La seconda campagna piemontese.

I primi esperimenti repubblicani dovevano quindi coincidere coll'ultima guerra regia, senza ottenere migliore risultato.

Mentre duravano in tutti i gabinetti politici d'Europa le trattative di una mediazione tra l'Austria e il Piemonte e quella tirava astutamente in lungo per assodarsi all'interno contro i pericoli della rivoluzione e della Dieta di Francoforte, a Torino ministero, parlamento e popolo farneticavano d'entusiasmo rivoluzionario e di reazione dinastica. Migliaia e migliaia di rifuggiti vi si agitavano nella febbre della rivincita; i repubblicani accusavano violentemente il re, i regi svillaneggiavano la democrazia sfiduciata e sfiduciante, i giornali palleggiavano accuse e denunzie contro tutto e su tutti. Vero è che alla guerra il Piemonte era stato insufficiente meno ancora per difetto di ordini militari che per sincerità di sentimenti e per contraddizione di propositi; che i lombardi dopo gli eroismi delle cinque giornate erano cessati dall'opera; che a Venezia si era stati altrettanto fiacchi alla battaglia che incerti nella politica; che i ducati avevano fatto quasi da spettatori; che la Toscana aveva levato appena due reggimenti; che il papa e il Borbone avevano ritirato i propri. Ai delirii della fede patriottica erano naturalmente succeduti i fanatismi dell'incredulità pessimista: il passato di Carlo Alberto pareva spiegazione a tutti i suoi ultimi tradimenti immaginari, mentre spiegava fin troppo i tradimenti veri: le speranze di aiuti europei dileguando, invece d'irrobustire il patriottismo col senso tragico del pericolo, scassinavano tutti i disegni e prolungavano ignominiosamente ogni querimonia.

Le ultime proposte franco-inglesi di mediazione, importando la remissione del Lombardo-Veneto all'Austria, invelenivano egualmente le cupidigie conquistatrici dei costituzionali piemontesi e i sentimenti italiani dei democratici. Nella tempesta parlamentare i ministeri passavano come fantasmi: quello obliquo del Casati soccombette all'altro del Perrone, cui successe il Gioberti. Si voleva la riscossa malgrado le tetre confessioni di Dabormida, già ministro della guerra, sullo stato dell'esercito. Il ministero avrebbe voluto prepararla convenientemente; Brofferio invece coi più caldi la chiedeva subitanea, inspirata, condotta «da ardimento, ardimento, ardimento». La Lombardia calpestata e taglieggiata strillava, i ducati parevano scrollarsi impazienti. Genova arditamente rivoluzionaria e malata di antico odio municipale al Piemonte minacciava d'insorgere; il congresso di Bruxelles, ultimo tentativo di componimento diplomatico, non dava risultati: l'Italia si credeva con ingenua vanteria ancora integra di forze e salda di propositi. Certo che in quello di riprendere le ostilità si sarebbe dovuto profittare delle nuove crisi interne dell'Austria, tagliando corto ai raggiri e alle procrastinazioni colle quali essa mirava ad assonnare l'Italia; ma la guerra avrebbe così dovuto essere popolare e nazionale, e il Piemonte monarchico non poteva per necessità di egoismo consentirvi.

Per prendere fiato, il ministero sciolse la Camera, che in quella esacerbazione degli spiriti ritornò con numero preponderante di impazienti contro i moderati. Intanto le costituenti di Firenze e di Roma, cacciando il granduca e il pontefice, crescevano autorità alla parte democratica, mentre il loro urto col Piemonte, condannato a non vivere e a non progredire che costituzionalmente, diventava sempre più inevitabile, e la scissione dei principii politici vietava anche più dolorosamente gli accordi necessari ad un ultimo sforzo di guerra nazionale. All'apertura del parlamento ministero e re parlarono audacemente di rivincita, ma l'ora propizia era già trascorsa. L'Austria, opponendo i Magiari agli Slavi e questi a quelli, li aveva entrambi soverchiati: Vienna aveva richiamato l'imperatore; Praga cedeva; la corte, promettendo una costituente, ammansiva i rivoluzionari; le individualità autonome dell'impero resistendo al moto unitario della Dieta di Francoforte, davano buon giuoco alla politica austriaca; la Prussia, abbandonando la Dieta, lasciava timidamente cadere l'idea unitaria piuttosto annebbiata che rivelata dalle troppe discussioni. Se i disastri al rompere della guerra avevano quindi dato spirito alle potenze per insultare l'Austria, i nuovi successi di questa persuadevano invece a sostenerla: tutte le rivoluzioni nazionali soccombevano alla medesima fatalità, tutte le democrazie si appalesavano del pari insufficienti.

