Intanto a Napoli la rivoluzione stagna. Malgrado le dichiarazioni di cosmopolitismo e di nazionalismo la carboneria, anzichè eccitare la rivolta nel resto d'Italia, si racchiude nel regno come nella speranza di salvarsi, quindi fallisce al di fuori e peggiora al di dentro. Le vanterie teatrali della setta sull'esempio dei frammassoni di Spagna trasformano la Vendita di Napoli in un'assemblea permanente rivale del parlamento: rivoluzione di setta che pretende naturalmente a governo di setta! Il parlamento ricalcitra, ma ricusando il consiglio impostogli di armare i carcerati non osa e non può accettare il conflitto. Le minaccie d'Europa aumentano lo scompiglio; solo la Spagna, i Paesi Bassi, la Svezia e la Svizzera hanno riconosciuto il nuovo governo; la Francia, malgrado ogni speranza di giovarsene per riacquistare in Italia la perduta influenza, rattenuta dal principio legittimista del proprio governo, tergiversa; l'Inghilterra s'astiene e s'aggronda; lo czar sfugge alle insistenze liberali di Capodistria per arrendersi ai maneggi di Nesselrode e di Metternich, il quale ricusa di ricevere a Vienna l'ambasciatore napoletano. L'Austria, sempre insidiosa, sollecita tutte le corti italiane a dichiarare che la rivoluzione, mettendole in pericolo, accetteranno una guarnigione austriaca; e queste consentono alla prima parte della dichiarazione, ricusando il pericoloso presidio. S'adunano congressi: a quello di Troppau (ottobre 1820), non ostante le ipocrite riserve dell'Inghilterra, si afferma il principio dell'intervento armato in tutti gli stati, nei quali la rivoluzione rovesci il governo legittimo; quindi all'altro di Lubiana, cui intervengono il cardinale Spina per la Santa Sede, il conte d'Agliè e il marchese di San Marzano pel Piemonte, il principe Neri Corsini per la Toscana, il conte Molza per Modena; si stabilisce la guerra contro Napoli. Solo il legato pontificio ne dissente, per timore che le truppe austriache, passando sul territorio romano, non vi si fermino.
Re Ferdinando, riuscito nei preliminari di questo secondo congresso a farvisi invitare dagli alleati, ottiene il permesso di andarvi a patrocinare la causa della rivoluzione dalla miracolosa insipienza del proprio parlamento. Lo stesso Poerio decide l'assemblea a questa scempiaggine: Guglielmo Pepe francamente convertito al costituzionalismo rimane fedele al re, il generale Carrascosa si dichiara persino pronto a ripetere la scena del diciotto brumaio contro l'assemblea.
Intanto giù nella piazza si urla freneticamente: la costituzione di Spagna, o morte!
Ferdinando parte. Appena giunto in Firenze vi rinnega col duca la giurata costituzione, scusandosene come di violenza patita: da Lubiana manda il conte Del Gallo a significare il volere degli alleati; il reggente si trincera dietro la volontà del padre per sottrarsi a quella del parlamento, che convocato a sessione straordinaria, superando se stesso nell'ingenuità, dichiara il re prigioniero e coartata la sua lettera al figlio.
La guerra è dichiarata con frasi epiche, ma l'esercito, quantunque numeroso, poco vale: gli aiuti del generale Wilson inglese, offerentesi di comporre 4 reggimenti di volontari, per non essere stati accolti in tempo, non giovano; i volontari accorsi da altre parti d'Italia non bastano; i generali sono discordi e non sinceri. Carrascosa, regio di sentimento, sostiene la difensiva; Pepe, costituzionale inetto ma soldato impetuoso, declama di eroismi disperati; il Colletta ministro della guerra, invido di Pepe e sfiduciato forse di ogni resistenza, soffiando sul loro dissidio, disunisce la loro azione. Pepe, spintosi con mossa avventata su Rieti, è battuto: il corpo di Carrascosa si sbanda all'avvicinarsi del nemico; gli austriaci entrano in Napoli senza colpo ferire, mentre Poerio con incredibile puerilità protesta contro l'invasione, dichiarando «incostituzionale e quindi impossibile traslocare il parlamento senza il concorso del potere esecutivo, invocando la saviezza di sua altezza reale e del suo augusto genitore».
Questa fu la suprema affermazione della rivoluzione napoletana.
Ferdinando ritornato livido d'ira richiama il Canosa: grandinano le condanne di morte; nuovi patiboli s'inzuppano del sangue dei più generosi rivoluzionari che non seppero o non vollero fuggire; l'esodo degli esiliati, respinti dalle frontiere pontificie con cattolica crudeltà e vaganti nel terrore dell'abbandono e della morte, desola le provincie; la polizia infellonisce con sì sfacciata barbarie che lo stesso generale austriaco Frimont minaccia il re di ripassare la frontiera se non cacci il Canosa. E questi va ministro presso non migliore tiranno, Francesco IV di Modena.
Così finiva questa rivoluzione settaria, egoisticamente regionale malgrado alcune prime intenzioni nazionaliste, ferocemente unitaria contro la Sicilia, scioccamente costituzionale nella fede al re, ridicolmente guerriera nella resistenza all'invasione, senza che il popolo delle provincie e delle città v'intendesse cosa alcuna.
Rivoluzione piemontese.
Nessuno degli errori della rivoluzione napoletana fu evitato in Piemonte.