Senonchè l'anarchia ministeriale e parlamentare, che lasciava il pontefice seguitare in un dispotismo anche più irresponsabile che pel passato, si ripercosse necessariamente a Bologna, dopo la generosa e fortunata sollevazione contro gli austriaci producendovi il più orribile disordine di plebe imbestialita a private vendette. Quindi la cosa procedette a tale che, se i carabinieri sdegnati dell'uccisione di un loro compagno non si fossero con rabbia maggiore scagliati sui malandrini, uccidendoli a fucilate per le strade, inseguendoli nelle case, imprigionando a caso, la ribalda insania non avrebbe avuto altro termine.

Questo ed alcune altre provvisioni stolide del ministro di polizia Accursi persuasero al ministro Fabbri di dimettersi e al papa di chiamare Pellegrino Rossi.

Pellegrino Rossi.

Il papato doveva soccombere: l'ultima scena della sua secolare tragedia stava per cominciare.

Pellegrino Rossi nato a Carrara nel 1785, presto celebre professore a Bologna, favoreggiatore di Murat nel 1815 per speranza di idee italiane nel regno del magnifico venturiere francese, poi esiliato dalla reazione della Santa Alleanza e riparato a Ginevra, insigne ritrovo di tutti gli esuli insigni, vi crebbe tosto d'importanza e di dottrina. Ingegno vario e brillante, assimilatore nervoso per logica e simpatico per eleganza di metodo, in quel soffio di rivoluzione, che allora riscaldava tutti i grandi spiriti contro il nordico gelo, tenne cattedra libera di giurisprudenza, attirando curiosi e studiosi, sembrando rinnovare nella facile esposizione vecchie idee. Quindi dall'ardita ed insinuante natura tratto alla politica, ottenne la cittadinanza svizzera con tanto credito da essere chiamato nel ribollimento prodotto dalla rivoluzione del 1830 a compilare una costituzione, che si disse Patto Rossi, e, rigettata allora, rivisse in parte nello statuto del '48. Ma in essa il Rossi scoperse la natura secondaria del proprio ingegno, egualmente incapace di rivoluzione e di originalità. A rovescio dello spirito politico e civile del secolo tendente alla nazionalità, egli vi stette per l'unione contro l'unità, per la tradizione contro la rivoluzione, per la libertà degli ordini contro l'emancipazione dell'individuo. Così decaduto nella pubblica estimazione, dovette ricoverarsi in Francia, ove l'attendevano gloria e favori insperabili a uno straniero. Tosto eletto professore di diritto costituzionale, membro dell'Istituto, cittadino, pari, conte: bersagliato dall'opposizione, che in lui vituperava il rivoluzionario diventato cortigiano di un governo corrotto e corruttore, e lo scienziato sempre pronto a contraddire nell'esercizio della politica gli assiomi pomposamente proclamati dalla cattedra; inviso agli esuli italiani che lo giudicavano rinnegato della patria e della libertà; carbonaro e cospiratore in Italia, republicano in Svizzera, orleanista in Francia, dottrinario nella teorica, scettico nella pratica, senza coscienza di patria, caro a Luigi Filippo che lo deputò ambasciatore a Gregorio XVI e a Pio IX, rifulse nullameno nei circoli politici e filosofici d'allora per opera specialmente della stampa governativa. Ma tra i maggiori eclettici del tempo non fu grande nè per potenza di pensiero, nè per splendore di forma: nell'insegnamento del diritto costituzionale, assurda miscela di postulati storici e filosofici alla quale i governi parlamentari dovettero dar nome di scienza ed erigere cattedre, non sorpassò Beniamino Constant; nell'economia politica rimase fatalmente immobile nel dualismo della scienza pura e della scienza applicata entro la vasta orbita di Giambattista Say; nel diritto penale passò dal principio di Bentham a quello della giustizia assoluta, combattendo la scuola storica senza giovare alla scuola filosofica, cercando indarno la giustificazione della pena e l'ideale verità della giustizia sulle orme di Kant e di Cousin; meno acuto e più famoso di molti altri penalisti italiani contemporanei, dimenticato poco dopo nella gloria immortale del Carrara. Ma in tutte le sue opere, notevoli per vigore di metodo e nativa eleganza di esposizione, parve pregio massimo quella temperanza di principii e di conseguenze, che, accontentando i mediocri, sembra significare nell'autore una profonda conoscenza della materia e un instancabile equilibrio di forze, mentre non è troppo spesso che inettitudine del pensiero a creare e facilità artistica di traduzione.

