Giornali e libri, aiutati dalle nuove facilità di comunicazioni, portavano ovunque la luce e il calore degli insegnamenti liberali. Una letteratura senza esempio in alcuna epoca della storia illuminava dalla Francia tutto il mondo, mentre il grande periodo filosofico della Germania chiudendosi apriva quello più vivace delle applicazioni politiche e scientifiche. La solidarietà, insegnata loro dalle guerre napoleoniche, rendeva i popoli più pronti ad accogliere i nuovi principii e ad intendersi nell'azione per trarne le conseguenze; la borghesia, ancora sola a combattere, era costretta dalla dialettica della storia ad affettare una democrazia migliore del proprio cuore e maggiore del proprio interesse. Il parlamentarismo, barcollante sulla doppia base della sovranità popolare e della regalità ancora consacrata dal diritto divino, si esauriva, addestrandosi a più alte prove nello sforzo quotidiano di conciliare le antitesi rinascenti da una costituzione considerata dalla corte come una concessione e dalla nazione come un diritto, nella quale il re si sentiva violato e il popolo si aspettava di essere ad ogni ora tradito. Religione e clero, ostili alla costituzione, vi si destreggiavano per comandare ed impinguarsi; i costumi mutati proseguivano l'opera livellatrice della rivoluzione; l'arringo politico, esigendo attitudini scientifiche e abitudini popolari, diventava sempre più difficile all'aristocrazia, mentre l'aumentata facilità dell'istruzione attirava il popolo a queste battaglie del pensiero. Naturalmente la Francia, discutendo per tutti dall'alto delle proprie tribune, congiurava per tutti nel segreto delle proprie sètte afforzate dai veterani della rivoluzione e dai soldati dell'impero coll'energia di gente usata a tutti i pericoli. Da Parigi muovevano gli ordini e si attendevano soccorsi. Spagna, Grecia, Germania, Polonia, Italia seguivano nell'armi contro tutti gli Stati feudali. La Grecia si ostinava nella propria guerra contro i turchi, aspettando nella sicurezza eroica dell'istinto da una contraddizione europea l'urto necessario a frangere a suo favore l'unità dispotica della Santa Alleanza; l'Italia, ricaduta dopo le meschine sollevazioni di Napoli e di Torino nella prima soggezione, seguitava con più nobile fervore l'opera segreta della propria ricostituzione.

Un fecondo disinganno era succeduto alla disperazione delle ultime sconfitte. Nè la corte di Torino, nè quella di Napoli avrebbero mai accettato di capitanare la rivoluzione; l'organismo delle sètte si era addimostrato insufficiente, l'isolamento dell'insurrezione aveva loro conteso persino l'onore di una morte eroica. Si cominciava a comprendere che il malcontento militare dei residui napoleonici e le pretese arcaicamente generose o ipocritamente egoiste dell'aristocrazia essendo senza forza, la borghesia sola avrebbe dovuto fare la rivoluzione, mentre il popolo seppellito nell'ignavia secolare vi assisterebbe quasi impassibile. Si potrebbe calcolare su qualche sua collera, non sulla sua fede rivoluzionaria; la miseria, l'ignoranza, un timore cieco dell'Austria, un rispetto superstizioso per Roma, gl'impedivano di comprendere l'idealità del mondo moderno. Le sue passioni erano ancora quelle delle antiche plebi; molte sue abitudini, specialmente nelle campagne infestate da banditi, si sarebbero prestate a virtù di guerra, ma gli mancavano ancora la passione indispensabile al coraggio d'insorgere e l'idea necessaria alla costanza di una rivoluzione. Lo stesso dispotismo dei governi era quasi senza oppressione per il popolo uso da secoli a servire, dacchè le nuove persecuzioni preferivano coloro più alti per grado di classe o elettezza di natura.

Nullameno l'idea d'Italia cresceva, aiutata dalle idee liberali. Si sentiva confusamente che qualche cosa doveva pur mutare, se l'opposizione fra la coscienza dei migliori e la prepotenza dei governanti aumentava ogni giorno d'intensità: ogni moto all'estero diventava promessa, il progresso commerciale ed industriale conduceva per la via sicura degl'interessi al liberalismo, la guerra al pensiero lo costringeva ad alzarsi sino ai principii e a destreggiarsi nell'abilità di espedienti che potessero sconfiggere la forza bruta dei governi. Le sètte ristringevano nuovi vincoli di fratellanza, che gli emigranti annodavano coll'estero; l'odiosità delle polizie irritando anche il popolo allentava in esso i vincoli dell'antica soggezione; le università si mutavano in focolari di congiura e in caserme, entro le quali si preparavano armi per tutte le battaglie. Oramai la vanità obbligava i giovani ad avversare i governi e ad evitarne gl'impieghi. I libri parlavano tutti d'Italia, ogni parola era un appello, ogni reticenza un'allusione. Quel bisogno di grandezza morale, eterno nella coscienza pubblica, non trovando modo di appagarsi nella vita politica dei governi mutati in prefetture austriache, rivolgeva gli spiriti altrove, nello spettacolo dei popoli liberi, derivandone una passione d'invidia, che era amore all'Italia e odio allo straniero.

