Mazzini, eletto nel nuovo triumvirato con Aurelio Saffi ed Armellini, fra una mediocrità letteraria e una inezia giuridica, grandeggia: egli solo è poeta nell'accademia dell'assemblea, che sta per perdere la voce ai primi fiati della tempesta, ma gli mancano colle tremende qualità del rivoluzionario le doti anche più difficili dello statista. Trascinato dalla generosa rettorica del proprio temperamento, si smarrisce in minimi ed inutili accenni socialistici; destina i locali del Santo Uffizio ad abitazione di famiglie povere, schizza una legge agraria per cedere in piccole enfiteusi alcuni beni ecclesiastici a misere popolazioni rustiche, abroga i voti perpetui religiosi, diminuisce al solito la tassa del sale, crea duecentocinquantunmila scudi di boni del tesoro dichiarando con pessimo espediente infruttiferi quelli creati dal governo pontificio, decreta un aumento di tassa del 25% su tutti coloro che nel termine di sette giorni non pagassero la prima rata del prestito forzoso. Ma l'ambiente superstizioso di Roma gli guasta sentimento poetico e senno politico al punto di fargli costringere i canonici di S. Pietro a solennizzare la Pasqua e a benedire col SS. Sacramento il popolo dalla loggia consueta del papa. Miserabile parodia, che parve profanazione religiosa, ed era invece degradazione filosofica! Intanto Francia e Napoli hanno già dichiarato l'intervento, e la republica non ha ancora stabilito la propria costituzione. Lo schema presentato all'assemblea (17 aprile 1849) dal deputato Agostini basta solo a rivelare quale fosse il sentimento rivoluzionario. Principii fondamentali della nuova costituzione erano la sovranità popolare, l'uguaglianza dei cittadini, il diritto di tutte le nazionalità e la religione cattolica come religione di stato. Poi un capitolo di catechismo chiariva i diritti e i doveri di tutti i cittadini: abolita la confisca e la pena di morte, inviolabili persone e proprietà, libera stampa e garantito il debito pubblico; il potere legislativo nell'assemblea, l'esecutivo in una magistratura consolare; un tribunato a garanzia delle leggi fondamentali della republica, due consoli biennali responsabili l'uno per l'altro; dodici tribuni quinquennali, deputati triennali ed assemblea indissolubile. Il popolo doveva eleggere a tutti questi uffici; ammessa la possibilità della dittatura per decreto dell'assemblea ma sotto la sorveglianza del tribunato permanente: i tribuni naturalmente inviolabili, anche per un anno dopo l'ufficio.
A confronto di quest'assurda miscela di pedanterie classiche, di inezie storiche e d'impossibilità governative, l'angusto ed aristocratico statuto del Piemonte diventa un capolavoro.
Ma l'assemblea non ebbe tempo di discuterla. La guerra urgeva. Fin dal principio della rivoluzione la Francia aveva accennato ad intervenirvi proclamando il principio della nazionalità e offrendosi a sostenerlo colla spada, ma sminuendolo poco dopo in combinazioni diplomatiche e in ricomposizioni arbitrarie di territori con simpatie ed antipatie egualmente ingiustificabili. Se la sua proclamazione di rispetto ad ogni nazionalità e del diritto in tutti i popoli a raggiungerla erano sincere, il movente della sua politica restava sempre l'antagonismo coll'Austria iniziato da Richelieu: l'Italia era un campo d'influenza da disputarsi fra Parigi e Vienna. Adolfo Thiers, storico e statista più importante che grande, sosteneva nell'assemblea l'impossibilità d'impegnare la Francia in una guerra coll'Austria a favore dell'Italia la quale, secondo una sua ingiuria rimasta poi celebre, era una nazione che non si batteva; Odilon Barrot, capitano nella sinistra repubblicana, spingeva invece ad una spedizione in Italia per sostenervi la democrazia e scemarvi così la preponderanza austriaca; Montalembert, supremo direttore dell'antica destra clericale, domandava con superba eloquenza che la Francia, primogenita della chiesa, non abbandonasse il papa. E al Montalembert facevano eco Donoso Cortes in Spagna e lord Lansdowne in Inghilterra.
Già Cavaignac, vincitore delle giornata di giugno a Parigi, aveva offerto al pontefice un corpo d'armata: Luigi Bonaparte, succedutogli alla presidenza, attuò risolutamente quel disegno, mascherandolo con abile ipocrisia.
Napoleone I nel rialzare il papato aveva ripetuto contro di esso le pretensioni di Carlomagno: mezzo secolo dopo il nipote doveva daccapo rifare l'impalcatura del secondo impero sulla base raddrizzata del papato. La logica delle idee e quella dei fatti ve lo costringevano con pari violenza.
Caduta della republica romana.
A Roma la grave minaccia non fu intesa che a mezzo.
Poichè la Francia parlava oscuramente di aiutare al tempo stesso il pontefice e la republica romana come mirando ad impedire gli eccessi dell'ultima vittoria austriaca sul Piemonte, l'illusione di un componimento indefinibile sviò il pensiero dei governanti incapaci di comprendere persino gli ultimi maneggi dei moderati, che guidati dal Mamiani e trattando simultaneamente con Parigi e con Gaeta avrebbero voluto abbattere la repubblica con una insurrezione di piazza per restaurare il loro governo costituzionale. Solo l'indifferenza delle popolazioni a tutti gli sforzi del clero, prodigante falsi miracoli e più falsi discorsi, impedì questa reazione interna.
All'infuori di Mazzini e di Garibaldi nessuno fra i governanti e i difensori di Roma sentiva la suprema ideale necessità della sua difesa: nella coscienza dei più Roma non era che una città conquistata contro il papa, l'ultimo episodio della rivoluzione e non molto più importante degli altri.
Mazzini avvampava di orgoglio in quest'ultima crisi italiana, ma troppo uso ad ammonire e ad ammaestrare, capitano indiscusso della propria parte e divenuto più grande ad ogni sconfitta, voleva essere tutto, provvedere a tutto, risolvere tutto. Il ricordo della fallita spedizione in Savoia e i propri vecchi opuscoli sulla guerra per bande gli persuadevano di possedere anche la scienza militare; quindi ricorreggeva i disegni a Cario Pisacane, da lui stesso nominato capo di stato maggiore, e contendeva a Giuseppe Garibaldi, il più ammirato condottiero del secolo, il comando supremo dell'esercito per cederlo al generale Rosselli, onesta mediocrità, che la gelosia col suo grande subalterno doveva indurre ai più deplorevoli errori.