Nella sua ultima deputazione a Pio IX tra il fervor dei lirismi politici sul papato, egli italiano ed insieme straniero, filosofo e giurista, professore di costituzioni e diplomatico del governo che pareva allora modello di sapienza pratica, capitò come un alleato naturale ed avventuroso del partito dei principi. La sua fama, il suo grado, le sue affinità con tutte le diplomazie europee, sorrisero all'immaginazione dei nuovi costituzionali ancora ignoranti al giuoco dei parlamenti. Lo si accolse come un maestro, lo si ascoltò come un oracolo, mentre le contumelie dei giornali rivoluzionari, che in lui cosmopolita senza coscienza nazionale non vedevano che un tristo accolito di Guizot e un peggior mezzano di Luigi Filippo, addensandosi intorno alla sua reputazione, le davano più vivo rilievo. Involontariamente Pellegrino Rossi divenne nello spirito pubblico il rivale di Giuseppe Mazzini. Entrambi erano cresciuti nell'esilio, celebri per scritti ammirati da amici e da nemici. L'uno rappresentava il vecchio spirito rivoluzionario del '21 e del '31 divenuto senno pratico, adattandosi ai fatti quotidiani e giovandosene nell'oblio dei principii, come un carbonarismo borghese ed autoritario mutato col trionfo degli Orléans in governo borghese a base industriale, timido nelle iniziative e temerario nelle repressioni, egualmente logico nell'abbandono dei primi principii e delle ultime conseguenze, unificando lo stato nel governo e il governo nella dinastia, considerando la nazione solo negli elettori e il potere solo negli eletti: tutta la libertà nella carta, tutta la giustizia nell'ordine, tutta la rivoluzione in concessioni di principi e in applausi di sudditi, l'Europa immutata ed immutabile. L'altro era la rivoluzione popolare e profetica, ancora solitaria nei migliori e nullameno divenuta presto universale nel loro apostolato, teatrale nell'eroismo e sublime nel martirio, internazionale nel sentimento e patriottica nel concetto: che voleva l'Italia una, libera e republicana, e non s'arrestava a statuti, non patteggiava collo straniero, non si accodava a re, non si illudeva coi preti, inflessibile per eccesso di logica ed inabile per troppa grandiosità di disegno.

Per Pellegrino Rossi l'Italia di Mazzini era un'utopia che impediva ogni progresso nella realtà, una demenza del pensiero, una perfidia della volontà: per Mazzini l'Italia di Pellegrino Rossi era una falsa apparenza, l'ombra di un fatto esaurito, attraverso la quale passavano già i raggi di un'idea novella. I suoi principi non credevano nemmeno agli statuti che largivano, non volevano la Dieta che mestavano, abborrivano dalla guerra che proclamavano: erano come fantasmi del passato, una suprema menzogna del presente. La loro ridda politica intorno al Vaticano somigliava alla Danza dei Morti di Goethe intorno ad un campanile nel piano fosco di un cimitero, aspettanti la grande parola del nuovo giorno per inabissarsi nell'ombra.

