Proclamazione della republica.

Già al primo annunzio della Costituente le provincie romane si erano scosse vivamente. Gli ultimi entusiasmi provocati dall'elezione di Pio IX si mescevano ai nuovi, amalgamando idee ed impressioni nel popolo ancora troppo diverso e scarso di civiltà per ben comprendere il significato di un periodo rivoluzionario così complicato. Per tutta la squallida solitudine dell'Agro, per la Sabina, per l'alta Umbria, nelle Marche, lungo il litorale adriatico, all'infuori di qualche città, il popolo viveva ancora nella più supina ignoranza: tirannia di clero e di signori imprigionava la sua vita; non abitudini politiche, non intelligenza di governo che permettesse di sentirsi cittadini; spesso carattere robusto e fazioso, più spesso molle e servile; perduto nelle memorie ogni ricordo di guerra; tutti i paesi dislocati e rivali; la religione indiscussa ed indiscutibile come rito, incompresa ed incomprensibile come ideale; inerte il concetto di patria, confuso quello di nazione; poca la passione di lotta e la capacità di sacrificio. Il governo vi era ancora più spregiato che odiato; la rivoluzione più insubordinazione che ribellione; inetti e timidi gli aristocratici; i borghesi cupidi, intriganti e conservatori per tradizione, quantunque esaltati nella ciarla rivoluzionaria e più ancora nella fisima della conciliazione fra autonomie e nazionalità, papismo e libertà; il popolo bigotto col clero, prono coll'aristocrazia, chiassoso coi borghesi, fra se medesimo rissante, facile a brigantaggio nelle campagne e alle sètte nelle città, non uso all'armi e abborrente da ogni sacrificio di danaro.

Si era delirato per Pio IX e si delirò per la Costituente; ma se il delirio prima era in tutti, dopo fu di pochi, e peggiorò in soprusi e feste di sbracati danzanti intorno all'albero della libertà. Una minoranza nullameno vi brillava, divisa anch'essa in due campi: i moderati, incaponiti nel parlamentarismo papale, vedevano ancora nella nuova rivoluzione un sacrilegio e una anarchia; i rivoluzionari, cresciuti alla scuola di Mazzini nell'estasi superba della propria utopia, guardavano già alla terza Roma repubblicana alta sul mondo come la Roma dei Cesari e dei papi. Fra tutte le provincie pontificie le più generose di pensiero e di azione erano le Romagne: Bologna capitale vi faceva da focolare e Ravenna da fucina: nell'una si affinavano le idee, nell'altra le spade.

Nel primo bollore degli spiriti prodotto dalla guerra all'Austria, si era creduto all'espulsione dei tedeschi odiati come stranieri e come gendarmi del governo papale: poi l'allocuzione del 29 aprile, soffiando su tutte le speranze, ridestò più feroci i vecchi odii. I costituzionali decaddero, i rivoluzionari dianzi reietti ottennero favore, il lavorìo delle sètte si moltiplicò, mentre la demenza di un'idea intelligibile ed irresistibile aggirava tutte le teste, infiammando tutti i cuori.

Roma, Costituente, Republica diventarono il gran ternario di tutti i discorsi: non si aveva coscienza della situazione politica, non si analizzava, non si prevedeva: tornarono le feste pïane e le baldorie patriottiche fra urli di morte e private vendette. I costituzionali, abbandonati dal papa, non osavano più contrastare apertamente: una proposta di certo marchese Ranuzzi bolognese, perchè Bologna si staccasse da Roma per non seguirla nella ribellione al pontefice, non ebbe nè voti nè seguaci: l'opposizione dello Sterbini per mantenere alla rivoluzione un carattere municipalmente romano, mentre da ogni parte d'Italia già i rivoluzionari accorrevano in Roma, svanì. La Giunta suprema di governo, nominata dal Parlamento moribondo ad impedire la rivoluzione, dovette invece sciogliere i consigli e convocare la Costituente; le rinunzie di tutti i legati e prolegati nelle provincie, anzichè seminare diffidenze, crebbero il fermento; le scomuniche del papa si mutarono in sferzate, e i suoi appelli alle armi straniere in prove decisive di tradimento.

