La carboneria cresciuta ad incredibile numero di adepti non poteva non risentirne. Nella dissoluzione dell'immensa unità, napoleonica, fra il doppio crepuscolo di un'epoca che finiva e di un'altra che incominciava, dopo aver sopportato la protezione e la persecuzione regia, non aveva ancora trovato il problema pel quale era nata. Il cosmopolitismo, togliendole la precisione degli obiettivi e il carattere nazionale, invece di una forza diventava una debolezza. Quantunque si reclutasse anche nelle file del popolo e fosse borghese per studi e tendenze, subiva ancora così il fascino dell'aristocrazia da cercare in essa i propri capi. Quindi anelava a sostituirsi nel governo anzichè a vera emancipazione politica; i suoi più illustri capitani furono Carlo Alberto di Carignano e Francesco duca di Calabria; avevano scritto sulla propria bandiera — Indipendenza, Libertà, e poi Unione invece di Unità — sfuggendo così al problema primordiale della ricostituzione italica. Del come stringere la federazione o fondare una republica una monarchia unitaria non discuteva, quasi di secondaria conseguenza lasciata alla decisione del capo al capriccio della vittoria. Moralmente la carboneria era nobile e generosa; ma intellettualmente retriva, affettava il classicismo nelle idee e nelle forme letterarie, romanticheggiava sulla tradizione italica, invanendo nel segreto teatrale delle proprie iniziazioni e nella rapida diffusione delle vendite. Se la sua forza avesse corrisposto alla sua cifra, la quale raggiungeva quasi il milione, e la sua fede fosse stata profonda, avrebbe potuto, mutandosi in esercito al momento della riscossa, assicurare la rivoluzione: invece non ne fu nulla. Questa cominciò come una insubordinazione, visse fra una festa e un'accademia, rinnegò nell'insulsaggine di un egoismo regionale l'unità italiana, si affidò ingenuamente ridicola alla parola di un re spergiuro, per finire fortunatamente in un massacro di reazione, che la riabilitò avvalorando con ineffabili dolori il carattere politico nazionale.

Come sètta politica la sua debolezza stava nel suo stesso numero eccessivo, giacchè prima di raggiungerlo avrebbe dovuto affermarsi per insurrezione; e peggiori erano le qualità dei suoi adepti in gran parte preti. Questo invece di essere un carattere religioso significava che l'antinomia del vaticanismo colla rivoluzione non era ancora sentita.

I primi fatti avvennero a Napoli. Guglielmo Pepe, strenuo soldato ma inetto generale e più inetto politico, vi sfoggiò teatralmente. Compromesso quasi da fanciullo in due cospirazioni, processato e gittato nelle orribili fosse del Marittimo e della Favignana, poi soldato a Marengo e nelle Spagne; di republicano mutato in costituzionale; colonnello al servizio di re Giuseppe e di Murat; contro questo mescolato nelle ultime cospirazioni per strappargli una costituzione; finalmente rimasto generale sotto Ferdinando di Borbone, era l'eroe della carboneria. Lo splendore delle sue gesta soldatesche, le sue prime congiure, la sua ultima conversione al costituzionalismo, i suoi pregi e i suoi difetti, lo destinavano a rappresentare il nuovo moto. Si sapeva che Pepe nel 1819, quando Francesco I d'Austria e Metternich vennero ospiti del re Ferdinando, aveva tramato di catturarli tutti ad una rivista che poi fallì. Ma la carboneria, dopo la costituzione della Vendita suprema di Salerno, incalzata dalla rivoluzione spagnuola, affretta le disposizioni per la rivolta: tradita da un miserabile Acconciagiuoco le precipita: l'esercito è quasi tutto carbonaro. Due sottotenenti del reggimento Borbone cavalleria, Michele Morelli e Giuseppe Silvati, sospinti dal canonico Menichini, lo sollevano al grido di: viva Dio, viva il re, viva la costituzione, ma il popolo non capisce quest'ultima parola. Il tenente colonnello Concili aderisce, si canta trionfalmente col vescovo il Te deum in Avellino. Di qui la colonna degli insorti s'avvia a Monforte, altri canonici carbonari la rinfiancano con bande raccogliticce; la Corte sgomentata deputa Pepe ai ribelli, poi, malcerta della sua fede, manda loro il generale Carrascosa senza soldati. Questi tratta coi rivoltosi aspettando rinforzi per batterli, ma l'insurrezione si propaga, altri reggimenti si ribellano eccitati da Pepe, la Corte trema, e cinque settari col duca Piccolelli alla testa, quasi nel finale di un melodramma, vi penetrano intimando al re di concedere la costituzione fra tre ore.

