Quasi contemporaneamente Roma era presa fra quattro fuochi: i napoletani s'avanzavano dal sud, i tedeschi calavano dal nord, i francesi sbarcavano a Civitavecchia, gli spagnoli, ultimi ed inutili come una comparsa in una tragedia, discendevano a Fiumicino.

Crociata ed invasione parevano fondersi nella medesima impresa: invece il papa non si moveva da Gaeta nemmeno a benedire le armi per lui brandite, il clero non osava guidare la rivolta in nome della religione, le campagne si mantenevano inerti, le città indifferenti, l'Europa guardava distratta, Roma aspettava il proprio assedio. I pochi volontari, disposti a morire per difenderla, colla coscienza di morire indarno, si sarebbero detti stranieri italiani che si apprestassero a combattere stranieri d'oltr'alpe e di oltre mare, poichè marchigiani, umbri, romagnoli non erano più affratellati con Roma dei liguri, dei veneti, dei piemontesi accorsi sotto le sue insegne.

Già il 24 aprile Latour d'Auvergne, legato francese, approdando a Civitavecchia aveva annunziato lo sbarco amichevole del generale Oudinot: Mannucci, preside del municipio, scorato all'annunzio, dimandava tempo a rispondere, l'altro insisteva; quando l'armata francese giunge come d'improvviso; la città atterrita urge la propria magistratura, che cede; l'assemblea romana avvertita dell'invasione protesta a stento. Civitavecchia è occupata dai francesi senza colpo ferire; il generale Oudinot pubblica un manifesto equivoco, nel quale negando di riconoscere l'anarchico governo della repubblica assicura di rispettare il diritto delle popolazioni a costituirsi qualunque altro governo, e di non essere venuto che a salvare l'indipendenza del pontefice alla cattolicità e l'Italia dalla reazione straniera. Il municipio, forse ancora più timido che ingenuo, gli risponde con lungo proclama effondendosi in dichiarazioni di fratellanza repubblicana, ma quegli fa sequestrare la risposta, occupa militarmente tutte le stamperie, dichiara la città in stato d'assedio, disarma il battaglione romano del Mellara, impedisce lo sbarco ai 600 bersaglieri guidati dal Manara, che a stento possono toccare Porto d'Anzio e solo perchè il ministro Montecchi sopraggiunto ha giurato al fedifrago alleato, che essi non entreranno in Roma prima del 5 maggio: finalmente confisca 4000 fucili comprati in Francia e pagati dalla republica romana.

Nullameno a Civitavecchia la bandiera romana seguita a sventolare vicino a quella francese.

L'impossibile equivoco prosegue. Il triumvirato s'appresta calorosamente alla difesa sebbene poco assecondato dalle popolazioni: si requisiscono i cavalli dei privati, si ordina la demolizione del viadotto fra Castel Sant'Angelo e il Vaticano, si nomina una commissione delle barricate: per ingraziosirsi col popolo gli si gettano provvedimenti agrari e promesse di migliorie inattuabili: poi, con magnanima cortesia, si dichiarano inviolabili tutti i francesi residenti in Roma affidando la loro incolumità all'onore del popolo. La guerra è inevitabile. Ma Roma non vuole che difendersi.

Quindi l'Oudinot, persuaso con gallica burbanza di prenderla a un primo assalto, muove contro di essa con appena 7000 uomini e 10 pezzi di cannone: il triumvirato cedendo bassamente alle superstizioni del volgo, ordina l'esposizione del SS. Sacramento per «implorare la salute di Roma e la vittoria del buon diritto», che Garibaldi alla testa di pochi battaglioni ottiene con splendida ed insperata prontezza (30 aprile).