Parecchi ecclesiastici rapiti nell'onda rivoluzionaria ne temperavano il colore irreligioso, così che non vi fu reazione contro il clero: alcuni fra essi brillarono di santa poesia come Ugo Bassi; altri si mostrarono potentemente ciarlatani come Gavazzi; alcuni eroicamente semplici come don Giovanni Verità. L'inevitabile disordine del momento non ebbe quindi troppo dolorose conseguenze, malgrado l'insensatezza del governo che graziava un numero enorme di galeotti. Mentre il governo provvisorio con generosa prontezza accordava a Carlo Alberto in trattato segreto di occupare per le necessità della nuova guerra contro l'Austria le proprie provincie, impegnandosi per tutto il tempo dell'occupazione a vettovagliare le truppe, quantunque egli ricusasse ogni riconoscimento politico e seguitasse a trattare officiosamente col papa sino ad offrirgli di ricondurlo a Roma colle armi; mentre il Montanelli armeggiava con incredibile fantasticheria per ottenere che la Costituente romana votasse la presidenza del granduca Leopoldo, e Mamiani invece sognava quella di Carlo Alberto, e Manin a nome di Venezia scriveva lettere di condoglianza al papa, e il Castellani ambasciatore veneto a Roma osteggiava apertamente il governo provvisorio, tutti i circoli rivoluzionari si allearono stabilendo a Roma una congregazione centrale, che divenne naturalmente base e leva del nuovo governo, e fu il primo grande plebiscito unitario.

Ma in tanto fermento di animi ed inestricabili complicazioni di eventi politici, l'entusiasmo rivoluzionario non cresceva a vera passione. Bologna scongiurava il Latour generale degli svizzeri a non abbandonarla ubbidendo agli ordini del papa, che lo richiamava a Gaeta per unirlo senza dubbio all'esercito borbonico di invasione, e a forza di preghiere lo persuadeva: e ciò per timore del popolaccio sguinzagliatosi nella rilassatezza della polizia. Pareva trionfo conservare armata in città l'unica milizia francamente ostile: non si arruolavano volontari, non si mettevano chierici, clericali e moderati nell'impossibilità di tradire. L'accademia politica proseguiva, giacchè la proclamazione dell'imminente republica non doveva concludere che ad una affermazione ideale. La istituzione giacobina della Giunta di pubblica sicurezza con poteri discrezionali non era che una imitazione teatrale della grande rivoluzione francese, e non commise i terribili arbitrii necessari a tutte le vere rivoluzioni. Se le poche leggi promulgate illegalmente dal governo provvisorio sui fedecommessi, sulle procedure civili, sul macinato, e l'emissione di tre milioni di carta monetata, la pubblicazione della legge sui comuni già elaborata dal Mamiani, le note, i proclami, gli sforzi per accrescere la fede negli animi e la passione nei cuori sembravano accennare ad un vero governo rivoluzionario capace di cose maggiori, mentre la vittoria di Cavaignac per le vie di Parigi sui rivoluzionari e l'altra anche maggiore su Cavaignac di Luigi Bonaparte, eletto presidente della republica, toglievano l'ultima speranza di simpatie e di aiuti stranieri, nullameno le pratiche con Gaeta e col Gioberti per una impossibile conciliazione col papa, allorchè questi chiamava tutta Europa contro Roma, e tutta Europa si disponeva ad accorrere, rendevano il governo provvisorio troppo simile a tutti gli altri governi italiani. La fisima del papato non gli era ancora passata, la republica imminente non gli pareva ancora probabile.

Finalmente le elezioni indette dal governo furono fatte dai circoli con qualche rissa, molto spettacolo di baldorie e moltissime irregolarità: chierici e clericali vi si astennero, i costituzionali vi andarono sbandati, la vittoria restò naturalmente ai rivoluzionari. Così l'immenso loro significato politico nella storia del papato fu piuttosto espresso che compreso.

Il giorno 5 febbraio l'Assemblea Costituente si adunava nel palazzo della Cancelleria.