Ma la rivoluzione federale di allora, falsa nell'idea e nel processo, doveva avvolgersi per tutte le provincie d'Italia nelle stesse contradizioni: Mazzini, che pronto a rimpatriare cospirava da Parigi fondandovi una nuova associazione nazionale, si lasciò soverchiare dal moto: combattè cogli scritti l'illusione monarchico-papale, e vi cedette, invece di spingere i propri aderenti ad un'azione schiettamente rivoluzionaria, quantunque tragico ne fosse poi il risultato. Il suo temperamento di moralista e la sua tempra di apostolo non erano da tanto: sarebbe stato un tentativo inutile ma logico, e non uno dei capiparte si mantenne logico in quella tormenta. Dei due problemi della libertà e dell'indipendenza, così profondamente compenetrati, nessuno doveva essere sciolto, perchè in nessuno vi poteva essere accordo di tutti. Infatti nemmeno in quello dell'indipendenza, che pareva il più facile, si convenne. I governi italiani assisterono allo scoppio della ribellione lombardo-veneta senza decidersi; l'aborrimento ai tedeschi nelle provincie, non da questi occupate, era nel popolo poco più di una antipatia: il caso di Milano non riguardava che il Piemonte, il quale solo poteva profittarne, incorporandosela.
Così fra il comitato di guerra e il governo provvisorio milanese s'accese colla vittoria una infelice rivalità: questo avrebbe voluto aderire subito al Piemonte per uscire dall'instabilità della sommossa, ed era il partito dei nobili e dei ricchi inteso a profittare dei risultati delle cinque giornate; quello, composto di coloro, che realmente avevano vinto, rifuggiva da una dedizione incondizionata al Piemonte. Il dibattito difficile si fece presto aspro. Piemonte e Carlo Alberto non meritavano tale sacrificio, giacchè non avevano nè giovato alla Lombardia, nè operato per l'Italia: ma la dedizione diventava inevitabile senza la proclamazione di un'altra Cisalpina. Il comitato di guerra, incapace di fare una vera rivoluzione, scelse un mezzo termine inutile nel risultato ed ingenuo nella procedura, accettando il Piemonte e lasciando in sospeso la decisione sulla forma di governo. A guerra finita il popolo avrebbe deciso: come se col Piemonte vittorioso la Lombardia avesse poi potuto evitare di esservi incorporata!
Ma quest'accademia ammansava le suscettibilità dei rivoluzionari, che volevano salve le forme dei plebisciti.
Adesioni di guerra.
Intanto in Piemonte governo e paese fremevano d'opposti sentimenti. Le diplomazie europee, spaventate da tante rivoluzioni simultanee, premevano sul piccolo stato sconsigliandolo dall'entrare nell'incendio per non farlo maggiore: la corte, già inquieta per le novelle repubblicane di Francia, si atterriva all'impreveduta insurrezione lombarda, che poteva costituire sul confine orientale un'altra republica, mentre il popolo, abbandonandosi alla propria avversione pei tedeschi, urlava d'entusiasmo. Carlo Alberto, sempre più piemontese che italiano, più tiranno che re, più ingordo di conquista che disposto a servire l'Italia formandola in nazione, tentennava. Quindi le sue misure oblique di governo confondono, poi esasperano la folla: ordina d'arrestare quanti volontari tentino guadare il Ticino per soccorrere i fratelli lombardi, ricusa di ricevere il conte Arese ambasciatore di Milano, e deputa il conte Martini al governo provvisorio e al comitato di guerra per offrire loro l'aiuto regio a patto di una dedizione incondizionata. Ma il Cattaneo gli risponde con nobile alterezza. Poi alla notizia che l'insurrezione è vittoriosa, Radetzky in fuga e Venezia in armi, Carlo Alberto si decide vinto dalla paura di un'altra ribellione piemontese. Genova già tumultuava, volontari armati passavano malgrado ogni divieto il confine, la stampa alzava la voce, l'ora delle esitanze era fatalmente trascorsa. Il re, che diceva segretamente all'Europa di entrare in Lombardia per impedirvi una repubblica, mandò quindi il proprio proclama agl'insorti chiamandoli fratelli e dichiarando che l'Italia questa volta avrebbe fatto da sè. Era questa una risposta a coloro che invocavano l'aiuto di Francia e di Svizzera, una dichiarazione regia colla quale Carlo Alberto si affermava aprioristicamente sovrano dell'impresa.
Il 25 marzo il generale Bes piemontese passava il Ticino, dando alle proprie truppe il vessillo tricolore; il 31 Carlo Alberto s'accampava a Lodi con 22,000 fanti, 2200 cavalli e 5 batterie. L'esercito era scarso, male agguerrito, guidato da generali inetti. Il re, lasciando il Piemonte, aveva ordinato al popolo di mantenersi quieto; la guerra doveva essere regia anzichè nazionale perchè la rivoluzione non soverchiasse.
