L'assemblea, scarsa di numero, arrivava appena a centoquaranta rappresentanti; più scarsa d'ingegni e di caratteri, ignorava la condotta del governo provvisorio, i maneggi diplomatici di Torino e di Gaeta, temeva dell'Europa, dubitava di se medesima, sentendosi spinta da una forza arcana ad una meta egualmente misteriosa. La propaganda mazziniana, per quanto avesse destato dal secolare letargo i migliori spiriti e soffiato sulle passioni della folla, non era bastata a schiarire nelle coscienze il troppo significato della parola republica. Le stesse teoriche di Mazzini, fatalmente amalgamate di religione e di politica, d'arte e di socialismo, imbrogliavano anche nelle menti più limpide la possibilità di una republica, alla quale classi dirette e dirigenti si riconoscevano del pari immature. Nullameno l'istinto storico urgeva. Dopo il suicidio del papato colla concessione dello statuto e l'abdicazione del papa colla fuga a Gaeta, e le stragi del Borbone, i tradimenti di Carlo Alberto, le inutili annessioni della Lombardia, le incertezze della Toscana e la disperata risoluzione di Venezia, Roma, eterno centro ideale d'Italia, inevitabile base di ogni nuovo stato italiano, doveva risolvere il problema del papato sorto con essa e con essa ancora torreggiante sulla storia, soverchiandolo colla dichiarazione di un principio più civilmente cattolico. Il papato era stato l'infrangibile unità e l'incomparabile organo del cattolicismo, regno sui regni, impero sugli imperi, fonte di tutti i diritti divini: la republica doveva essere la formula e la forma della democrazia moderna, proclamata a Roma e da Roma al mondo, più vasta di tutte le religioni, come supremazia del diritto umano sul diritto divino, colla sovranità pareggiata dell'individuo e del popolo, colla libertà del pensiero frenata solo dall'autorità del pensiero. Ma essa non poteva ancora rivelarsi che come verbo, e quella larva di governo necessaria alla sua proclamazione avrebbe necessariamente avuto tutte le evanescenti ed indefinibili mutabilità dei fantasmi. L'immenso fatto della terza Roma del popolo, secondo la bella frase di Mazzini, lascierebbe quindi indifferente la Urbe e le provincie, mentre l'Europa se ne accorgerebbe appena, anche combattendolo, e la republica romana, rovinando subitamente sulla più vasta rovina del papato, s'illuminerebbe dei colori dell'aurora ai lampi della parola di Mazzini e della spada di Garibaldi.

L'assemblea appena radunata dovette necessariamente affrontare il problema del proprio stato. La fuga del papa e la reazione europea le facevano intorno un vuoto spaventoso. Si sentiva da tutti che la causa della rivoluzione italiana era perduta, e che il papa sarebbe ritornato; nessun ordine o classe di popolo, acclamando la repubblica, la comprendeva; si diceva che la republica sarebbe morta, ma non si voleva morire con lei. Nullameno bisognava proclamarla: ogni accomodamento col papa si era già riconosciuto impossibile, poi un accomodamento avrebbe non risolto il problema, ma provato che problema non v'era; i sogni di un Carlo Alberto o di un Leopoldo re di Roma erano demenze fra le tante del tempo. Il papato non poteva essere sostituito da alcuna piccola monarchia: solo un'idea più grande di esso poteva cassarlo dalla storia per fare poi di Roma la futura capitale d'Italia.

L'Armellini, aprendo la seduta, recitò un discorso, nel quale le idee superavano fatalmente le parole: era un appello alla democrazia universale e una dichiarazione superba della nuova sovranità popolare; la goffaggine inevitabile della teatralità non scemava l'immenso valore del fatto. L'assemblea, cacciata da quel discorso mazziniano nel problema di scegliere un governo parve smarrirsi in insipide arringhe, mentre Garibaldi coll'infallibile intuizione degli eroi esclamava: «A che perder tempo? Ogni minuto di ritardo è un delitto; viva la republica!». Ma l'assemblea volle assoggettarne la grande proclamazione a tutte le pratiche parlamentari: i republicani vi si mostrarono inetti, i costituzionali sperduti. Mamiani tentò in un discorso pedantescamente classico di provare l'impossibilità della republica in quel nuovo furiare della reazione monarchica per tutta Europa e nell'impreparazione del popolo, per concludere poi ingenuamente col rimettere la soluzione del problema alla Costituente federativa italiana, cui la sconfitta della rivoluzione nazionale aveva già tolto ogni speranza di convocazione; l'Audinot, succeduto al Minghetti nel comando del gruppo bolognese, si credette abile cercando procrastinare ogni soluzione con un decreto che affermasse impossibili tutti i governi non subordinati alla sovranità popolare. Erano gli ultimi espedienti del costituzionalismo, l'inconscia estrema ipocrisia dei neo-guelfi contro la nuova democrazia republicana.

La battaglia si accalorò nella votazione: vinse la repubblica. Il decreto ne fu redatto dal Filopanti, delirante fantasia di scienziato e di politico, al quale il ridicolo di troppi libri stampati poi non toglierà questa unica incomparabile fortuna.

Articolo 1º: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello stato romano.

Articolo 2º: Il pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l'indipendenza nell'esercizio della sua spirituale potestà.

Articolo 3º: La forma del governo sarà la democrazia pura e prenderà il nome glorioso della republica romana.

Articolo 4º: La republica romana avrà col resto d'Italia le relazioni, che esige la nazionalità comune.

Il giorno dopo, la proclamazione si ripeteva con solenne teatralità in Campidoglio.

Questo decreto rivela il segreto politico della nuova republica. Invece di affermare superbamente la superiorità dello stato sulla chiesa col rimettere il cattolicismo nella posizione di tutte le altre religioni, essa offriva spontaneamente guarentigie al papa detronizzato, legittimando così le sue diffidenze e quelle di tutta Europa: invece di proclamare altamente l'unità e la libertà italiana, annunciava che avrebbe avuto col resto d'Italia le relazioni volute dalla nazionalità comune. La formula federale sopravviveva dunque nella republica romana, che come stato era un non senso e come governo una impossibilità. La sua condanna nella logica della storia derivava dal suo stesso decreto di fondazione, pel quale l'Italia in faccia a Roma non era che il resto della nazione, mentre la grandezza della sua affermazione sta ancora enorme sul papato abbattuto nella proclamata sovranità popolare.