Maggiori feste, perchè più profondo era il contrasto dei due principii politici ecclesiastico e civile, occupavano Roma senza stancarla. Le riforme concesse, ma non ancora praticate e nella più parte impraticabili, avevano rotto la decrepita compagine dello Stato, senza spirarvi dentro nessun alito di vita nuova. Come per lo innanzi i prelati soli reggevano il governo e dovevano guidare un popolo riscosso dal rombo di molte rivoluzioni. L'entusiasmo pel pontefice, infervorandosi ogni giorno più, lo metteva così alto che quasi lo disinteressava dal governo: e questa inconscia abilità dello spirito publico ingannava papa, corte e piazza. Il giacobinismo inveiva ragionacchiando di tutto: le imprecazioni ai gesuiti si mescevano cogli osanna a Pio IX, la guardia civica decorava teatralmente ogni processione politica, mentre molti moderati cominciavano già a spaventarsi di un moto, nel quale tratto tratto si sentiva la rivoluzione, e i mazziniani vi si cacciavano invece soffiandovi come sopra un polverìo che nascondesse al governo la direzione della strada. Una protesta per il riordinamento della milizia come risposta alle provocazioni dell'Austria fu quindi mandata alla consulta; questa la trasmise al governo, che credette rispondere mostrando ai tre milioni dei propri sudditi gli altri 200 milioni di cattolici pronti in caso di guerra a morire per il papa. Vecchia rettorica, che avrebbe dovuto far sorridere anche coloro che la usavano! Ma il governo cedette ancora, e finì col nominare un principe romano a ministro della guerra. Ogni giorno crescevano le difficoltà; le riforme concedute sembravano giustamente scarse dopo la promulgazione degli statuti negli stati vicini; il segretario cardinale Ferretti si dimise; il Bofondi, che lo sostituì, non potè fare di meglio; il governo scese a patti col popolo in un proclama nel quale si promettevano ministri laici. Proruppero altre feste: Pio IX dal proprio balcone arringò la moltitudine, che gli giurò fede in un urlo di demenza e si acquetò come per incanto alla benedizione papale.
L'antico governo prelatizio era dunque abbattuto, ma il fatto enorme non fu ben compreso in quella inesauribile baldoria. Il nuovo ministero, nel quale brillarono per ingegno Marco Minghetti e monsignor Morichini, non era già più moderato avendo ceduto la direzione della polizia al Galletti, rivoluzionario bolognese compromesso nei moti del 1844 ed affigliato ai circoli mazziniani. Tale ultima nomina era dovuta alla grande popolarità di questo, dietro la quale il neonato ministero provava già il bisogno di riparare. Galletti alla polizia e il tribuno Ciceruacchio in piazza formavano la parentesi della rivoluzione, che doveva soffocare il governo papale.
Ma poichè questo, non sentendo dentro di sè alcun principio di vita, aspettava come forma viscida e morta dal di fuori l'impronta, che doveva atteggiarlo in una nuova sembianza di vita, a Roma pure si cominciò a parlare altamente di costituzione. Era la pretesa dell'impossibile. Il partito moderato vi conveniva gongolando, i rivoluzionari con abile perfidia spingevano alla prova. I disegni fioccavano: l'illustre padre Ventura ne dette fuori uno, nel quale con ingenua serietà proponeva due camere, l'una eletta dai comizi, l'altra costituita dal collegio dei cardinali; Pellegrino Rossi, ammirabile ed ammirato letterato di scienze sociali, mandato da Luigi Filippo al papa come ambasciatore e consigliere, faceva pompa d'esperienza costituzionale in avvisi al pontefice e ai prelati sulle forme e sulle funzioni di un papa parlamentare. La utopia del Gioberti stava quindi per prendere corpo: la storia, per uccidere più sicuramente il papato, gl'imponeva coll'impossibile prova d'una costituzione il più mostruoso dei suicidi.
Al solito una rivoluzione di Parigi decise dell'ultima ambage del pontefice, e lo statuto fu promulgato.
