La Sicilia, sempre implacabile nell'odio al governo napoletano, ne approfittava per insorgere un'altra volta. Uno scritto diffuso per Palermo il 12 gennaio 1848, vi chiamava tutti i siciliani alla rivolta, sfidando il governo come ad un torneo mortale. Il governatore militare bombardò prima la città; poi, trovata la resistenza troppo dura, tentò accordi; il conte d'Aquila sopraggiunto s'interpose chiedendo concessioni al re; Ferdinando spaventato alcune ne diede, molte altre ne promise; ma Palermo, fidente nel proprio sogno di autonomia, le respinse per tentare d'organizzarsi a governo. I comitati costituitisi nella prima ora della rivolta si restrinsero in uno solo: Ruggero Settimo ne fu presidente, Mariano Stabile segretario. La lotta proseguì feroce d'ambo le parti, ma le truppe napoletane dovettero indi a poco levare il campo. Per ultima orribile rappresaglia di guerra il generale De Sauget, prima d'imbarcarsi, fece aprire le carceri della città sguinzagliandovi dentro cinquemila galeotti. Frattanto la rivoluzione si era diffusa; solo qualche fortezza restava ancora ai regii nell'isola.

Il primo scoppio della rivoluzione federale vampeggiava dunque dalla Sicilia, che la storia non aveva mai potuto congiungere all'Italia, e nella quale nessuna conquista si era mai saldamente stabilita.

Gli statuti.

I fati incalzavano. L'insurrezione vittoriosa della Sicilia, atterrando la corte di Napoli, inanimì i liberali; l'Austria, inabilitata a soccorrere i Borboni, giacchè il papa offeso dell'occupazione di Ferrara vietava ogni transito pel proprio territorio, non bastava più a proteggerli; le provincie di terraferma tumultuavano, la plebe delle città era incerta, l'esercito per quanto numeroso non abbastanza solido. Il Cilento era in fiamme; Constabile Carducci con forte mano d'insorti minacciava Salerno; la resistenza avrebbe acceso la guerra, questa spaventò il re. A scongiurarla con vecchia abilità di famiglia, Ferdinando II pensò di concedere più che non gli si domandava, e diede la costituzione incaricandone Ferdinando Bozzelli, antico liberale che doveva poi disonorarsi nella cortigianeria di troppi tradimenti. I truci funzionari polizieschi furono congedati, s'instituì un nuovo ministero. A tanta prodigalità liberale il popolo esaltato proruppe in ovazioni: odii ed infamie furono dimenticate. I capi rivoluzionari al solito credettero nella lealtà del re, non si pensò al tradimento, si riprese l'idillio politico del '20 colla stessa ingenuità. La costituzione imitata sulla francese non era troppo liberale, e nullameno eccedeva forse la capacità politica del paese: unica religione riconosciuta la cattolica, il potere legislativo nel re e nel parlamento diviso in due bracci, senato a nomina regia e a numero illimitato, la camera dei comuni per elezione popolare. I collegi elettorali erano di 40,000 abitanti, gli elettori culti o censiti, ma entrambe queste loro qualità ancora indeterminate; liberi i comuni, vietato l'assoldamento delle milizie straniere, istituita la guardia nazionale, riconosciuto il diritto di petizione, uguaglianza dei cittadini in faccia alla legge; libera stampa meno che sovra argomenti religiosi; cancellato ogni precedente e condanna politica. Il potere esecutivo risiedeva nel re e nei ministri da lui nominati.

Questo, che stordiva i napoletani, non bastò alla Sicilia ostinata nella propria autonomia o nella fede alla costituzione del '12. Così la guerra proseguiva con vantaggio crescente degl'insorti, che il 20 febbraio 1848 indissero il proprio parlamento.

Ma la costituzione, concessa dal re con traditrice riserva e accettata dai liberali con fanciullesca ingordigia, poco adatta ai costumi e mal compresa dalle masse, non funzionava. La corte segretamente alla testa del partito retrivo moltiplicava gli ostacoli: v'erano due governi, l'uno palese e l'altro invisibile, quello debole ed impacciato, questo attivo e spregiudicato; il parlamento stava per diventare, come sempre, un'accademia, il ministero fra astrattezze liberali e servili cortigianerie mal poteva imporsi al paese e alla corte; i vecchi poteri restavano con nomi nuovi disobbedendo e falsando ogni mutazione; nelle campagne insubordinate e spinte a tumulti si rapinava; la guardia nazionale poco o punto armata, organizzata appena per qualche rivista e incapace di alcun vero servizio, non giovava; l'aristocrazia invecchiata negli usi dispotici ricalcitrava all'obbedienza della borghesia trionfante; il popolo aspettava lautezze e sbraitava profittando della nuova licenza. Dimostrazioni succedevano a dimostrazioni, peggiorando il disordine e disonorando la nuova libertà. Si espulsero i gesuiti; la stampa abbietta ed irruente insudiciò ogni più illibata reputazione.