E Ferdinando la dà.

Allora è un'ebrezza: Pepe, dichiarato salvatore del re, fa retrocedere i calabresi già in marcia su Napoli, quindi vi entra, 9 luglio 1820, caracollando alla testa degli insorti fra nembi di fiori e cantici di osanna. L'eccitabile immaginazione del popolo lo paragona a Murat. Disceso a corte, bacia umilmente la mano al vecchio re Ferdinando che lo abbindola con volgari complimenti.

La costituzione giurata all'indomani dal re con invocazioni di fulmini divini sul proprio capo, se mai avesse a tradirla, esalta al delirio le fantasie: la costituzione era spagnuola e si era voluta fanaticamente quella, benchè nessuno la conoscesse e in tutta Napoli solamente l'ambasciatore spagnuolo ne avesse una copia. La Corte s'inganna, la carboneria s'illude, il popolo festeggia. Il poeta Gabriele Rossetti lancia la più bella delle sue odi a questa incruenta rivoluzione senza accorgersi che se adesso non vi è stilla di sangue su tante migliaia di spade, nel giorno prossimo della battaglia le stesse spade ricuseranno d'insanguinarsi. Tutti si affigliano alla grande setta: il duca di Calabria vi si fa iniziare da monsignor Marcello, i lazzari vi si arruolano a frotte. Ma la camorra, eterna peste di Napoli, vi si mesce, vendendo diplomi di carboneria agli stessi sanfedisti, intenti così al doppio scopo di salvarsi da possibili vendette e di penetrare nella rocca del nemico.

La diplomazia estera osteggia la rivoluzione: Sir William A' Court e il duca di Narbonne la disonorano nei propri rapporti, onde a mezzo agosto due flotte francesi ed inglesi compaiono nelle acque di Napoli per difendere la famiglia reale. I grandi maestri della carboneria congregata per avvisare ai nuovi pericoli ordinano ai carbonari e alle milizie di muovere su Napoli, e stabiliscono un comitato di salute publica di cinque membri col potere degli Efori spartani, eterno ricordo classico, che vigilino sui generali, sui ministri, sulla corte, su tutti.

Ma siccome la polizia reagisce contro la setta arrestandone qualcuno, questa non ardisce spingersi all'insurrezione.

Intanto la Sicilia, ostinata nella propria autonomia e sobillata dalla corte, profitta della rivoluzione di Napoli per ribellarsi; orribili scene di sangue disonorano Palermo. Mentre il re riconcede la costituzione del 1812, e il popolo reclama quella spagnuola proclamata a Napoli, mirando precipuamente a costituirsi in stato indipendente sotto la stessa dinastia, la guerra scoppiata fra soldati di presidio e popolani costringe il nuovo governo di Napoli ad intervenire. Le antinomie politiche si aggrovigliano: la Sicilia vuole essere indipendente secondo le tradizioni federaliste italiane e non comprende che a questo le occorrerebbe prima decretare la decadenza dei Borboni ed eleggersi altro re o costituirsi in repubblica; a Napoli la rivoluzione inspirata da un vago liberalismo cosmopolita, che sino alla vigilia della sommossa aveva sempre parlato d'Italia, si chiude con insipiente egoismo nella formula regionale contro le proprie inconscie tendenze nazionali sino a ricusare, per timore di Roma, la fusione con Benevento e Pontecorvo, città pontificie internate nelle terre napoletane. Ma verso la Sicilia, che vorrebbe usare a Napoli il trattamento da questa tenuto coll'Italia, l'antico orgoglio di capitale protesta in nome dell'unità. Così Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, generale egli pure, viene deputato a soggiogare Palermo, e sbarca a Milazzo, s'accentra a Messina rimasta fedele a Napoli per tradizionale rivalità con Palermo. Senonchè scarso a soldati, tratta di componimento col principe di Villafranca; questi troppo ben disposto ad arrendersi è infamato subitamente dalla plebe col nome di giacobino, tanto nell'isola è ancora odiata la rivoluzione francese! Il tumulto cresce, si scarcerano i galeotti, si tempesta nelle guise più strane. Pepe, astutamente longanime, arriva nullameno a concludere un accordo, che Napoli infatuata della propria superbia di capitale cancella, mandando il Colletta, generale che poi doveva rimanere illustre come storico, a schiacciare la ribellione.

Il Colletta vinse, disciolse la giunta ribelle, fe' giurare la costituzione spagnuola, convocò gli elettori, ma indarno. Nella riottosa isola solo i pubblici funzionari giurarono e votarono: i deputati al parlamento di Napoli ricusarono il mandato.