Le pretese del Piemonte sul Lombardo-Veneto non sembravano perciò alle diplomazie che ridicole bravate di un vinto senza gloria, e l'unità italiana un sogno di poeti guasto da corruttele di rivoluzionari e da violenza di banditi. La reazione monarchica vincitrice in tutta Europa si riuniva ora intorno al papato abbattuto dalla repubblica romana, per rialzarlo, facendo della ripristinazione di Pio IX come il proprio epilogo trionfale. Infatti Gioberti stesso, capo di un ministero allora democratico, sbigottito dall'accordo di tutte le potenze ad intervenire nella questione romana, precipitava alla più assurda delle decisioni, insistendo presso il pontefice e il granduca Leopoldo per rimetterli in trono con armi piemontesi. Sarebbe stata la guerra civile della monarchia contro la democrazia, del Piemonte contro l'Italia, e questo all'indomani del congresso federativo. Il papa ricusò, il parlamento urlò al fratricidio. Gioberti caduto dal ministero dovette esulare, per difendersi invano in un ultimo libro sul Rinnovamento civile, eloquente imbroglio di filosofia e di politica, apologia infelice e suprema contraddizione di un grande spirito, cui la sventura dell'esilio nobilmente sofferto ridiede l'onorabilità perduta nei troppi mutamenti di opinione e nelle teatrali vanità della vita.

Intanto la necessità della guerra stringeva il nuovo ministero Colli. Si era lasciato con incredibile negligenza esausto l'erario; quindi si bandiva la leva in massa degli emigranti lombardi senza osare di estenderla a quelli dei ducati, perchè, soggetti allo statuto, avrebbero dovuto sopportarla per legge, e la legge mancava: miserabile pedanteria di procedura costituzionale! Non si ardiva per sospetti di rivoluzione mobilitare la guardia nazionale: nessuna fortificazione difendeva ancora i passi del Ticino. Era e doveva essere la seconda fase della guerra regia. Le diplomazie tenevano il broncio; l'Italia invece vi era concorde di sentimento, ma senza quella eroica disperazione che avrebbe potuto fare il miracolo di una vittoria. La politica ambigua aveva isolato il Piemonte: principi e repubbliche diffidavano egualmente delle sue intenzioni e della sua capacità: Lorenzo Valerio, spedito a Firenze e a Roma per chiedere concorso d'armati e di danaro, vi ottenne festose accoglienze, ma scarsi aiuti; anche questi, tardi invocati, non poterono muoversi che troppo tardi, quando già la guerra era sciaguratamente perduta.

A generalissimo Carlo Alberto nominava il polacco Chrzanowski, ignoto ai soldati e all'Italia, più inetto degli inetti che doveva comandare. Così un soldato straniero doveva in questa seconda guerra regia vincere per l'Italia, mentre il popolo piemontese vi rimarrebbe tranquillo spettatore secondo il monito supremo di Carlo Alberto, e il resto del popolo d Italia era pregato di aiutare il re.

Quindi la guerra intimata dal Piemonte si accende alla frontiera. Schwarzenberg, ministro d'Austria, ne rigetta la responsabilità su Carlo Alberto, Radetzki con senile ed ammirabile iattanza grida al proprio esercito: — a Torino! — e, sguarnendo tutto il Lombardo-Veneto troppo paralizzato dal terrore per pensare a insorgere, si precipita all'offesa. L'esercito piemontese, disperso sopra una lunghissima linea da Parma a Novara coll'ostinato errore della campagna antecedente, presenta poca resistenza: Venezia tardi avvisata non può circuire il nemico, avvicinandosi ad un'ala sarda: a Roma il proclama di guerra giunge prima di colui che dovrebbe portarlo. Poi Lamarmora, occupando la Lunigiana senza avvertirne il governo toscano, è da questo trattato come nemico e con inconcepibile insania minacciato di una insurrezione a Genova: Carlo Alberto spintosi a cavallo oltre il Ticino, poichè nessuno risponde alla sua chiamata, deve retrocedere. Ma Radetzky la mattina dello stesso giorno (20 marzo 1849), nel quale spirava l'armistizio, passa il Gravellone lasciato indifeso da Ramorino con inesplicabile disobbedienza punita poi come tradimento, coglie i piemontesi a Mortara, li batte, e due giorni dopo li prostra a Novara. La guerra è finita: Chrzanowski vi si è mostrato ridicolo nella sconfitta, Carlo Alberto quasi magnanimo coll'abdicare sul campo la corona al figlio Vittorio Emanuele.

Questi, inaugurando così tragicamente il proprio regno, potè nullameno salvarlo ed assicurarsi l'avvenire col mantener fede allo statuto contro tutte le minacce del vecchio maresciallo: ma i patti imposti dal vincitore furono umilianti: occupazione di 20,000 soldati austriaci sul Po, la Sesia ed il Ticino durante l'armistizio; scioglimento dei corpi volontari, richiamo della flotta dall'Adriatico, ordine del nuovo re ai soldati piemontesi, che fossero in Venezia, di rimpatriare sotto pena d'essere esclusi da ogni capitolazione.