Bonapartisti e carbonari l'accesero senza accordi con Napoli, mentre la più volgare esperienza politica avrebbe dovuto suggerirli anche senza il lontano magnanimo scopo dell'unità d'Italia. Napoli aveva armato quarantamila uomini alla difesa, e quarantamila erano gli austriaci all'attacco: piombare alle spalle di questi ringagliardendo gli altri con una diversione, sollevare la Lombardia, gettare un grido alle Romagne sempre pronte ad ogni moto, tendere la mano alla Toscana, congiungere con una medesima parola di riscossa Venezia e Genova, antiche rivali di mare ora affratellate dalla sventura della servitù, doveva essere l'inevitabile programma della rivoluzione piemontese dopo gli errori commessi a Napoli. Invece non solo non si ebbe idea di una vera rivoluzione, ma nemmeno un concetto dell'impresa che ne uscirebbe.

Siccome qualche diplomatico come il Crotti di Brusasco, legato sardo a Pietroburgo, per ravvivare la tradizione della monarchia piemontese, consigliava al re di prendere con larvate riforme costituzionali la direzione delle forze liberali latenti nella penisola, così l'agitazione rivoluzionaria cominciò colla forma ingenua di due indirizzi al sovrano. Si sperava in tal modo di strappargli la benda dagli occhi e di persuadergli la costituzione spagnuola. Poi l'11 gennaio 1821 gli studenti di Torino tumultuavano per l'arresto di alcuni di loro comparsi al teatro d'Angennes con berretti rossi alla greca. La carboneria, sempre più accademia che setta, bizantineggiava ancora sulla scelta della costituzione da proclamarsi, perdendo tempo e circostanze per l'insurrezione: finalmente mandava deputati alla grande Vendita di Parigi, specie di sinodo europeo, cui convenivano i liberali di Spagna, i radicali d'Inghilterra, l'eterie di Grecia e ogni altra setta politica. I deputati, traditi forse dalla polizia francese, furono catturati al ritorno e i disegni di ribellione scoperti.

Carlo Alberto di Carignano, presunto erede dei Savoia rimasti tutti senza prole, era da tempo il capo e l'eroe predestinato della carboneria piemontese. Aveva ricevuto educazione cittadinesca a Ginevra; a 15 anni era entrato volontario nell'esercito napoleonico; poi richiamato dalla restaurazione del 1814 sui gradini del trono e odiato dalla corte meno ancora per la sua inevitabile qualità di erede che per la sua affettazione di sentimenti liberali, pareva a tutti l'uomo del destino italiano. Monti, servile ed incorreggibile retore, lo aveva già salutato come l'astro sorgente della patria: più tardi un altro poeta doveva colpirlo col fulmine di una maledizione che scosse tutta Italia. Carlo Alberto, senza fede nella libertà e senz'amore per la patria, tergiversava fra la gloria di compiere una rivoluzione e il timore di perdere un trono. La sua indecisione finiva di paralizzare il processo già lento della carboneria. La corte avvertita non osava risolversi; l'Austria più pronta mandava il generale Bubna a chiedere di occupare Alessandria: a questa domanda il re, già fanaticamente ostile alla rivoluzione tramata nel suo nome per farlo re costituzionale di tutta l'alta Italia, si riaffermava nei propositi di resistenza. Dalla Lombardia l'altra setta della federazione italiana, raccolta sotto la maschera della scienza o della letteratura nelle sale dei conti Gattinara e Confalonieri, spingeva il Piemonte all'insurrezione giurando seguirlo, ma non voleva essere prima all'esempio. Finalmente Alessandria si solleva al grido di: viva la costituzione, morte ai tedeschi! costituendo una Giunta della Federazione italica. Asti, Pinerolo ed altre città sono trascinate nel moto: a Torino un colpo di mano rende i federati padroni della fortezza. Carlo Alberto, che nel vile egoismo dell'anima dubbia aveva già tradito i rivoluzionari rivelando i loro disegni al ministro della guerra, non può sottrarsi alla propria parte di cospiratore; e mentre Torino si decide davvero in favore della rivoluzione, e Vittorio Emanuele si dimette per non rispondere all'appello che lo proclama re dell'alta Italia, diventa reggente per Carlo Felice succeduto al trono e residente in Modena.

Le antitesi della sua posizione come rappresentante della dinastia e delegato della rivoluzione trionfante, finiscono di scombuiarlo. Incalzato a scoprirsi, indugia, largisce amnistia come di una colpa alle truppe che lo hanno sollevato al nuovo governo; finchè, vinto da pressioni di ogni sorta, promulga la costituzione spagnuola «salvo le modificazioni che dalla rappresentanza nazionale in una con Sua Maestà il re verranno deliberate». Si crea una giunta provvisoria di governo, chiamando a capo del nuovo ministero Ferdinando Dal Pozzo, un regio che, dopo aver giustificato il tradimento di Carlo Emanuele III al Giannone, doveva poi vendere la penna all'Austria scrivendo un libro Sulla felicità che gli italiani possono e debbono dal governo austriaco procacciarsi.