L'insurrezione lombarda vittoriosa su tutti i punti, mentre le truppe piemontesi s'inoltravano nel suo territorio, lambiva il Tirolo: Trento si era profferta a Mantova per aiuti, ma non aveva avuto risposta; battaglioni di volontari occupavano già le valli dell'Adda e dell'Oglio, l'insurrezione veneta aveva dato in mano ai montanari della Carnia e del Cadore i passi dall'Austria all'Italia. Nel primo entusiasmo della rivolta una sottoscrizione aperta in Milano aveva fruttato in soli due giorni quasi un milione: i ruoli dei volontari si allungavano, mentre i soldati italiani al servizio dell'Austria disertavano. A questa non rimanevano che 50,000 uomini rotti e sbigottiti nel Quadrilatero.
Il resto dell'Italia infervorato scriveva di aiuti, affrettandosi a mandarli. Giuseppe Garibaldi, già salpato da Montevideo per confortare questa guerra santa colla propria mirabile abitudine della vittoria, stava per discendere a Genova. Una squadra di operai, reclutata a Londra e a Parigi dal generale Antonini, vi era già stata arrestata dal governo piemontese sempre più diffidente che mai della rivoluzione.
A Milano la lotta fra il comitato della guerra scioltosi volontariamente e il governo provvisorio si accaniva sotto le apparenze di un accordo patriottico. Cattaneo si era ritirato dall'arringo; Mazzini, entrato in Milano fra immense ovazioni, aveva dichiarato la propria neutralità perchè la nazione a guerra vinta decidesse poi della propria forma di governo; ma l'antagonismo politico della rivoluzione popolare colla conquista regia non poteva placarsi per riserve di capi o per espedienti di costituzionalismo. I rivoluzionari spingevano con tutta possa all'armamento del popolo per assicurare la cacciata dell'Austria da tutta l'Italia e, cooperandovi gloriosamente, essere poi in grado di resistere all'assorbimento della monarchia piemontese: questa, già accordatasi col governo provvisorio, più aristocratico che italiano e più monarchico che patriotta, contrastava ad ogni iniziativa popolare, persuadendo che Milano aveva già fatto anche troppo e al resto basterebbero gli eserciti piemontesi. Naturalmente la sincerità era scarsa in tutti i partiti: i radicali, per quanto più fervidi nell'odio all'Austria, non potevano così dimenticare i vecchi tradimenti di Carlo Alberto da sacrificargli in questa ora suprema ogni speranza di libertà e d'indipendenza: i moderati, consci della viltà mostrata nelle cinque giornate e della propria costante servilità all'Austria, diffidavano di una rivoluzione, nella quale sentivano che il primo atto avrebbe dovuto essere la loro espulsione. Il popolo si veniva raffreddando in siffatta lentezza di guerra e in quel dubbio umiliante che gli toglieva di riconoscersi una patria e un governo. Carlo Alberto sempre teatrale aveva dichiarato che non entrerebbe a Milano se non vittorioso, e perdeva gl'inestimabili vantaggi di un primo assalto contro Mantova ancora sguernita. I volontari capitanati da Teodoro Lechi, republicani i più, venivano lasciati senz'armi, senza vestiario, senza denaro: si cercava di limitare il numero delle loro iscrizioni; poi sospinti nel Tirolo, ai passi delle Alpi, impediti di combattere, forzati ad abbandonare quei luoghi e le insurrezioni nascenti, finalmente richiamati, furono con malvagia umiliazione disciolti. Si ricusavano gli esuli divenuti illustri combattendo per la libertà d'altri popoli: Mickiewicz con pochi volontari polacchi era tenuto quasi prigioniero nell'ozio increscioso di una caserma per timore di spiacere allo czar, e non fu poi chiamato al campo che per impedirgli di accorrere a Venezia: Enrico Cialdini, che diventò poscia generale del Piemonte, ributtato dal Collegno, dovette andare a Venezia per battersi, e vi cadde ferito; Giuseppe Garibaldi, generosamente dimentico della condanna capitale ancora sospesa sul suo capo, fu indarno stancato dal ministro Sobrero con ogni più bassa maniera d'infingimenti: il Fanti e il Cucchiari respinti, il Cernuschi e l'Anelli imprigionati.
Carlo Alberto, più facile a sperare in maneggi diplomatici che nella sorte delle armi, si acquetava già nel disegno segreto di un'Italia del nord dimenticando il Tirolo, diffidando di Venezia risorta republica, seguitando a trattare con Vienna, ordinando alla propria marina di non commettere ostilità contro le navi da guerra austriache e di rispettare tutti i bastimenti naviganti sotto bandiera tedesca. Il lavoro della diplomazia piemontese, allora presieduta da Cesare Balbo, mirava a precipitare le annessioni lombardo-venete senza offendere troppo l'Austria, per ottenere, secondo i consigli del Gioberti, un accomodamento fortunato. A ciò occorreva impedire la lega italica, della quale il papa farneticava ancora, e non ammettere alla guerra troppe altre armi.