L'Italia era oramai tutta soggetta all'Austria. Re Ferdinando, dopo aver nominato con abbietta gratitudine il generale austriaco Frimont principe di Antrodoco con duecentoventimila ducati di dote, per timore di nuovi pronunciamenti militari sciolse l'esercito affidando la custodia del regno a quattro reggimenti svizzeri e a trentacinquemila austriaci. Alla sua morte nel 1826 Carlo Felice, per compiacere a Metternich, si affrettò a persuadere re Francesco di prolungare l'occupazione austriaca, ma questi, sicuro del proprio stato e corto a quattrini, non potè consentirvi: nullameno il regno di Napoli dipendeva direttamente dall'Austria. A peggio ancora, per opera di Carlo Felice, era disceso il Piemonte. Il nuovo re, tirannicamente inflessibile coi sudditi, fu così servile verso l'Austria che non solo il generale Bubna, occupata Alessandria, potè mandarne la chiave della cittadella all'Imperatore, e questi pubblicarne la notizia nella gazzetta ufficiale, ma dopo tale insulto il legato sardo, conte di Pralormo, ebbe incarico di offrire all'Austria i più amichevoli accordi per mantenere la pace nella penisola contro lo spirito rivoluzionario. A questo intento Metternich propose un supremo magistrato d'inquisizione a Modena per cercare ed impadronirsi delle fila della cospirazione: i re di Sardegna e di Napoli si affrettarono ad aderire; ma le corti di Toscana e di Roma, sempre diffidenti dell'ingerenza, vi si ricusarono.

Metternich portò la questione al congresso di Verona.

Questo terzo congresso, come complemento di quelli di Troppau e di Lubiana, avrebbe dovuto decidere su la rivoluzione di Spagna, l'indipendenza delle colonie spagnuole, la tratta dei negri, la pirateria d'America, le controversie della Russia colla Turchia per l'Oriente, la rivoluzione greca e le condizioni interne dell'Italia.

Ma a questo congresso di cristiani, nel quale il pontefice di Roma aveva per legato il cardinale Spina, gli ambasciatori greci non furono nemmeno ricevuti. Gloria d'eroismi, santità di religione, ineffabili dolori di stragi patite, nulla valse a vincere l'egoismo politico dei congregati, tementi in ogni moto di popolo una ribellione al diritto divino.

Per l'Italia si decise lo sgombero degli austriaci dal Piemonte, che lo sollecitava meno per alterezza di regno che per sgravio delle finanze; poi si volle imporre alla Svizzera l'infamia di consegnare tutti i fuorusciti politici rifugiativisi sulla fede dell'onore republicano. L'accanimento del legato sardo conte Della Torre nel triste proposito, e la facile adesione di Chateaubriand, il nobile bardo cristiano che aveva saputo resistere alla seduttrice prepotenza di Napoleone, rivoltarono ogni spirito onesto. La Svizzera resistette degnamente; la Toscana, meno forte di essa, fu anche più magnanima, e respinse la codarda persecuzione ai vinti della rivoluzione con parole che parvero eco dei secoli morti, quando i magni spiriti de' suoi cittadini republicani rispondevano con invincibile orgoglio alla superbia dei re. Quindi il supremo magistrato d'Inquisizione in Italia fallì. Il cardinale Consalvi e il Fossombroni, quegli da Roma e questi da Firenze, vi si opposero con fortunata costanza. Per Napoli si convenne di ridurre l'occupazione a soli 35,000 austriaci, e che le due consulte di stato, residenti a Palermo e a Napoli, si accentrassero dietro istanza del principe Ruffo in quest'ultima, unica capitale del regno.