I suoi principii politici, inconciliabili nell'essenza e nella forma, vi si urtarono entro le più inattuabili disposizioni: le camere invece di due furono tre, e la terza veniva formata dal collegio dei cardinali costituito in senato, e che discuteva e votava a scrutinio segreto. Le camere elettive non duravano in carica più di tre mesi: gli elettori erano una cerna assurda di censo e di capacità, che non rappresentava alcuna classe di popolo, e impediva anzi al popolo ogni rappresentanza. L'altro consiglio alto era vitalizio e di nomina sovrana; così i senati erano due, l'uno ecclesiastico e l'altro laico, entrambi ingranati nella stessa costituzione. Alle due camere erano vietate le leggi riguardanti gli affari ecclesiastici o misti, e tutto era misto nelle teoriche di Roma e nello stato romano: non dovevano influire sulle relazioni diplomatiche o religiose della santa sede, non potevano introdurre per qualsivoglia bisogno, alcuna variante nello statuto. Così l'immobilità caratteristica del governo papale si riaffermava nella nuova formula parlamentare essenzialmente progressiva. Lo statuto esprimeva il beneplacito del sovrano anzichè il diritto del popolo. Pio IX, concedendolo, aveva confessato di cedere all'andazzo dei tempi, ma, nonostante la promessa consegnata nell'ultimo articolo dello statuto, che questo sarebbe inserto in una bolla concistoriale secondo l'antico rito a perpetua memoria, non ne fu nulla. Pio IX, come Carlo Alberto e i Borboni, si teneva aperta una via al tradimento.
L'assurdità di tale esperimento costituzionale non parve evidente che a ben pochi: l'antitesi delle due sovranità popolare e papale sfuggiva all'inesperienza dei molti e veniva negata per odio alla rivoluzione. Non si pensava ancora alle conseguenze di sviluppo. Come avrebbe potuto ammettere la chiesa l'emancipazione degli acattolici, l'abolizione delle proprie leggi sul sacrilegio, la bestemmia, l'eresia, le immunità, i privilegi, le giurisdizioni, la sorveglianza episcopale ai beni delle opere pie? Come avrebbe consentito i matrimoni e i funerali civili, la libertà di religione e d'istruzione? Come lo stato vi si sarebbe determinato in faccia alla chiesa? Nel caso di un conflitto fra l'alto consiglio e il concistoro dei cardinali, chi avrebbe deciso? Il papa? E allora uno dei due corpi consultivi era inutile. In un conflitto più terribile, fra la camera elettiva e il papa, chi avrebbe sentenziato? Fatalmente gli elettori; e allora una rivoluzione avrebbe distrutto il barocco e artificioso edificio di questo statuto. Naturalmente il conflitto sarebbe scoppiato anche troppo presto. Nella imminente guerra coll'Austria Pio IX avrebbe agito da principe o da papa? Come pontefice era al di fuori e al di sopra di essa, come principe avrebbe dovuto guidarvi l'Italia. La distinzione fra questi due caratteri come si sarebbe espressa? Il mondo l'avrebbe intesa? All'Italia sarebbe bastata? Se lo statuto era una concessione del sovrano, non riconosceva diritti nel popolo; riconoscendogliene, il sovrano non era più che un rappresentante di esso come il parlamento. Ma allora il popolo aveva diritto di mutare anche questa nuova forma di governo, proclamando la repubblica: infatti questa fu proclamata molto più presto che gli stessi esaltati non si pensassero.
Intanto il partito moderato vaneggiava al governo col più giovanile entusiasmo: giù nelle piazze il baccano delle feste assordava gli orecchi anche più duri. Il nuovo ministero si accinse all'opera con eccellenti intenzioni, ma senza idee rivoluzionarie, quantunque la rivoluzione straripasse per tutta l'Europa. A mezzo il mese si sapeva già che il cantone di Neuchâtel si era mutato per sollevazione, la dieta di Francoforte aveva sancito la libertà di stampa per gli stati della confederazione germanica, il re di Baviera concedute più libere istituzioni: Amburgo, Vittemberga, Sassonia tumultuavano, Vienna era in fiamme; se ne diceva espulsa la dinastia, l'Ungheria in armi.
