Roma era vinta.
La guerra alle barricate per le strade, che Mazzini in un sogno d'eroismo aveva fatto preparare, si chiariva impossibile in quell'atteggiamento spassionato del popolo, molto più che i francesi, contenti di occupare le alture, accennavano a bombardare la città o a ridurla, strema come era di vettovaglie, ad arrendersi. Non restavano che tre partiti: capitolare, resistere sino all'estremo e seppellirsi sotto le rovine, uscire da Roma trasportando seco il governo. Mazzini propendeva per quest'ultimo; Garibaldi lo appoggiava citando l'esempio della republica di Rio Grande: Avezzana ministro della guerra, reduce da Ancona, ove Mazzini lo aveva gelosamente inutilizzato, ed altri capi s'incaponivano alla difesa. L'assemblea, convocata in comitato segreto, scartò il disperato disegno di Mazzini e di Garibaldi per seguire quello di Enrico Cernuschi, che proponeva la resa. Il triumvirato piuttosto che trattarla col fratricida governo francese si dimise nobilmente dicendone le ragioni al popolo in un manifesto sfolgorante di fede e di poesia. A nuovi triumviri furono eletti il Saliceti, il Calandrelli e il Mariani per patteggiare coll'Oudinot. Questi spinse la burbanza oltre l'esosità imponendo condizioni così enormi, che lo stesso generale Vaillant sdegnato esclamò non dovere i francesi concedere a Roma meno di quanto gli austriaci avevano concesso a Bologna e ad Ancona. Gli oratori del municipio ricusarono i patti preferendo il pericolo di una resa incondizionata al disastro di una capitolazione senza onore, e l'assemblea dichiarò municipio e triumvirato benemeriti della patria. Decretò ancora sussidi alle famiglie povere dei cittadini morti combattendo; poi con magnanima teatralità promulgò dal Campidoglio la propria costituzione (3 luglio) mentre i francesi irrompevano trionfanti per le strade.
La republica romana era morta, ma il ritorno del papato a Roma non sarebbe più che una processione di funerale.
Allora tutti i rivoluzionari si sbandarono: vi furono proteste, urli feroci contro gl'invasori, un ultimo sogno di rivolta, quindi l'esodo cominciato dietro Mazzini parve ricominciare miracolosamente la guerra nella ritirata degli ultimi soldati con Garibaldi.
Roma era caduta sotto il governo militare: stato d'assedio e legge marziale. Nel dì anniversario della presa della Bastiglia, Oudinot annunziava al mondo la restaurazione in Roma del potere temporale dei papi. L'assemblea francese ne tenne una seduta memorabile, nella quale republica e papato si riavventarono l'una sull'altro: il napoleonismo oramai presso a trarsi la maschera fu cinico e spavaldo; Montalembert agitò la propria eloquenza come una fiaccola morente sul papato non illuminando più che un cadavere, mentre Victor Hugo, il maggior poeta della Francia e il miglior poeta del secolo, parlò per Roma e per la republica risollevandole, coll'infallibile fede del genio, alle vittorie di un indomani immortale.
Mazzini esule empieva già il mondo di proteste, Venezia resisteva tuttavia, Giuseppe Garibaldi ritentando il prodigio di Senofonte errava ancora armato sull'Appennino.
Giuseppe Garibaldi.
Egli solo della vasta rivoluzione federale restava all'Italia perchè solo non s'era impicciolito in nessuna delle sue contraddizioni politiche. La sua vita, che doveva riassumere in più lungo corso quella d'Italia creandone l'unità politica, pareva allora avvolta nella leggenda; un inesplicabile entusiasmo precedeva e seguiva i suoi passi: il suo valore non più grande di quello di tanti eroi morti nell'insurrezione suscitava speranze e fedi indefinibili, mentre la sua vita d'avventure sull'oceano e oltre l'oceano lo rendeva più italiano di quanti l'avevano intrepidamente passata nei rischi delle permanenti congiure. Mazzini più eccelso illuminava ma abbacinando, e coloro che non sopportavano la sua luce chiudevano gli occhi accusandolo di fuorviarli dalla grande strada della storia italiana; Garibaldi, vivente personificazione del sistema mazziniano, ne attenuava gli eccessi e ne velava le incandescenti chiarezze pur illuminandone le ombre: era l'istinto più infallibile del genio, il buon senso più sicuro della scienza, il cuore più vasto dell'intelletto. Tutto il popolo guardava a lui, viveva in lui.
Nullameno la sua vita non aveva ancora tali grandezze storiche da giustificare questo inesplicabile accordo di tutta una nazione con un individuo. Si sapeva che egli era nato a Nizza (1807) da una famiglia di marinai verso il fondo del porto Olimpio, e che, ricevuta la più mediocre delle educazioni, cedendo alla vocazione del mare come tanti suoi compatriotti, s'era fatto marinaio. La sua prima nave si chiamava Costanza: aveva corso il Mediterraneo, approdato nel mar Nero, poi visitato Roma. Giovane, poeta, eroe, egli non vi aveva veduto nè le tracce dei Cesari nè quelle dei papi, ma un'altra Roma lontana nell'avvenire, nuovamente regina d'Italia, ancora capitale del mondo. Mentre ferveva la grande poesia del romanticismo, ricostruendo e lamentando il passato, egli inconsciamente profetico si appuntava nell'avvenire: la sua non era visione o sogno, ma presentimento e giuramento. Annibale fanciullo aveva potuto giurare indarno la distruzione di Roma, Garibaldi giovanetto ne giurò a se medesimo la redenzione. Quindi viaggiò ancora facendo il precettore di ragazzi a Costantinopoli, tendendo febbrilmente l'orecchio ai confusi rumori della insurrezione greca, raccolto in se medesimo come aspettando la chiamata del destino. Un incontro con un ligure in una bettola a Taganrog, decise della sua vita: gli fu rivelata la Giovane Italia, scoperti segreti e propositi di rivoluzioni contro tutti gli stranieri e i tiranni d'Italia. Egli stesso con lirica ingenuità paragonò l'entusiasmo cagionatogli da tali rivelazioni a quello di Cristoforo Colombo nello scoprire le prime prode d'America. Garibaldi e Mazzini, sconosciuti l'uno all'altro, s'incontrarono nella stessa idea di libertà: oramai la fortuna d'Italia diventava sicura attraverso gli innumerevoli e ancora ignoti frangenti.
Tornato in patria, Garibaldi si getta impetuosamente nelle cospirazioni. Al primo incontro in Marsiglia con Mazzini, che già preparava l'infelice spedizione di Savoia, con occhio sicuro glie ne indica tosto il difetto capitale: era meglio cominciare da Genova più frequente di liberali, più forte di plebe, calda ancora di odio municipale al Piemonte. Era il primo dissidio fra i due eroi del pensiero e dell'azione, d'ora innanzi sempre divisi nel metodo e congiunti nello scopo, egualmente sicuri l'uno nella idea rivoluzionaria che oltrepassando la rivoluzione italiana la violava e talvolta l'impediva, l'altro nell'istinto di guerra e di rivolta che non gli farebbe perdere una sola occasione di battaglia, e gli assicurerebbe la vittoria anche quando la sconfitta fosse momentaneamente inevitabile. L'impresa della Savoia fallì. Garibaldi, inteso ad aiutarla da Genova con una formidabile insurrezione per prendere l'odiata monarchia di Carlo Alberto fra due fuochi, potè a stento salvarsi in Francia perseguitato da una condanna a morte, perchè a meglio secondare l'insurrezione si era messo volontario subalterno nella marina regia, e ne aveva subornato parecchi soldati.