Condizioni uniformi dei governi.

Napoli e Torino erano le due sedi peggiori della tirannide paesana, la Lombardia la provincia più serva, il regno pontificio il più spregiato e sconnesso, la Toscana il migliore ducato. Infatti Ferdinando III, ricondottovi dalla reazione del 1814, vi si mostrò così mite e generoso, accordando ospitalità ai proscritti e resistendo all'Austria, che la sua morte fu sinceramente pianta e il suo successore Leopoldo quasi amato per lunghi anni. Però questi, ipocrita e malvagio per natura, essendosi accordato segretamente con Vienna e con Modena contro i liberali, non li ospitava più che per denunziarli segretamente. Intanto la tradizione lorenese seguitava nelle migliorie amministrative e nell'abbandono di ogni carattere politico. Non rappresentanze popolari, nessuna milizia degna di tal nome, distrutta la marina; le scuole floride per ingenito vigore, ma l'istruzione non riconosciuta strada a cariche eminenti; nessun concetto di governo tranne quello della polizia; nessuna coscienza nè toscana nè italiana.

Peggiore di lui, Carlo Lodovico di Lucca, succeduto alla propria madre Maria Luisa di Borbone, si rotolava nelle più oscene demenze, nominando lo stalliere Tommaso Ward a ministro delle finanze, e sperperando il pubblico denaro con sì cinica rovina dello Stato che il granduca di Toscana, nella propria qualità di erede del ducato per diritto di riversione, dovette pubblicamente protestare di non riconoscerne i debiti. E a questa mala condotta il giovane duca era spinto dall'Austria, insignoritasi per mezzo del conte di Bombelles, destro ed ignobile diplomatico, del governo nel piccolo ducato. A Parma la duchessa Maria Luisa seguitava nelle eleganti dissipazioni, considerando il proprio Stato come un feudo austriaco.

In Piemonte Carlo Felice vi aveva dai primi giorni meritato il nome di Carlo Feroce. Reazionario sino alla crudeltà e fanatico oltre ogni ignoranza, dopo essersi reso proconsole dell'Austria, le umiliò quella corona, che la sua stirpe aveva sempre difeso con ogni maniera d'inganni e di battaglie contro le pretensioni imperiali. Forse nessun re d'Europa ebbe allora della propria regalità un concetto più antiquato ed angusto di Carlo Felice, e nessuno fu meno re di lui. Ristabiliti tutti i privilegi antichi, riconsegnò le scuole ai gesuiti quando nella stessa Francia borbonica questi venivano sfrattati dalle scuole laiche; così il Piemonte ripiombò in un'atonia intellettuale che gli sforzi di pochi pensatori solitari non valsero a scuotere. Dell'esercito, antica gloria e costante forza del Piemonte, non ebbe e non poteva avere concetto, dacchè il vero presidio d'Italia, secondo il suo spirito reazionario, era l'Austria. Per la nuova vita politica e civile non sentì che ripugnanze; e repugnante a tal punto gli era Carlo Alberto di Carignano, malgrado ogni suo pentimento ed umiliazione, che lo avrebbe escluso a favore dell'Austria dalla successione, se la vittoria della nuova rivoluzione francese (1830) e le minaccie del suo governo, pronto in tal caso ad invadere il Piemonte, non lo avessero finalmente deciso a serbare italiano il proprio trono. Così finiva la dinastia dei Savoia, cresciuta illustre fra battaglie ed intrighi, senza che mai il Piemonte fiorisse di quella civiltà che aveva reso immortali Firenze e Venezia, Milano e Genova. L'ultima speranza d'Italia sembrava vanire con questa dinastia abbastanza forte nel tramonto dei principati per costituirsi regno, quasi a preparare con esso il passaggio dalla federazione all'unità; mentre Napoli, separata dal resto d'Italia per l'enorme muraglione dello stato pontificio e troppo diversa d'indole, si era venuta a mano a mano isolando. Il centro ideale d'Italia passato da Pavia a Milano, da Milano a Firenze, da Firenze a Venezia, da Venezia a Torino, sul lembo estremo d'Italia, come nel luogo più adatto allo scambio delle influenze europee per mezzo della Francia, si dissolveva con questa dinastia di re guerrieri non mai distrutti da alcuna guerra, e che nessuna guerra sembrava poter più rimettere alla testa d'Italia.