Su tutti gli altri argomenti poco si discusse e meno si decise: la tratta dei negri fu condannata platonicamente; sulle sollevazioni dell'America, malgrado le insistenze dell'Inghilterra, non fu preso alcun partito; su quella di Spagna si permise alla Francia la malaugurata spedizione del duca di Angoulème per dare alla inonorata orifiamma dei Borboni il battesimo della vittoria. Chateaubriand perdette in quest'impresa tutta la propria gloria di poeta, giacchè, sperando di riconciliare i Borboni colla Francia sul campo del trionfo, li rese strumenti odiosi della Santa Alleanza contro un popolo eroicamente ribelle al peggiore dei tiranni.

In Spagna erano già accorsi da ogni parte d'Italia i più generosi fra i vinti rivoluzionari, quasi a punire se medesimi di aver fallito nelle patrie rivoluzioni e ad apprendere dal più indomabile fra i popoli d'Europa il segreto della resistenza invincibile. Gl'italiani, secondo la dolorosa tradizione che li aveva sempre resi incomparabili come avventurieri e partigiani, si copersero di gloria; il nome d'Italia fu acclamato con ammirazione dagli spagnuoli così alteri del proprio coraggio, mentre da lungi con più epico grido rispondevano i greci raggruppati intorno a Santorre Santarosa e ad altri italiani. Ma nel campo dei crociati francesi che s'avanzavano sotto Madrid gridando: muoia la costituzione, viva il re assoluto!, Carlo Alberto di Carignano, volontario della tirannide, combatteva nuovamente contro i traditi compagni di cospirazione, per ottenere dalla Santa Alleanza il prezzo del primo tradimento raddoppiato dall'infamia di tale espiazione.

E vinse, e il papa, italiano degno di lui, mandò al duca di Angoulème, generale da palcoscenico, come premio delle vittorie spagnuole il berrettone e lo stocco che avevano santificato i trionfi di Giovanni d'Austria, di Sobieski e di Eugenio di Savoia contro i turchi.

Così cessarono i moti italiani del '20 e del '21. La insurrezione delle Calabrie aveva provocato la rivoluzione di Napoli, questa affrettata l'altra di Piemonte; la Lombardia inerte aveva lasciato agli austriaci ogni facilità nelle repressioni, Genova e Venezia vi avevano assistito spettatrici, la Toscana calma nella propria sicurezza, Parma sussultando appena, Modena rabbrividendo, il regno pontificio nella più svogliata disattenzione. L'Austria spalleggiata dalla Santa Alleanza doveva vincere militarmente, ma vinse anche politicamente. La carboneria non ebbe nè destrezza alla preparazione, nè audacia allo scoppio, nè dignità nella sconfitta. La rivoluzione parve a tutti quello che era, cioè una sommossa militare svanita al primo giungere in piazza. Vi si imitava la Spagna, si attendevano ordini dalla Vendita di Parigi, si proseguì a sperare negli aiuti della Francia. Il popolo, non consultato prima, non fu armato poi: Napoli non pensò a Torino, Torino a Milano, Milano ad alcun'altra città. L'Italia era così poco persuasa della propria nazionalità politica che i rivoluzionari, malgrado l'affratellamento delle sètte, entrando nella scena politica, ricadevano nelle abitudini del regionalismo.

L'Austria, militarmente poco stimata fra le memorie ancora sfolgoranti della grande epopea napoleonica, distendendo il proprio protettorato sull'Italia, vi aveva adottato la più sapiente delle politiche. Inesorabile ai liberali e ai demagoghi, frenava contemporaneamente gli eccessi della controrivoluzione, imponendo a Ferdinando di Napoli per due volte di cacciare il sanguinario Canosa: abbassava l'aristocrazia, seduceva la borghesia colla regolarità di un'amministrazione superiore a quella di ogni principe italiano, atterriva tutti colla vigilanza instancabile di una polizia, alla quale i codici non erano ostacolo e denari ed armi non mancavano mai. Il congresso di Vienna, dopo quelli di Troppau e di Lubiana, aveva persuaso ai popoli che ogni loro moto sarebbe inesorabilmente represso: ogni rivoluzione avrebbe quindi dovuto sentirsi sorella delle altre, invece di isolarsi quasi a cercare salute nella propria piccolezza.