L'esercito austriaco di occupazione si mostrava ammirabile per rispetto alle popolazioni, mentre i francesi della prima rivoluzione e dell'impero le avevano manomesse: i funzionari civili, ancora più disciplinati, non avevano iattanza di padroni, ma la glaciale terribilità di sudditi usi a non discutere mai gli ordini del sovrano e ad eseguirli contro tutti. Infine l'Austria assicurava la pace ardentemente voluta da tutte le classi, dispensando o quasi dalla coscrizione e rendendo ridicola alla ragione volgare ogni speranza di rivolta colla strapotenza del proprio impero. I due elementi d'insurrezione, pretese aristocratiche ed idee liberali, erano del pari combattute; distrutta ogni forma di vita politica, i municipii così schiavi da non poter prendere alcuna iniziativa. Con abile intendimento la letteratura fu da essa talmente disprezzata che il pensiero stesso ne soffrì: l'istruzione discese a mestiere meccanico. Gli avvocati, sempre pericolosi come classe e per lo studio del diritto e per la clientela degli affari, perdettero il diritto di arringa, per discendere al grado di procuratori soggetti alle regole di una carriera burocratica come i giudici. Quindi proibito il viaggiare a tutte le persone sospette, diffranta la società in un atonismo che lasciava ogni individuo solo contro la vasta organizzazione e la granitica compattezza dell'impero.
Era più di quanto bastava. L'esaltazione lasciata dalle idee rivoluzionarie e dalle imprese napoleoniche negli spiriti italiani non poteva resistere nè al freddo del nuovo ambiente, nè alla logica di un sistema opponente sempre la più innegabile realtà alla più incerta delle ipotesi.
Ma questa compressione, assicurando all'Austria il presente, le preparava un terribile futuro. Le franche dichiarazioni del congresso, separando i re dai popoli e il diritto divino dal diritto popolare, rendevano più chiare le idee nella coscienza dei popoli. La lotta si presentava inevitabile. La vita, scissa nella propria unità, ricominciava il processo dialettico della propria ricomposizione, e poichè tutto era negato dall'autorità dei padroni, i servi si persuadevano della razionalità di ogni muta aspirazione. La coscienza, costretta a nascondersi dietro le proprie porte, vi ricostruiva segretamente come ai primi tempi del cristianesimo un nuovo mondo ideale, riconciliandovi le antitesi storiche contrastanti al di fuori la vita dell'azione. Quindi la poesia e l'attività delle sètte non scemò. Un elemento tragico purificò la giovinezza di tutti coloro, cui l'eccellenza della natura non consentiva di putrefarsi nella inazione o di obliarsi nella volgarità della vita materiale. L'idea dell'unità d'Italia fu appunto suggerita dall'uniformità del dispotismo; non essendovi più alcuno Stato di carattere italiano per alzare contro l'Austria la bandiera della libertà, il popolo solo nell'unità della propria storia, della propria lingua, della propria servitù, dei propri dolori, delle proprie speranze, restava italiano. Allora ricominciò il fermento delle idee rivoluzionarie recate dai francesi della prima invasione; i prigionieri spariti nelle ròcche della Moravia, pei quali non si era osato un grido al momento della condanna, diventarono fratelli primogeniti di tutti gli oppressi; i fuorusciti corsi a combattere nella Spagna e nella Grecia giganteggiarono eroi nelle fantasie e nei racconti popolari; l'aristocrazia oppressa come il popolo gli si avvicinò; la borghesia, troppo attiva per stancarsi nelle bisogne materiali e anelante alla scienza e al potere, si dilatò riunendo in un pensiero comune i due estremi sociali; la letteratura crebbe, la filosofia si rialzò, le scienze ripresero l'interrotto lavoro. L'autorità fu tirannide straniera: il pensiero dell'indipendenza accomunò tutte le classi, ospitando nelle proprie pieghe tutte le passioni della libertà.
Capitolo Secondo.
Trame ed insurrezioni del '31
Incubazione liberale.
L'opposizione scoppiata in Francia fra liberali e realisti aveva aperto una palestra a tutti gli ingegni d'Europa.
Una discussione sapiente ed appassionata, vasta e minuta, caustica fino alla satira ed inesauribile come un pettegolezzo, obbligava tutti gli antichi diritti a produrre i propri titoli contro il mondo nuovo prodotto dalla rivoluzione e garantito dalla Carta. Le dispute delle Camere insegnavano ai popoli le teoriche di una sovranità popolare, che i disordini della rivoluzione e le guerre dell'impero avevano loro impedito di comprendere. Il nuovo liberalismo borghese in lotta colle ultime reazioni realiste appariva molto più bello e generoso di quanto poi doveva mostrarsi. Si reclamavano tutte le libertà, si voleva tutta l'uguaglianza legale. Gli antiquati privilegi, costretti a confessare il proprio principio, diventavano ancora più ridicoli che odiosi; il re prigioniero della Carta non era più che un funzionario insubordinato contrastandone l'applicazione, meritevole di espulsione come ogni altro se ardisse violarne i patti. L'aristocrazia, disonoratasi negli avari reclami, coi quali aveva ottenuto dalla Francia esausta un miliardo d'indennizzo, appariva codazzo di servitori a un re servo di stranieri, più straniera del re avendo per vent'anni combattuta la patria sotto tutte le insegne, ignorante di fronte alla nuova borghesia padrona di tutte le scienze, spregevole dinanzi all'esercito che un'altra aristocrazia di eroi aveva guidato alla vittoria su tutti i campi d'Europa, odiosa al popolo che l'aveva veduta fuggire ai primi gridi della rivoluzione e ritornare ai primi disastri dell'invasione. La parìa non rappresentava quindi che la corte, mentre il parlamento, per quanto l'elettorato ne fosse ristretto, rappresentava la nazione.
Aristocrazia e dinastia negavano rivoluzione ed impero: la Francia riaffermando l'una e l'altro voleva essere sovrana di se stessa per ritornare alla testa dell'Europa.
Laonde tutti i popoli agitati dall'idea rivoluzionaria miravano a lei, come aspettando la parola di nuove rivoluzioni.