Dopo questo decreto, la republica deve perire. La sua formula politica sottomessa all'idea federale, non è meno falsa di quella di Venezia e di Palermo, di Napoli e di Torino: una republica romana, mentre l'indipendenza e la libertà d'Italia soccombono sotto l'Austria e i principi tradiscono i propri statuti, diventa al tempo stesso un anacronismo e una impossibilità. La sua vita sarà quindi fulgida come un'ode e sanguinosa come una tragedia, breve e teatrale, superba di principii e guasta da espedienti.

Colla solita imitazione classica l'assemblea nomina tosto un primo triumvirato d'italiani, responsabile ed amovibile, Armellini, Montecchi e Saliceti; un avvocato, un cospiratore, un giurista: quest'ultimo il migliore. Al ministero rimane presidente monsignor Muzzarelli per aver votato l'abolizione del papato; Aurelio Saffi è nominato all'interno, Campello alla guerra, Sterbini ai lavori pubblici. Le provincie festeggiano con clamorose gazzarre l'avvento della republica; nell'assemblea qualcuno giacobinizzando vorrebbe denunciare al popolo i deputati che hanno votato contro la republica, ma il feroce appello vanisce nella rettorica e timida bonomia dei più; non si osa mandare commissari nelle provincie secondo l'esempio della grande Convenzione per sollevarle; appena appena le plebaglie si permettono qualche sconcezza e i giornali qualche diatriba. Il governo toscano impantanato nella propria politica autonoma promette e procrastina la fusione; Haynau, il più atroce fra gli sgherri austriaci, cogliendo il pretesto di un tumulto, occupa e taglieggia Ferrara. Nessun governo riconosce la nuova republica: Mamiani alla testa di un gruppo di costituzionali è uscito dimettendosi dall'assemblea, l'Audinot rimastovi capitano dei costituzionali intransigenti vi oppugna con abbastanza abilità parlamentare qualunque misura rivoluzionaria.

Si vota una legge di adesione alla republica, ma non si osa applicarla davvero, e primo l'Armellini domanda il permesso di usare indulgenza cogl'impiegati e coi militi, che si chiariscono ostili alla republica; si acclama l'incameramento dei beni ecclesiastici, si riconosce il debito nazionale, si studia qualche temperamento per le finanze. Queste, naturalmente oberate, presentano poca elasticità; abbonda la carta moneta, difetta il credito, manca ogni assetto razionale d'imposta; si emettono un milione e trecentomila scudi, dei quali novecentomila deve prestare la banca romana e quattrocentomila sussidiare il commercio. Inetti espedienti finanziari, che uscivano da più inette discussioni. Poi si ricorse ad un prestito forzoso di ⅕ sino a ⅔ sulle rendite annuali superiori ai duemila scudi netti, colpendo così i più ricchi; ma la forma del pagamento a rate in tanta urgenza di caso rese più che dubbi i pochi vantaggi di tale prestito. Malgrado l'effervescenza di alcuni circoli politici non si operava rivoluzionariamente: i giacobini romani si mostravano deboli di passioni e di idee: cicaleggio e non eloquenza, vapori non sangue al capo. L'aristocrazia aveva emigrato alla chetichella o stava nascosta negli ampi palagi; la borghesia, sperduta nel trambusto, non arrischiava di partecipare ad un potere, che la paura le faceva riconoscere effimero; il popolo non comprendeva la grandezza ideale del nuovo principio valutando fin troppo bene le impotenze del nuovo governo; la plebe usava del rilassamento poliziesco per prorompere ad assassinii senza carattere e a scenate senza forza. Quantunque la guerra fra il Piemonte e l'Austria stesse per ricominciare, e Venezia fosse già assediata, e occupata Ferrara, e il papa da Gaeta mestasse intrighi e lanciasse allocuzioni sopra allocuzioni per attirare su Roma una crociata nemica, il fervore rivoluzionario non cresceva. Il ministero della guerra, incredibilmente malconcio dalla tradizione prelatizia, non migliorava coi nuovi reggitori: finalmente poterono entrarvi il Calandrelli e il Mezzacapo, che raggranellarono un esercito povero di numero e di potenza. Nei quadri sommava ad oltre 30,000 uomini, ma in fatto ne superava di poco il terzo, e la maggior parte erano volontari: fra questi più agguerriti e già celebri i legionarii di Garibaldi.

