Mentre la Toscana, sollevatasi all'annunzio della rivoluzione di Vienna e della prima giornata di Milano, apprestava un piccolo corpo di volontari esaurendosi nelle solite dimostrazioni patriottiche, il granduca Leopoldo con vecchia arte di governo intendeva a profittare del loro chiasso per occupare i territori estensi di Fivizzano, Massa Carrara e Pontremoli. Ma, poichè il fermento cresceva, dovette bandire la guerra nazionale carteggiando segretamente col Radetzky. I provvedimenti monetari di guerra furono derisorii: non s'impose che una tassa straordinaria sui fondi corrispondente alla terza parte dell'ordinaria, e una ritenzione progressiva dell'uno al 5% sullo stipendio degl'impiegati, entrate non esigibili che nel corso di un'annata: allora si era di marzo. Per l'esercito non si ordinò che una leva di 2000 uomini sulla coscrizione del 1819, lasciando sprovvisti di ogni bisognevole i volontari.
A Roma gli echi delle insurrezioni trionfanti nel nome del pontefice gettavano il suo governo nella crisi di problemi insolubili. Dopo le riforme gli statuti, dopo gli statuti la guerra. L'inesorabile logica della storia affrettava la catastrofe. Invano Pio IX credeva di poter resistere alla scissura della propria duplice sovranità spirituale e politica, coprendo la responsabilità del principe coll'infallibilità del papa. La marea della publica opinione lo soverchiò, imponendogli di concedere al ministro della guerra Aldobrandini la formazione di un piccolo esercito, e tre giorni dopo (23 marzo) l'apertura dei ruoli per l'iscrizione dei volontari, affidando la loro organizzazione al generale Ferrari. La folla fu tale alle iscrizioni che si dovettero chiudere entro 24 ore per mancanza di armi. Gli armati invece non superarono i 2300, e Giacomo Durando, generale piemontese mandato da Carlo Alberto, ne assunse il comando supremo. Erano preparativi di guerra, mentre si chiedeva scusa all'Austria degli stemmi imperiali abbattuti e bruciati dal popolo, che aveva scritto sul portone dell'ambasciata tedesca: Palazzo della Dieta italiana. Papa e ministri egualmente incerti non avevano più che l'assurda idea di combinare diplomaticamente una dieta italiana, quando la guerra ferveva contro lo straniero e alla guerra si sarebbe dovuto aiutare con ogni sacrificio.
Ma le Provincie papaline tumultuavano. Bologna, sollevatasi per aiutare Modena a cacciare il duca, era rimasta in armi per la guerra lombarda, traendo coll'esempio tutte le Romagne. La guerra era nelle fantasie, nelle coscienze, nei problemi, che sollevava ed imponeva, aggirando le teste, confondendo simboli e fatti, principii e espedienti. Pio IX, vinto ancora una volta dalla poesia del momento, dovette bandire ai popoli d'Italia un ultimo proclama altrettanto incerto nelle frasi e nelle idee, monito ed insieme benedizione che essendo di papa parve essere di Dio, e venendo dal principe persuase che egli pure si accordasse alla grande impresa contro lo straniero. L'entusiasmo crebbe: i volontari mossero da Roma ai confini settentrionali dello stato coll'ordine di difenderli, ma col proposito di varcarli. Era una festa, si parlava di crociata, si distribuivano croci per coccarde ai soldati, che per la maggior parte non credevano più nè alla religione del papa nè al diritto del re. Infatti a Roma l'agitazione rivoluzionaria aumentando di giorno in giorno forzò pontefice e ministero a scacciare i gesuiti. Non era ancora la rivolta allo statuto, ma era già la negazione del suo principio fondamentale ieratico.
Poco dopo, il Durando accampato sul confine di Ferrara, non riuscendo a frenare l'impeto dei volontari e giovandosi di un assenso confuso del papa e di un altro senza dubbio esplicito di Carlo Alberto, dichiarava in un proclama furbescamente mistico, cristiana la guerra all'Austria, e ne rigettava con molti fiori rettorici la responsabilità su Pio IX. Questi, indignato che un generale parlasse nel suo nome di pontefice protestò vivamente, senza accorgersi che il proclama di Durando fosse l'ultima fatale espressione del concetto sul papato messo in voga dal Gioberti e acclamato da tutti. Si era voluto il papato come strumento di rigenerazione politica, e doveva quindi partecipare alla guerra che ne segnava la prima crisi. L'anacronismo di un generale piemontese proclamante a nome del papa una guerra di religione valeva l'altro dello statuto concesso dal papa medesimo ai propri popoli e della lega fra i principi italiani, cui il papa si ostinava tuttora. Una irresistibile vanagloria lo faceva sognare questa lega, della quale Lamartine in nome della Francia lo salutava già presidente: quindi, credendosi corrivo, proponeva ingenuamente di ammettere al congresso anche i rappresentanti dei governi provvisori, senza avvedersi di urtare nella politica piemontese delle annessioni. Il granduca Leopoldo vi aderì per guadagnar tempo ad abbindolare i propri popoli; il Borbone di Napoli mandò una deputazione con ordine rigoroso di ricusare i ribelli deputati siciliani e di esigere la presidenza come per lo stato più esteso e potente d'Italia; Carlo Alberto dichiarò per mezzo del ministro Pareto che «in vista dello stato provvisorio di governo, nel quale si trovavano gl'Italiani sottrattisi al giogo dell'Austria, e per la guerra in corso la lega non si poteva stabilire». Ma questa confessione, che rompeva la neutralità giurata ai repubblicani milanesi, fu meglio intesa dall'invidia dei principi che dall'ingenuità del popolo.