I francesi sono respinti dappertutto: Roma trionfa, ma invece di proseguire nella vittoria incalzando il nemico e tentando di gettarlo in mare, come Garibaldi proponeva con magnifica audacia, s'abbandona all'ebbrezza di una cavalleresca cortesia rimandando liberi tutti i prigionieri e invitando il popolo a salutare d'applauso fraterno i vinti prodi della republica sorella. Intanto tutte le provincie sono invase, Bologna e Ferrara s'arrendono dopo breve resistenza ad un piccolo corpo di austriaci, che attraversano tutta l'Emilia, le Romagne, le Marche, fino sotto ad Ancona senza incontrare battaglia. Ancona si difende per 27 giorni con un presidio di 5000 soldati e 100 pezzi d artiglieria per capitolare anch'essa senza fortuna e senza gloria: gli spagnoli, discesi a Fiumicino, passano ad infestare l'Umbria come masnada di briganti; Ferdinando di Napoli col generale Winspeare accampa fra Velletri ed Albano con 16,000 uomini. Ma Garibaldi alla testa di appena 7000 soldati lo ributta da Palestrina, poco dopo lo sorprende a Velletri, lo sgomina, lo fuga lungo la via Appia, e lo avrebbe forse annientato se la gelosa incapacità del Rosselli generalissimo non lo impediva. Queste ultime rapide vittorie, dovute ad una prima tregua fra l'Oudinot e il triumvirato, infervorano inutilmente i pochi volontari: Garibaldi ammirabile d'intuizione guerresca e politica vorrebbe gettarsi su Napoli; gli Abruzzi parevano presso a prorompere, l'esercito nemico era demoralizzato, la Sicilia vinta non doma, re Ferdinando odiato ed inetto. Una insurrezione poteva, complicando la guerra, produrre inimmaginabili risultati, ma la rivoluzione concentrata e morente a Roma non sa nemmeno più concepirla. Mazzini fisso nell'illusione di un componimento colla Francia e diffidente dell'Oudinot, impone a Garibaldi di ripiegarsi su Roma.

L'eco della sconfitta toccata all'Oudinot il 30 aprile riscuote dalla torbida incertezza l'assemblea francese. L'insidia del governo le si schiarisce odiosamente alla coscienza, ma senza apprenderle l'energia d'impedirla. Il ministero, messo alle strette dai deputati più radicali, o ricusa rispondere, o imbroglia la risposta in una fraseologia altrettanto goffa e falsa. Invano Arago, Ledru-Rollin, Schoelcher con nobile insistenza parlano ancora a nome della democrazia francese, giacchè l'assemblea satura d'imperialismo napoleonico accorda i nuovi crediti per la spedizione romana, limitandosi a pregare il governo di richiamarla al primo scopo. E questo pure non era mai stato decentemente spiegato. Così il governo anzichè mutare proposito raddoppia di ambiguità diplomatica, manda a Roma Ferdinando di Lesseps, simpatica ed onesta figura di liberale divenuto poi celebre pel taglio degl'istmi di Suez e di Panama, con incerte intenzioni d'accordo, e scrive segretamente all'Oudinot di proseguire nella guerra.

Il Lesseps, forse non comprendendo bene il doppio giuoco della missione affidatagli, trattò cortese col triumvirato: Mazzini gli diede le più chiare ed eloquenti spiegazioni sul governo romano, ma soccombendo egli medesimo alla grandezza del proprio ufficio finì coll'accettare un compromesso che annullava ogni diritto d'Italia e ogni sovranità della republica romana. Le ignobili concessioni del papato alle potenze cattoliche si riproducevano collo stesso governo, che in nome del diritto nazionale e popolare aveva soppresso il papato; e Mazzini, ultimo e più superbo avversario del Vaticano, non ne comprendeva l'avvilente inutilità. Il compromesso diceva: «L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni dello stato romano. Esse considerano l'esercito francese come un esercito amico che viene a concorrere alla difesa del suo territorio. L'esercito francese prenderà d'accordo col governo romano e senza intromettersi per nulla nell'amministrazione del paese gli alloggiamenti esteriori convenienti così alla difesa del paese come alla sanità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere. La republica francese guarentisce contro qualunque invasione straniera i territori occupati dalle sue truppe. Resta convenuto che il presente compromesso dovrà essere sottoposto alla ratifica della republica francese. In qualunque caso gli effetti di esso non potranno cessare che quindici giorni dopo la notizia data ufficialmente della negata ratifica».

Peggior compromesso non era stato l'ultimo fra l'Austria e il papato per Ferrara.