Ma Carlo Felice, più retrivo e tiranno di Vittorio Emanuele, ordina alla truppa di concentrarsi a Novara sotto il generale Latour, fulmina da Modena condanne di ribellione contro tutti i sudditi aderenti al nuovo governo. Carlo Alberto, sempre falso ed incerto, non ha ancora nè convocati i collegi, nè dichiarata la guerra all'Austria; posto quindi nella necessità di ribellarsi o di sottomettersi, non sa essere nè francamente ribelle, nè astutamente traditore. Ricusa di ricevere Santarosa venuto da Alessandria per eccitarlo alla guerra; poi, vedendolo sostenuto dalla pubblica opinione, lo nomina ministro della guerra, e la medesima notte, fingendo di mandare il cardinale Morozzo a Carlo Felice per indurlo a mutar consiglio, fugge a Novara presso il generale austriaco Bubna, donde emana un proclama di ubbidienza al nuovo re.

Era un'infamia ed avrebbe potuto essere una fortuna. Ma la rivoluzione, libera dagl'intoppi della reggenza, non osa nè il proprio principio, nè i propri modi. Tutto peggiorava intorno ad essa: lo czar ordina al generale Jermolov di mettersi in marcia; quindici mila austriaci si avanzavano chiamati da Carlo Felice. A Torino non si pensa nemmeno a bandire la guerra popolare e si lasciano al conte Latour il governo di Novara e al conte di Andezeno quello della Savoia, sebbene entrambi nemici della rivoluzione; i carabinieri della capitale minacciano di sollevarsi in favore dell'assolutismo, il popolo assiste spettatore; Genova rivale tumultua per separarsi dal Piemonte; Nizza, ricovero di Vittorio Emanuele, tace; e le notizie di Napoli, finendo di prostrare gli spiriti, persuadono la sommessione. La Giunta incapace di alzarsi al disopra della legalità costituzionale decretando la decadenza del re, discende a trattare col conte Mocenigo, ambasciatore russo, del perdono, e avrebbe acconsentito ad ogni più duro patto senza la nobile fierezza del Santarosa, che dopo aver cercato inutilmente di risollevare gli animi perfino con false novelle d'insurrezioni lombarde e di vittorie napoletane, vedendo che tutto è perduto, vuole almeno salvare l'onore. E il suo fu salvo; ma la rivoluzione si disciolse dopo lo scontro di Novara, nel quale i generali Ferrero e San Marzano furono dispersi dopo fiacca resistenza dalle truppe austriache. Il 9 aprile il generale Latour entrava trionfante in Torino, mentre Carlo Alberto, salutato oltraggiosamente dai tedeschi col titolo di re d'Italia, trattato come valletto da Carlo Felice che respingesse le sue lettere sbattendole sul volto dei corrieri, riparava in Firenze sotto la protezione dell'ambasciatore francese, malgrado questi dichiarasse di accordargliela solo nel nome della legittimità.

Repressioni assolutiste.

Frattanto la Lombardia, per non aver osato muoversi, subiva egualmente i rigori della più feroce repressione. Già ai primi rumori della rivoluzione napoletana, l'Austria dichiarava rei di alto tradimento tutti i carbonari, e correi quanti omettessero di denunciarli; quindi si moltiplicarono gli arresti, mirando a colpire gli uomini più celebrati. Alessandro Andryane affigliato alla società dei maestri sublimi fondata a Ginevra da Buonarroti, còlto a Milano con tutte le carte, compromise un numero stragrande di liberali; altri accusarono Carlo Alberto di averli denunciati; i nuovi inquisitori Bolza e Salvotti peggiorarono con incredibili perfidie il disastro. Fra gli arrestati più insigni furono Pietro Maroncelli, Silvio Pellico, Melchiorre Gioia, Giandomenico Romagnosi, il conte Giovanni Arrivabene, il conte Confalonieri, il principe Pallavicini. Nel terribile dramma non tutti perirono: Gioia e Romagnosi si salvarono, Laderchi s'infamò eternamente come delatore, Silvio Pellico, Maroncelli, Oroboni, Foresti, don Fortini, Confalonieri furono seppelliti vivi nella rocca di Spielberg. In Piemonte le condanne di morte salirono a novantadue, per fortuna quasi tutte contumaciali; molte furono eseguite in effigie e fra esse quella del principe della Cisterna, una discendente del quale doveva poi arricchire coi propri milioni un nipote di Carlo Alberto. Più terribili ancora furono le misure contro gli uffiziali che avevano partecipato alla rivoluzione.

Negli Stati pontifici, focolare del Sanfedismo, la repressione scoppiò senza che rivoluzione vi fosse stata: di quattrocento processati molti vennero condannati specialmente per opera del Rusconi e del Sanseverino, legati a Ravenna ed a Forlì, alla pena capitale commutata poi nella reclusione. In Toscana il granduca non volle processi; Maria Luigia invece li permise a Parma e vi furono coinvolti Ferdinando Maestri e Jacopo Sanvitale illustri professori, cui le pene vennero commutate in esilio. A Modena la reazione s'infamò nel supplizio del prete Andreoli, simpatica figura di apostolo, che aprì il martirologio dei preti patrioti. Gli alleati, commossi al rapido trionfo, lo ascrissero «al terrore, onde la provvidenza colpì le ree coscienze», ed annunziarono con ingenua baldanza all'Europa che d'ora innanzi «i cambiamenti utili o necessari nelle legislazioni e nelle amministrazioni non devono emanare che dalla libera volontà, che Dio rese responsabile del potere».

Così l'assolutismo, separandosi dal diritto, giustificava qualunque futuro eccesso della rivoluzione.