Napoli, lontana dal teatro della guerra, si esauriva intorno al proprio problema costituzionale. Non si poteva credere, e da molti non si credeva, al re; nullameno non si osava compiere la rivoluzione detronizzandolo. La costituzione non funzionava; il ministro Bozzelli, rinnegando il proprio liberalismo, secondava gl'infingimenti di Ferdinando intesi a contristare la nuova vita politica. Così alle notizie delle rivoluzioni di Vienna e di Milano, mentre il popolo abbatteva gli stemmi austriaci e gridava armi per la Lombardia, Ferdinando atterrito aveva permesso l'arruolamento dei volontarii, scusandosene coll'Austria. Nella sua vecchia gelosia di tiranno soffiava una nuova invidia di re. L'astro araldico di Carlo Alberto che sembrava levarsi sulle Alpi lombarde, gli presagiva che una guerra piemontese vinta contro l'Austria avrebbe annullato tutti gli altri principi italiani: laonde contrastandovi intendeva a salvare se medesimo. Lasciò quindi partire i primi volontarii colla principessa Belgioioso, mise a presidente del nuovo ministero l'illustre storico Carlo Troya, di carattere onesto ma di scarso valore politico, accettò persino Pepe, tornato dall'esilio, a generale dei 14,000 soldati avviati verso il Po: ma, trincerato dietro tutte queste apparenze liberali, ordiva febbrilmente una congiura contro lo statuto e la guerra nazionale. Intanto a Pepe si era ordinato di fermarsi al Po aspettando nuovi ordini; e l'incorreggibile carbonaro, dimentico dei passati tradimenti, non solo credette ancora, ma consigliò al re di mettersi alla testa di 60,000 uomini per correre sull'Isonzo a dettare la pace all'Austria. Questo consiglio era l'ultima espressione del dualismo, che, dominando inconsciamente la politica di Napoli e di Torino, concordava la loro rivalità nell'interesse di un grande futuro stato italiano. Il Borbone vi si ricusò, ma Napoli cedette così a Torino la gloria di mutarsi in prima capitale d'Italia.
Napoli non era più che la più grossa città della penisola; Palermo, ribellatasi ai primi moti, le si erigeva dinanzi provocatrice nell'odio della riconquistata autonomia. Il parlamento, inaugurando il 25 marzo la propria costituzione con una solennità religiosa nella chiesa di San Domenico, avrebbe dovuto decidere finalmente della forma di governo; ma gli animi divisi, l'antica tradizione regia e i nuovi istinti democratici ne imbrogliavano il problema che sarebbe appena stato tale. Poichè la rivoluzione aveva cacciato i Borboni, assurde diventavano le pratiche tuttora aperte per trapiantare nell'isola un ramo della stessa dinastia. Il governo presieduto da Ruggero Settimo, il più insigne e popolare patriota, avrebbe dovuto gridarsi in republica, affrontando coraggiosamente l'opposizione della grossa aristocrazia propensa ad un re per conservare con lui gli antichi privilegi. Così consigliava con singolare intuizione di libertà il padre Ventura allora legato siciliano a Roma. Ma nonostante tutti i vantaggi d'aver guidato la rivoluzione e di tenerne ancora in mano i poteri, il governo non osò. Anche in Sicilia il moto era più separatista che rivoluzionario, senza vero concetto democratico; quindi rimase allo stato di accademia politica, perdendosi nelle più futili discussioni sul nuovo stemma dell'isola e sugli emblemi di fraterna concordia da mandare a Roma e a Torino, mentre tutta l'Europa era in preda alle rivoluzioni e in Italia inferociva già la guerra. Unico aiuto, come vergognando, si mandò in Lombardia un drappello di 100 siciliani comandati dal La Masa. Solamente più tardi a nuove minaccie di re Ferdinando il parlamento si riscosse e decretò la decadenza dei Borboni, per sostituirli con un'altra monarchia costituzionale. Il nuovo re sarebbe eletto dopo una necessaria riforma dello statuto, ma doveva essere italiano. Questo pomo di discordia gettato fra i principi, e il manipolo di La Masa erano la maggior concessione e il supremo sacrificio che la Sicilia potesse fare alla causa della nazionalità italiana.
