Così nel regno piemontese, il solo tuttavia che avesse tentato un'impresa italiana e conservato lo statuto, era poco vivo il senso dell'italianità.
Poi fu imposto a Garibaldi di scegliersi un luogo d'esilio: Garibaldi elesse Tunisi.
Ultima republica di Venezia.
Mentre il più grande degl'italiani riprendeva la via dell'esilio, Venezia capitolava.
L'infelice città tradita da Carlo Alberto si era indarno, con uno slancio d'entusiasmo, riconfermata republica per morire nell'orgoglio della propria autonomia.
Il suo governo, vittima fino dalla prim'ora dell'illusione di una lega italica presieduta dal pontefice, attendeva da Roma l'idea e da Torino le forze della rivoluzione, proclamandosi anticipatamente soggetta a quanto di Venezia avrebbe deciso l'impossibile Costituente italiana, ma intanto ricostituendosi nelle vecchie forme e nella separazione tradizionale. Poi alla fuga di Pio IX da Roma l'ambasciatore veneto disapprovava la rivoluzione romana sconsigliando poco dopo dal votare la republica. Manin come tutti gli altri governi italiani seguitava a trattare con Gaeta e con Roma chiedendo ancora dopo il patito tradimento aiuti ed accordi con Torino, stancando l'Italia di appelli patriottici, protestando e mendicando a tutte le cancellerie d'Europa.
La sua eloquente Memoria a lord Palmerston (21 agosto) in difesa di Venezia era tuttavia uno degli atti più onorevoli della diplomazia italiana.
Ma per Venezia il problema politico non aveva più altra soluzione che la difesa della città. Una suprema illusione di soccorso dalla Francia, mentre questa pareva mal disposta a sopportare l'assoluta preponderanza austriaca in Italia dopo l'armistizio di Salasco, durava tuttavia: Mengaldo e Tommaseo, legati veneti a Parigi, instavano eloquentemente e pareva, non senza frutto. Già si parlava di 3000 soldati francesi che dovevano imbarcarsi per Venezia, quando l'astuta diplomazia tedesca, fingendo d'accettare la mediazione franco-inglese per l'assetto d'Italia, otteneva si sospendesse ogni spedizione. Poi la mediazione fallì, le promesse d'una costituzione del Veneto in principato indipendente e federato con arciduca austriaco, dileguarono; il disastro di Novara e la proclamazione della republica romana precipitarono da ultimo gli eventi.
Venezia doveva rimanere sola a morire.
Intanto il suo governo dittatoriale col colonnello Cavedalis, l'ammiraglio Graziani e Manin, che li assorbiva ambedue in una suprema funzione di doge, si era abilmente affrettato ad apprestare i mezzi finanziari nelle crescenti necessità della politica e della guerra. Ma l'erario era di una povertà ridicola, poichè le rendite ordinarie non sommavano a più di 200,000 lire mensili; si aperse un prestito nazionale di 10 milioni, si diede corso legale a cinque milioni della banca veneta, si aumentarono le imposte sui tabacchi e sulla birra. I soccorsi chiesti all'Italia mancarono: la Toscana non mandò che 72,000 lire, qualche altra città 50,000, Roma votò 100,000 scudi, il Piemonte un dono mensile di 600,000 lire, e non le diede. Mentre tutta l'Italia suonava di arringhe e di canzoni per Venezia, le borse non s'aprivano; governi e popoli non si muovevano.