L'ora fatale per l'Italia era dunque discesa sul quadrante della storia. Unità o confederazione e guerra allo straniero, ecco il programma; armare il popolo, sollevarlo, profittando del suo entusiasmo, precipitarlo come una valanga sull'Austria atterrita e scomposta. riconquistare tutta Italia dimenticando in questa conquista ogni gelosia di principato, ogni riserva di statuto, ogni egoismo di regione, e l'Italia trionfante si ricomporrebbe, a seconda del proprio diritto. Solo una vera rivoluzione avrebbe potuto far questo, ma non era nell'anima nè dei popoli, nè dei principi. Così non si raggiunse nè l'unità, nè la federazione, e la guerra regia fu lombarda nelle sommosse, piemontese nelle battaglie, republicana negli assedi, italiana solo nei tradimenti e nelle sconfitte. Il numero dei volontari vi fu scarso, quasi nullo il carattere popolare, breve la durata, epico il valore dei rivoluzionari, infelice la condotta di tutti i governi traditori o traditi; gli statuti apparvero tranelli, la confederazione una lustra, le republiche un sogno, il principato piemontese insufficiente, quello napoletano straniero; Roma sola rappresentò tutto il mondo nell'abolizione del potere temporale, ma, accecata dal proprio lampo, volle essere romana anzichè italiana. Non vi fu rivoluzione interna giacchè nessuna classe ne sostituì un'altra al governo, carnevale e diplomazia viziarono la guerra, le campagne si scopersero austriacanti o clericali, l'idea rivoluzionaria impedì l'opera regia, questa vietò l'accordo nazionale, mentre libertà ed indipendenza si contraddicevano nella stessa impossibilità di attuazione, affrettando la disfatta di quest'ultima rivolta federale e costituzionale.
Intanto che tutta Italia si sbizzarriva nel baccanale degli statuti, sciupandovi forze preziose, nel Lombardo-Veneto la tensione degli spiriti cresceva tutto giorno. Il problema rivoluzionario, così involuto negli altri stati, si semplificava sulle terre occupate dallo straniero nella suprema necessità della sua espulsione. Il dibattito delle future forme politiche vi era piuttosto querela di accademia che di partito: la tirannide austriaca era troppo dolorosa per concedere agli spiriti l'ozio necessario ad una simile discussione. Il conte Fiquelmont, mandato a sorreggere il fiacco vicerè Ranieri, aveva reso più triste l'azione della polizia proibendo le ovazioni al nuovo pontefice, insidiando, violando coscienze e case. Una guerra si era accesa fra popolo e polizia, accanendosi coi più futili pretesti: i liberali immaginarono d'impoverire l'Austria non giuocando al lotto, non fumando e proibendo di fumare.
Erano rappresaglie piuttosto di scolari che di uomini, e parvero eroismi e alcuni ne produssero. Ma se la diplomazia europea commossa a queste violenze sanguinose s'intrometteva a placarle, e il vicerè scendeva a bugiarde promesse, il vecchio Radetzki invece con indomabile baldanza stringeva la spada pronto a colpire. Sui confini intanto il Piemonte raddoppiava le guardie; il clero, esacerbato contro l'Austria per la ferrea disciplina impostagli e per gli sfregi usati a Pio IX, si schierava dal canto del popolo; persino la rappresentanza municipale, sempre modello di servilità amministrativa, osava sporgere una protesta contro l'ultimo editto minacciante tutti i cittadini della deportazione. Ma il governo austriaco, quantunque minacciato in tutta la varietà delle proprie provincie dalla stessa rivoluzione e forte solamente nella propria unità dinastica e burocratica, non cedeva. La sua politica di mezzo secolo, rendendolo inetto ai sùbiti cambiamenti imposti dall'opinione dei piccoli principati d'Italia, lo tirava piuttosto al rischio di una guerra che alle conseguenze imprevedibili degli agguati costituzionali. Così, mentre Milano si preparava con orgasmo minaccioso ad un supremo tentativo di riscossa, e Venezia sempre più mite cominciava appena con Manin e con Tommaseo l'agitazione legale domandando per mezzo della propria congregazione centrale qualche riforma, la cancelleria imperiale rispondeva con truce risolutezza e promulgava la legge stataria incarcerando Manin e Tommaseo come ribelli.