La campagna piemontese.
Nullamento la guerra sembrava proseguire con crescente fortuna. La Francia, già prodiga di consigli, si offriva generosamente compagna all'impresa. Lamartine allora reggente il ministero addensava 60,000 uomini ai piedi delle Alpi, apprestando una flotta nel Mediterraneo; la Svizzera si disponeva a mandare un grosso corpo di volontarii a Milano; però il governo piemontese, temendo il contagio republicano, non solo ricusò ogni aiuto, ma dichiarò che avrebbe considerato come caso di guerra il passaggio di qualunque corpo armato alle proprie frontiere. Un tentativo di sollevazione in Savoia per congiungersi alla Francia venne a dargli ragione. Certo la Francia, intervenendo e cacciando d'Italia i tedeschi, avrebbe chiesto come dieci anni più tardi a compenso i territori di Nizza e di Savoia, questa prettamente francese di geografia e di storia, quella dubbia di nazionalità come molte città di confine, una volta francese, ora piuttosto italiana; e il governo sardo li avrebbe consentiti. Ma nel fermento republicano d'allora e coll'intenzione palese della Francia di costituire nel Lombardo-Veneto due piccole republiche, Carlo Alberto ricusò. All'interesse d'Italia egli, re del Piemonte, prepose naturalmente il proprio: Lamartine, comunicando al proprio ministero la risposta di Carlo Alberto minacciante d'armare i forti della Savoia contro i francesi, esclamò con profetica pietà: «Gl'italiani sono ciechi e dementi!» Quindi la Francia decise di non intervenire che invocata.
Mentre a Milano ferveva l'opera dell'annessione indarno contrastata dai republicani, Radetzky bloccato nel Quadrilatero dall'esercito piemontese sembrava a tutti prigioniero. Carlo Alberto, mal sicuro del proprio ingegno militare, e sempre sospeso in maneggi diplomatici, dopo le fortunate fazioni di Goito e di Monzambano, seguitava a perdere un tempo prezioso in vane ricognizioni contro Peschiera e su Mantova. Così Nugent, mandato da Vienna con grossi rinforzi, prima che gli si possa contendere il passo, guada l'Isonzo indifeso, prende Udine difilandosi su Verona; Belluno e il Cadore si difendono, ma il generale austriaco passa il Tagliamento e, superata una fiacca resistenza di veneti, si accampa a Conegliano. Per questa grave minaccia Carlo Alberto, mutando consiglio, ordina al Durando di passare il Po colle truppe pontificie. Questi, che con inesplicabile negligenza non aveva sloggiato gli austriaci dalla cittadella di Ferrara, avrebbe voluto correre su Venezia; ma Carlo Alberto, poco tenero della salute della nuova republica, gl'impone di marciare sopra Ostiglia per fronteggiare Mantova e coprire i ducati, dei quali spera l'annessione. Il governo di Roma, prevedendo il caso che Durando passasse il Po, aveva cercato una scusa a se medesimo, col risuscitare gli antichi diritti della chiesa sul Polesine soppressi dai trattati del 1815. Nugent manovra per congiungersi a Radetzky, Durando e Ferrari per impedirglielo; questi, battuto a Cornuda con un corpo di volontari, si ritirava a Treviso, Durando accorre per sostenerlo, senonchè Nugent rapidissimo passa La Brenta ed investe Vicenza. Sebbene la piccola e coraggiosa città resista strenuamente, Nugent può unirsi a Radetzky rialzando le sorti d'una guerra che avrebbe dovuto esser vinta per l'Italia. Allora Carlo Alberto, comprendendo finalmente la necessità di tagliare le comunicazioni dell'esercito austriaco colla Germania, si risolve all'azione. Il suo esercito è quasi di 70,000 uomini: 5000 toscani sulla sua destra invigilano Mantova, egli minaccia Peschiera e Verona col disegno di rendersi padrone nel lago di Garda e dei passi alpini. La battaglia si mescola ai villaggi di Colà, Sandra e Santa Giustina per decidersi a Pastrengo: il primo giorno (29 aprile) la fortuna arride agl'italiani, che avrebbero potuto all'indomani sterminare il nemico se Carlo Alberto, essendo di domenica, non avesse voluto che l'esercito ascoltasse la messa prima di riprendere l'attacco; questo ritardo impedì di cogliere i frutti della vittoria e permise al D'Aspre di rifuggirsi in Verona, mentre il generale Manno stringeva vittoriosamente Peschiera e il Sommariva ributtava gli austriaci da Sacca e da Sommacampagna.
Era la prima vittoria italiana, e doveva restare l'ultima.