Carlo Alberto di Carignano, che doveva innestarsi sovra di essa, si era già due volte infamato col tradimento e coll'espiazione.

A Napoli Francesco I, succeduto a Ferdinando, finiva colla più incredibile corruttela di rovinare il regno martoriato da tanti anni di guerra e di rivolte. L'ignominia del piccolo duca di Lucca nominante uno stalliere ministro delle finanze sparve negli scandali del governo napoletano trafficato da certo Michelangelo Viglia e da Caterina di Simone, entrambi camerieri del re e della regina. Francesco I, più falso e codardo del padre, ne ereditò gl'istinti feroci e la scempia bigotteria. Francesco Del Carretto, carbonaro convertito al sanfedismo, fu il più feroce de' suoi proconsoli; il Medici seguitò ad essergli ministro, ma con infernale ironia re Francesco I si compiacque a lasciare arbitro supremo del governo il proprio cameriere. Le rapine, le malversazioni, le atrocità poliziesche, l'ipocrisia religiosa, la miseria del popolo, l'oblio d'ogni legge, giunsero al colmo. Metternich stesso ne fu così indignato che, seguitando nell'abile politica di frenare gli eccessi della contro-rivoluzione per togliere al popolo ogni pretesto d'insorgere, ammonì severamente il perverso monarca. Alcune congiure, scoppiate piuttosto come esplosioni di dolore che quali tentativi rivoluzionari, vennero represse con inaudita ferocia: il paese di Bosco fu distrutto a cannonate da Del Carretto e fra le cruenti rovine vi sorse una colonna a perpetuo ricordo e minaccia; altre congiure furono simulate o fomentate dalla polizia, per atterrire simultaneamente il re ed il popolo. Nel 1827 la povertà delle finanze costrinse il re a rinunziare alla garanzia dell'occupazione austriaca, per fidarsi ad una guardia di 6000 svizzeri così dimentichi della loro antica libertà e così poco persuasi della nuova da servire come sicari di ogni tirannide; ma anche questa spesa bastava ad opprimere il troppo debole bilancio. La milizia napoletana, alquanto ritemprata dalla educazione delle guerre napoleoniche, ricadde nella antica ignavia; la marina, conservata piuttosto per fasto che per difesa, si coperse di vergogna dinanzi ai corsari di Tripoli; la polizia sola usò le armi contro il popolo della città e della campagna, insanguinandole per ogni più lieve pretesto. L'aristocrazia, ligia alla corte, si gettò nella corruttela per arraffarvi ricchezze; la borghesia abbandonata invilì sotto le minaccie di processi non guarentiti da alcuna procedura, e di condanne alle quali nessuna innocenza poteva essere ostacolo; il popolo rimase plebe quasi selvaggia nelle campagne, oziosa e viziosa nelle città.

La reazione proseguiva peggiorando giorno per giorno; fra governo e paese si allargava un abisso sul quale nessuna costituzione avrebbe più saputo gettare il proprio ponte, o gittandolo saldarlo così fortemente sulle ripe che la storia vi passasse. Le due maggiori monarchie italiane erano dunque decadute da ogni funzione politica, dopo avere per oltre due secoli riassunto tutta la vita politica nazionale: e questa, ricominciando non solo al di fuori ma contro di esse, accennava chiaramente che principio e forma del suo futuro governo avrebbero ad essere assolutamente diversi. Ma di questo principio e di questa forma nessuno ancora fra gli spiriti magnanimamente ribelli sapeva precisare qualcosa. Se i governi reazionari non erano più che una negazione assurda e feroce, la rivoluzione ancor rudimentaria non era che la negazione di questi governi, e nemmeno così vasta ancora da comprenderne gli Stati; il rispetto alla tradizione storica e la soggezione a tutte le autorità non permettevano che di sperare in piccole migliorìe amministrative o in cambiamenti di re per l'appagamento dei più immediati interessi. Occorrevano quindi molti altri anni di persecuzione e di studi per educare la nazione alla fede della propria sovranità politica.