E nessuno lo sostiene.
Il clero gli è avverso per le tasse e per quel fermo proposito di stabilire un vero governo costituzionale, i federalisti lo osteggiano come unico nemico della Dieta italiana, la diplomazia degli altri principi lo abbandona, le popolazioni inerti, papaline o rivoluzionarie, guardano di mal occhio questo straniero che tutti condannano. La reazione ha già trionfato di Napoli e della Sicilia; la Lombardia è ricaduta nella servitù tedesca. Venezia già cinta d'assedio, il Piemonte cogli austriaci vincitori al confine, la Toscana imbrogliata nella rettorica armeggia contro al proprio principe e non s'accorge che Radetzky sta per rioccuparla come un feudo imperiale. Il papa, rimasto solo all'esperimento costituzionale e atterrito dall'anarchia di Roma, si prepara ad accettare l'intervento tedesco, dianzi respinto, per ristabilirsi signore assoluto e tornare in quiete. La rivoluzione precipita verso la catastrofe; il quarantotto è stato inutile. Il Piemonte ha fallito, Napoli tradito, Milano votata un'annessione vana, Venezia gridato, negato, riaffermato la propria republica senza fede in essa e senza speranza; la Toscana ha oscillato senza muoversi; nessuna idea si è ancora affermata. Il papato, nel nome del quale cominciò la rivoluzione e per opera del quale fu arrestata nel momento della vittoria, come disse la prima parola della rivoluzione, così deve esserne l'ultima: bisogna che la rivoluzione lo distrugga per affermare la propria idea. Senza l'abolizione del potere temporale e senza la repubblica a Roma, la rivoluzione del quarantotto non è che una inutile ripetizione di quelle del '21 e '31: mancherebbe il progresso alla vita, la logica alla storia. L'ostacolo più antico ed universale alla costituzione della nazionalità italiana fu ed è il papato: la rivoluzione non può essere tale che sopprimendolo come già fece la francese dell'89, ma quella procedendo per conquista rovesciava, non abrogava. L'Italia che lo ha creato, può sola annullarlo. L'unità, l'indipendenza e la libertà della nazione derivano da Roma italiana: Roma pontificia è l'Italia federale diffranta in minimi stati, serva dello straniero, senza individualità nella vita e senza personalità nella storia.
Il papato, dando la spinta alla rivoluzione, ha tentato l'ultimo esperimento per rinnovarsi: ma la guerra nazionale gli è rimasta estranea, lo statuto lo soffoca, l'idea moderna democratica lo trascende.
Pellegrino Rossi è la reazione con tutto l'orpello e il panneggiamento delle false franchigie costituzionali, coll'assurdo della sovranità popolare e papale, coll'antagonismo dello stato pontificio con tutti gli altri e colla nazione: è la reazione senza alcun principio politico, senza fede in se medesima, senz'accordo con nessuna classe o ordine, incompresa ed incomprensibile.
Quindi Pellegrino Rossi diventa il centro di tutti gli odii; la sua condanna esce dalla fatalità storica come un epilogo. Un superbo accecamento lo rende più intrattabilmente dominatore negli ultimi giorni: invano lettere anonime lo avvisano e pochi amici lo consigliano ancora. Egli non crede al proprio assassinio, giacchè non può intenderne la ragione storica. Infatti la sua reazione nell'apparenza è quasi insignificante, paragonata a quella di Ferdinando Borbone; la sua sincerità parlamentare è indiscutibile, la sua illusione quella stessa di tutti i politici di allora: l'allocuzione del 29 aprile non venne da lui inspirata, Garibaldi fu peggio trattato a Milano che a Bologna, il tradimento del papa ricusantesi alla guerra nazionale non è nulla al confronto dell'abbandono di Milano e della consegna di Venezia tentata da Carlo Alberto. Nullameno l'odio rivoluzionario s'addensa su Pellegrino Rossi, lo esecra come un tiranno, lo insulta come un carnefice. Nessuno sospetta ancora la profonda ragione di così unanime sentimento nella necessità di salvare la rivoluzione, proclamando la repubblica a Roma.