Non si ardì fare appello all'insurrezione popolare e bandire la leva in massa, perchè l'indifferenza del popolo era pari alla bonarietà dell'assemblea.

Per ora tutto procedeva abbastanza regolarmente: gli assassinii, che funestavano alcune provincie, non erano certo nè più numerosi nè più efferati che nei tempi gregoriani: poi un conte Laderchi ad Imola e Felice Orsini ad Ancona li repressero con severa prontezza. I tribunali, fra quel rimpasto di vecchio e di nuovo, di abolizioni e d'istituzioni, funzionavano passabilmente, la polizia stessa, quantunque mal guidata, non si mostrava peggiore della pontificia.

Il carnevale fu al solito grottescamente lieto. Al bizantinismo vaticano era succeduto il bizantinismo rivoluzionario, al concistoro l'accademia; la Convenzione francese aveva potuto sconfiggere tutta l'Europa improvvisando un milione e mezzo di soldati, la republica romana per primo atto diplomatico pubblicava un manifesto a tutti i popoli per descrivere se stessa colle frasi dell'evangelio mazziniano, e non intendeva la risposta della Montagna francese che accennando ai propri pericoli le diceva come solo coll'energia rivoluzionaria si salvassero le rivoluzioni. Poi all'occupazione di Ferrara l'assemblea chiamava tutti i popoli della penisola in armi e protestava del proprio violato diritto presso tutti i governi come il papa, invece di lanciare l'esercito alla frontiera, e soccombere piuttosto in una disperata e gloriosa battaglia.

Ma Roma avendo regalato a Venezia per aiuto nell'assedio centomila scudi, credeva di aver fatto abbastanza per la guerra.

Di rimpatto il papa protestava da Gaeta contro ogni atto della repubblica. Fallito il forte ma erroneo divisamento del Gioberti di mettere il Piemonte alla testa della reazione italica per mantenerle almeno il carattere nazionale, riconducendo con armi italiane il granduca in Toscana e Pio IX a Roma, Austria e Francia si contendevano il sinistro onore e il problematico vantaggio di rimettere in soglio tutti i principi italiani col servirsi della questione religiosa come di una inconfutabile argomentazione. La cattolicità esigeva l'indipendenza del pontefice. A Gaeta era un andirivieni di diplomatici: il cardinale Antonelli, il più fino dei prelati politici e allora reggente il segretariato, si destreggiava abilmente fra Austria, Francia, Spagna, il Piemonte e il Borbone. Oramai la crociata era decisa. L'elezione di Luigi Bonaparte al seggio presidenziale della repubblica francese, gettava la Francia in seno alla reazione, preparando il secondo impero napoleonico come rimedio alle demenze repubblicane e socialiste. La spedizione contro Roma doveva essere il prologo: la republica romana precederebbe di poco quella francese nella tomba.

Quindi Mazzini, costretto a mostrarsi quasi di soppiatto a Milano durante tutta questa rivoluzione italiana, quantunque ne fosse il massimo inspiratore e lo spirito più conscio, venne a Roma. La sua grande ora era discesa sul quadrante della storia: a distanza di secoli, si ripresentava l'epoca di Cola da Rienzi. Goffredo Mameli, effimera ed ammirabile figura di poeta, cui la morte sotto le mura di Roma doveva fra poco troncare sulla bocca fiorente gl'inni e gli urli di guerra, lo chiamava con un telegramma sublime di concisione: «Roma republica, venite».

Mazzini traversò fra acclamazioni entusiastiche la Toscana ove ottenne indarno da un voto popolare la fusione con Roma. Ormai egli solo rappresentava la rivoluzione. Accolto solennemente a Roma e nominato deputato vi domina dalla prim'ora l'assemblea, ma nè il suo ingegno, nè la sua autorità, bastano a radunare l'impossibile costituente italiana o a fingerla con qualunque altro apparato. Al nuovo scoppio di guerra fra il Piemonte e l'Austria sostiene con magnanimo senno il Valerio, legato piemontese a Roma, e associa la republica a Carlo Alberto, che aveva sdegnato fino allora di riconoscerla; ma poi la lentezza degli apparecchi militari annulla decisione e concorso. La guerra piemontese iniziata e compiuta quasi nel medesimo istante dal meno onorevole dei disastri provoca l'inutile insurrezione di Genova e la disperata resistenza di Brescia, lasciando sole nel gran finale Roma e Venezia.