La nomina del Rossi al ministero, nel quale il vecchio cardinale Soglia conservava apparentemente la presidenza, parve a tutti una provocazione. Il gabinetto francese ne mosse vive rimostranze come di sfregio fatto alla repubblica coll'elevazione di un orleanista; i rivoluzionari fiutarono il nemico; i Consigli sentirono il padrone ed abbassarono al solito la testa; i sanfedisti recalcitrarono, riconoscendo nel forte parlamentare l'invincibile proposito di governare costituzionalmente; i preti si scandolezzarono a questo secondo avvento di un filosofista niente più ortodosso del Mamiani; Pio IX solo calmò la propria incertezza dietro il coraggio del ministro, che aveva affermato pubblicamente sino dalla prima ora: «Non si abbatterà l'autorità del papa, se non passando sul mio corpo». L'infelice credeva ancora che un individuo potesse mutarsi in sbarra contro la storia.

I primi atti del ministero furono di guerra: frenò, vessò, espulse i democratici sospetti di rivoluzione; per ristorare le finanze tassò il clero, inimicandoselo; avversò energicamente il Piemonte, compiacendosi ai disastri militari che tarpavano opportunamente l'ali ai suoi sogni di conquista. Quindi, nè unitario nè federalista, vide con occhio sicuro l'impossibile ipocrisia della lega e l'impotente rettorica della rivoluzione; ma troppo saturo di cartismo e fidando nella bonarietà del pontefice, credette nullameno di poter fondare a Roma un vero governo parlamentare. Roma costituzionale avrebbe così preso la testa del movimento italiano, e l'Italia avrebbe potuto risorgere dopo di essersi irrobustita in lunga e ordinata educazione liberale.

Egli, come massimo ed unico ministro, doveva quindi governare personalmente in quei primi giorni costituzionali: così incorporò al proprio ministero dell'interno quello di polizia, per meglio valersi dei mezzi repressivi e cacciare il Galletti ligio ai rivoluzionari; promosse lavori pubblici, strade ferrate e telegrafi, scuole d'economia politica e di diritto commerciale. La coscienza della propria superiorità, e quella fremente alterigia che si compiace dell'odio popolare quasi ritrovandovi una prova del merito, gli tolsero di valutare esattamente l'opposizione ingrossante di giorno in giorno. Nelle inevitabili trattative per la costituente proposta dal Montanelli scoperse con brutale franchezza i disegni voraci del Piemonte, e, mentre questo instava per una lega militare secondo le terribili urgenze del momento, ma nella quale avrebbe naturalmente avuto il sopravvento, egli propose una inutile lega di principi senza alcun accenno nè alla nazione nè all'indipendenza. Ciò disperse quel falso sogno di una dieta italiana, ed isolò il Piemonte. Intanto, proseguendo nella riforma militare e giudiziaria per organizzare modernamente lo stato, vi accresceva il mal animo collo spostamento degli interessi e le lesioni ai troppi diritti acquisiti: gli ordini dati al Zucchi, ministro della guerra, per impedire a Giuseppe Garibaldi, approdato in Toscana e quivi accolto freddamente dal Guerrazzi, il transito per la Romagna colla sua eroica legione di Montevideo diretta a Venezia, offesero vivamente il sentimento nazionale. A Bologna il popolo ammutinato impose al generale degli svizzeri Latour di lasciar libero il passo a Garibaldi: questi, giungendovi, suscita l'entusiasmo di tutti; Angelo Masina bolognese lo segue, improvvisando a proprie spese un grosso squadrone di cavalleria. Ma Zucchi, già salvato da Garibaldi a Como ed infellonito pel recente smacco, non potendo imprigionare il proprio salvatore, come Rossi avrebbe voluto, incarcera il padre Gavazzi, barnabita divenuto celebre predicando la crociata contro gli austriaci su per le piazze. I liberali urlano, il congresso federativo di Torino dichiara la caduta di Rossi necessaria all'attuazione delle speranze italiche, la reazione ministeriale costretta ad esagerarsi per resistere all'esaltamento degli animi peggiora le proprie misure. Tutto diventa provocazione: una truppa di carabinieri, chiamata a Roma e fatta passeggiare spavaldamente pel Corso, pare una sfida: si mormorano minaccie contro i Consigli, si sussurra di costituente, si denuncia l'ostinato ministro alla pubblica esecrazione.