Tra il tumulto senza la rivoluzione e il mutamento senza la rinnovazione, d'Italia non si parlava ancora: appena s'erano aggiunti alla bandiera borbonica i tre colori resi nazionali dalla propaganda della Giovane Italia.

La costituzione di Napoli scrollò tutti i principati italiani. La antica rivalità fra Napoli e Torino si riaccese fatalmente, mentre la logica della storia trionfava d'ogni loro egoistica resistenza. Carlo Alberto tentò indarno di reagire contro questa suprema necessità degli ordini costituzionali, che pure avevano fatto la potenza mondiale dell'Inghilterra e permesso alla monarchia di ripiantarsi in Francia sul terreno ancora rovente della rivoluzione. Quindi, scrivendo a Leopoldo di Toscana, che lo richiedeva di consiglio, gli scopriva tutto un disegno di riforme atte ad appagare le più insaziabili esigenze del popolo, senza scemare d'una dramma l'autorità assoluta del re: secondo lui la monarchia parlamentare era il peggiore dei governi. Ma il fiotto della rivoluzione saliva urlando e schiumando intorno al suo trono; Toscana e Romagna barcollavano, Roma sembrava in preda al delirio, il Piemonte fremeva. I libri di Gioberti avendo popolarizzato l'odio ai gesuiti, nei quali l'infallibile istinto popolare vedeva l'ultima milizia del dispotismo, tutti i paesi insorgevano per espellerli. Napoli li aveva cacciati tumultuando, Fano si levava contro di essi a furore, Ancona e Sinigaglia si avventavano contro gli Ignorantelli loro propaggine. Faenza, Camerino e Ferrara seguivano l'esempio, la Sardegna li prendeva a sassate, Genova e Torino si ammutinavano contro di loro. Era una nuova crociata contro gli ultimi giannizzeri del papato, una violenza della libertà costretta a diventare dispotica per potersi stabilire. Carlo Alberto, che fino allora aveva governato coi gesuiti, resistè: nullameno, per ovviare i tumulti, dovette armare la guardia nazionale, mentre i tumulti crescevano egualmente e la passione popolare trascinava tutte le classi. Il re cedette: cominciato l'abbrivo, il resto precipitò. La stampa, non emancipata che a mezzo, chiese in quell'immunità del momento la costituzione; i liberali urlavano libertà, i moderati indicavano il parlamento come l'unico asilo ove risolvere le questioni imbrogliate dalla piazza, la diplomazia inglese aiutava coi consigli, la Francia stava per rovesciare l'avvilente monarchia di Luigi Filippo per ritentare un infelice esperimento repubblicano. I due grandi municipii di Genova e di Torino presero l'iniziativa domandando al re uno statuto: Carlo Alberto chiese consiglio al confessore, s'inabissò in penitenze, e finalmente lo concesse di regia autorità per cansare l'obbligo di giurarlo. Il triste congiurato del '21 non era ancora morto nel nuovo re costituzionale.

Ma poichè la patria, come la religione, non conosce peccati inespiabili, il popolo proruppe all'entusiasmo: tutto fu dimenticato per non ricordarsi che della nuova costituzione e delle parole bellicose, colle quali il re minacciava l'Austria. Infatti all'indomani (5 marzo 1848) chiamava sotto le bandiere tre classi dei contingenti militari. Non era ancora una sfida, ma era già più che una precauzione di guerra. Il nuovo statuto, alquanto più liberale del napoletano, non ne differiva nell'essenza; però, sorto in ambiente politico migliore, potè, dilatandosi in una costante interpretazione liberale, emendarsi di molti difetti e neutralizzare qualcuno dei principii dispotici che lo rendevano piuttosto simile ad una capricciosa elargizione di re, che ad un patto fra questo e il popolo.

La Toscana, presa così tra due fuochi, dovette ardere anch'essa. Malgrado le minaccie del Metternich, il quale veniva ripetendo al granduca di non riconoscergli, come semplice usufruttuario di un patrimonio imperiale, la facoltà di scemarvi i diritti con colpevoli concessioni al popolo, Leopoldo II, atterrito dai casi di Livorno, spinto, sospinto, respinto d'ogni parte, s'arrese a discrezione del popolo, preparandosi a salvarsi colla fuga appena i tempi ingrossassero. Lo statuto toscano, ricalcato su quello napoletano e piemontese, fu migliore d'entrambi nella libertà religiosa.