Era l'ignominia d'un ultimo tradimento imposto contro la grande città un'altra volta tradita.
E Vittorio Emanuele dovette consentirvi, sebbene la sua corona non corresse pericolo, come si disse più tardi per scusare il patto infame. Infatti per quanto grande la vittoria dell'Austria e misero lo stato del Piemonte e rovinante la condizione d'Italia, una conquista che portasse nella Savoia i confini dell'impero austriaco era assolutamente impossibile. La Francia sola sarebbe bastata ad arrestare l'Austria sulla via di Torino, mentre il Borbone ed il papa stesso avrebbero protestato per non perdere ogni loro ultima autonomia, e Russia, Prussia, Inghilterra si sarebbero tosto accordate alla difesa delle Alpi.
Questa ragionevole persuasione rafforzò lo sdegno dei liberali, che all'annunzio della rotta, dell'abdicazione e dall'armistizio, rovesciarono il ministero, farneticando di resistenza ad oltranza. Ma la guerra regia era fatalmente conchiusa. L'esasperazione delle fantasie offese in tutti gli atti da immaginari tradimenti, le proposte disperate, i rimpianti eroici, gli sfoghi irrefrenabili, non esprimevano più che l'ultima crisi d'un periodo esaurito nei fatti e rinnovantesi nelle coscienze. Così Genova insorta a guerra civile, assaltando il proprio arsenale e gridando un governo provvisorio di Liguria, per difendersi contro i piemontesi accorsi prontamente col generale Lamarmora ad assediarla; quindi costretta dopo inutili invocazioni ai volontari lombardi di subire le sevizie efferate dei vincitori, non è più che una tragedia medioevale nel gran dramma moderno, una demenza republicana di altri secoli nel prologo republicano, che Roma solamente ha potuto rendere ragionevole. Brescia, che resiste eroicamente alla selvaggia ferocia di Haynau accorso da Venezia a bloccarla, e vinta, non doma, muta la guerra in duelli per tutte le strade e per tutte le case, non è più che l'epilogo della rivoluzione lombarda cominciata colle Cinque Giornate, della quale salva l'onore compromesso dall'ultima inazione.
La formula monarchica nella rivoluzione federale del 1848 si è risolta nello Statuto riaffermato dal giovane re piemontese dopo la rotta di Novara.
Capitolo Quarto.
Schemi republicani
Firenze.
La rivoluzione federale, unanime nel sentimento dell'indipendenza nazionale e nell'istinto della libertà statutaria, doveva necessariamente, dopo tutte le prove fallite del principato, tentare un più alto esperimento colle republiche, rivelando la formula della rivoluzione avvenire. Ma se dei regni uno solo aveva resistito allo Statuto, mantenendolo sotto la doppia violenza d'una invasione militare e d'una democrazia eslege aiutata dagli equivoci della insurrezione nazionale, nessuna republica poteva affermarsi vitalmente nell'immenso tumulto di quella liquidazione del passato. Il principio democratico, brillando un istante sul Campidoglio nella più abbagliante purezza, quasi a diradare le tenebre di tutte le antitesi politiche, era anticipatamente costretto a vanire nella gloria d'un poema, nel quale il fatto politico rimarrebbe appena come una trama. Nè la storia, nè La civiltà italiana erano ancora tali da consentire intera la doppia rivelazione della democrazia e delle nazionalità.
Un esperimento republicano era nullameno necessario per dissipare le ultime illusioni della federazione, che nella republica cercava istintivamente la conciliazione dello stato antico colla democrazia moderna, e garantire l'originalità del principio democratico subdolamente assorbito negli statuti dal principato. Così Genova già fusa col Piemonte, mentre questo stava per fondersi coll'Italia dandole la propria unità costituzionale, non arriva che ad una inutile insurrezione, reazionaria nel patriottismo municipale, anarchica nel processo politico, tragica in quell'ora di sconfitta per tutta la nazione: Livorno, sollevandosi contro Firenze, riassume tutta l'impazienza della democrazia costretta dalla propria incapacità a diventare demagogia: Siena, insorta poco dopo per difendere il granduca traditore e fuggiasco, soddisfa per l'ultima volta l'antico rancore municipale, e quindi osteggia simultaneamente Firenze e la democrazia: Venezia inalbera la secolare bandiera di San Marco, poi l'abbassa per sostituire il vessillo italiano, finalmente la risolleva quasi per festeggiare con funebre pompa l'agonia della propria republica, e chiude per sempre l'epoca della federazione italiana come era uscita dai comuni e Lorenzo il Magnifico l'aveva gloriosamente disciplinata nella prima lega italica: Firenze, liberata dalla monarchia colla fuga del granduca, incerta fra le vanità dei vecchi ricordi republicani e le tendenze democratiche attuali, tergiversa colla tradizionale doppiezza procrastinando ogni decisione per un governo monarchico o republicano, toscano federale o romano e quindi unitario, finchè l'ora storica passa, e, sorpresa da una reazione municipale, ricade nel granducato. Roma sola, centro eterno d'Italia, sente che la prima affermazione dell'epoca nuova non può venire all'Italia che da essa, e s'affretta con inconscio crescendo ad abbattere il potere temporale dei papi e a proclamare la republica: così passato ed avvenire italiano si fondono per la terza volta nel suo avvenire politico.
In questa gamma Firenze è una penombra, Venezia un tramonto, Roma un'aurora: Firenze soccombe in un dubbio, Venezia in un sogno, Roma in una rivelazione. Ciò che Firenze risorta a breve agonia non ha osato, Venezia lo compie morendo; ciò che l'Italia insorta ha sentito, Roma lo attua in una republica effimera, ma profezia di maggiore republica. Venezia rappresenta l'Italia antica, Firenze l'Italia del momento, Roma l'Italia dell'avvenire: Venezia risuscita in Manin il suo ultimo doge guerriero. Firenze ripete in Guerrazzi il suo ultimo priore turbolento, Roma trova in Mazzini il suo ultimo apostolo.