiani fortunati s'invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre vincitori o vinti». E fu profezia.

A Napoli, terra votata da secoli al più efferato dispotismo, l'impulso dato inconsciamente da Pio IX alla rivoluzione vi peggiorò il governo. Il re, impantanato nella più scempia bigotteria, lasciava compiere a ministri truci o rapaci, come il Del Carretto e il Santangelo, qualunque infame prepotenza: unica politica la repressione. Nullameno l'opposizione dei patriotti, quantunque più napoletani che italiani, sempre egualmente scarsi di idee e di coraggio, si ostinava al cimento. Infatti nella celebre protesta elaborata dal comitato rivoluzionario e scritta dal Settembrini, forma e sostanza erano del pari insufficienti. Prolissa come una requisitoria, sparsa qua e là di frasi pietiste a Pio IX, minuta e pedante nell'accusa, non esciva dal popolo e al popolo non si rivolgeva: pareva un appello all'Europa e non era che un'arringa d'avvocato senza severità di stile e veemenza di passione; negava e non riaffermava; uscita dall'anonimo si perdeva nel vago, più lamento ancora che protesta, troppo lunga per un proclama e troppo scomposta per un Memorandum, non abbastanza rivoluzionaria nell'intenzione e troppo poco italiana nel sentimento. Non pertanto parve ai liberali un capolavoro e un pericolo al governo. Questo, infellonito dalle accuse consegnate così a tutta la stampa europea, cercò a morte gli autori, che esularono o si nascosero. Ma il fermento aumentava minaccioso nelle provincie. Ai primi di settembre (1847) una sommossa scoppiava per opera dei fratelli Plutino e di Romeo a Reggio e a Messina, prontamente e ferocemente repressa. I generali Landi e Nunziante vi si copersero d'obbrobrio; Domenico Romeo vi fu trucidato e un suo nipote costretto a portarne la testa in giro per le ville. Ma quasi l'immanità della repressione fosse insufficiente, il re con editto dell'otto settembre invitava tutti i cittadini a farsi spie del trono dando sicurtà «che i loro nomi resterebbero sepolti negli arcani della polizia, che proporzionata all'utile sarebbe la ricompensa, e che la sovrana clemenza non lascierebbe alcun servigio senza premio». Un altro editto poco dopo prometteva trecento ducati a chi uccidesse, e mille a chi consegnasse dieci ribelli, dei quali si davano i nomi. A queste tiranniche empietà rispondevano, elogiando, le corti di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, mentre Ferdinando II, come impazzito di ferocia e atterrito da una ovazione fattagli per il licenziamento del ministro Santangelo, proibiva con nuova ordinanza al popolo di gridare persino, Viva il re! Naturalmente l'ordinanza non fu obbedita e ne nacquero risse sanguinose fra il popolo e la sbirraglia.