Il 15 novembre Pellegrino Rossi, mentre sale lo scalone della cancelleria, ove è adunato il parlamento, solo col Righetti fra una folla minacciosa, è colpito da una pugnalata alla carotide. La guardia nazionale ha assistito impassibile all'assassinio, il popolo urla di feroce entusiasmo, il presidente Sturbinetti con affettato stoicismo ordina prosegua la seduta, ma i deputati si sbandano sotto l'incubo di un terrore misterioso, intanto che la notizia si sparge per tutta Italia con miracolosa rapidità. A quei giorni furono similmente uccisi il ministro Latour a Vienna, il Lamberg in Ungheria, il Lichnowski a Francoforte senza che la loro morte provocasse emozione di sorta: ma quella di Pellegrino Rossi sconvolse tutte le coscienze. Qualche gran cosa era con lui crollata: a distanza di diciotto secoli il pugnale, che aveva colpito Cesare per trafiggere invano l'impero, scannava Rossi uccidendo il papato. La morte del dittatore non potè salvare l'antica republica: quella del ministro permise alla nuova di nascere.
Federazione di principi e primato pontificio, rinnovamento religioso e autonomie regionali, tutte le tradizioni e le aberrazioni del quarantotto, svanivano con Pellegrino Rossi. Qualche gran cosa era crollata con lui, la Roma papale più vasta della Roma cesarea, città di Dio che, fabbricata colle rovine dell'impero romano, aveva contenuto tutto il medioevo e dominato il rinascimento, slargandosi colle scoperte successive di due mondi, soccombendo alla rivoluzione francese, ma per rialzarsi dopo di essa, quasi maggiore di essa. Qualche gran cosa era cominciata colla sua morte, la Roma italiana, l'epoca delle nazionalità, l'èra universale della libertà, la repubblica del pensiero, la cattolicità della scienza.
Al Quirinale, nelle anticamere del papa, si rinnova il terrore che alle notizie delle prime invasioni barbariche agghiacciava le sale dei Cesari: si dànno ordini di repressione ai gendarmi che non osano eseguirli; i ministri balbettano, i deputati si disperdono, i cortigiani sono già dispersi. Giù nella piazza un'orgia brutale dà all'assassinio una truce mirifica apparenza di festa. L'indomani si pensa a provvedere un nuovo ministero, non sapendo e peggio non potendo sapere chi porvi, mentre i rivoluzionari, concertandosi rapidamente, sollevano in massa il popolo e lo spingono al Quirinale per chiedere una costituente italiana e un ministero democratico con Saliceti, Campello e Sterbini. Galletti è deputato oratore del popolo al papa. Questi tenta resistere, sperando ancora nella propria autorità, che la sommossa medesima sembra riconoscere; ma il popolo infuria. Volontarii reduci da Vicenza, guardie civiche e carabinieri corrono all'armi, si assedia il Quirinale: gli svizzeri resistono, la mischia s'accende, un monsignore è ucciso, s'incendia una porta del palazzo, un cannone trascinato in piazza sta per rovesciare l'altra, finchè Pio IX, vinto dal terrore, dichiara ai diplomatici di non cedere che alla violenza, ed inganna il popolo colla composizione di un nuovo ministero. Il principe non ha saputo resistere, il pontefice non ha voluto sacrificarsi: eroismo e martirio non sono più pel papato.
Allora il trambusto diventa inintelligibile. Marco Minghetti alla testa del gruppo bolognese si dimette da deputato per non venir meno alla devozione verso il sovrano; il ministero non osa condannare pubblicamente l'assassinio di Rossi, che rimane e rimase poi misterioso, palleggiato con reciproca accusa da gesuiti a mazziniani, sconfessato con unanime orrore da tutti i partiti. I circoli fanno proclami e decreti: un'aurora boreale getta sul tumulto una luce sanguigna di tragedia, atterrendo tutte le superstiziose fantasie; quindi il papa, sentendosi straniero nella propria capitale, fugge insospettato e travestito a Gaeta.
Lo statuto era stato una resa, la fuga diventò un'abdicazione.