In Venezia, abbondante di generosi volontari, s'abbaruffavano in un'ultima demenza tutti i partiti politici. I poeti Revere e Dall'Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, tempestavano perchè il governo si dichiarasse lombardo-veneto; Cesare Correnti, già mazziniano, quindi avversario di Mazzini nel governo provvisorio di Milano, poi ancora mazziniano nella catastrofe di questo, predicava ora pel Piemonte; si accusava Manin di non secondare la Costituente italiana, di aver sbagliati gli accordi diplomatici colle grandi potenze straniere, e di non affratellarsi colle ultime rivoluzioni di Toscana e di Roma, di tirannide interna e di nessuna coscienza rivoluzionaria. E infatti quella di Venezia non era che una insurrezione contro l'Austria: nessuna idea era ancora uscita e doveva uscire da quella, che chiamavasi allora rivoluzione veneta. Ma la popolarità di Manin resisteva a tutti gli attacchi, dei quali alcuni generosi e savi, la maggior parte indegni o dementi, provocandogli ovazioni dal popolo che gli permettevano di prendere contro sobillatori e demagoghi violente misure di polizia.

Intanto l'assemblea, aperta il 13 febbraio, lo nominava con 108 voti sopra 110 capo del potere esecutivo presidente, con ogni potere per la difesa interna ed esterna dello stato e con facoltà di prorogare l'assemblea pur di riconvocarla dopo 15 giorni.

Alla ripresa della guerra fra Austria e Piemonte le speranze avevano rifiorito: Pepe proponeva che l'esercito sardo diviso in due corpi proteggesse Alessandria e Padova per congiungersi nel Veneto, egli assalirebbe nemici alle spalle, ma l'ultima guerra piemontese iniziata e conchiusa quasi nel medesimo giorno col disastro di Novara, dissipò sogni e speranza. Venezia non era stata richiesta di concorso da Carlo Alberto nè tampoco avvisata della ripresa delle ostilità: Haynau, grondante del sangue di Brescia, si affrettò ad intimarle la resa. Venezia non aveva che 17,000 soldati, per la maggior parte volontari, 4000 tra marinai, cannonieri e fanti di mare con 11 navi da guerra e altra flottiglia più numerosa che importante, sopra una linea difensiva di settanta miglia divisa in tre circondari: il primo dalla città per Fusina, Marghera, Treporti con 17 forti sino a Sant'Erasmo, il secondo pel lido dalla punta di San Nicola ai murazzi di Palestrina con 13 forti, il terzo da Chioggia e Brondolo sino alla foce del Brenta con 6 forti.

Ma quantunque l'Austria vittoriosa a Novara e a Vienna si stringesse tutta su Venezia, alla spavalda intimazione dell'Haynau questa rispondeva votando (2 aprile 1840) unanime la resistenza ad oltranza, e coniava a memoria della forte deliberazione una medaglia in bronzo scrivendogli nell'esergo: — Ogni viltà convien che qui sia morta. —

Già fin dal 22 ottobre 1848 quattrocento cacciatori del Sile in una sortita avevano occupato Cavallino fugando gli austriaci ed impadronendosi di qualche comune: poco dopo il 26 ottobre Pepe aveva assalito e preso Mestre, ma ora la guerra era senza scampo. Invano i volontari, soldati improvvisati, sembrano moltiplicarsi con una attività ed un valore che sgomentano i più agguerriti reggimenti tedeschi: invano Marghera con 500 soldati di presidio ributta un assalto generale con tanta virtù da consigliare a Radetzky di riproporre patti di resa. Manin ricusa ogni negoziato che non riconosca a Venezia un'esistenza politica in accordo colla sua nazionalità e i suoi costumi. La costanza di Venezia provoca l'ostinazione degli assedianti, che costruiscono una seconda parallela: gli assediati per impedirla ricorrono indarno ad una inondazione artificiale. Un assalto più furioso obbliga al silenzio i forti Rizzardi e dei Cinque Archi; 151 bocche d'artiglieria fulminano la città. Marghera resiste ancora, finchè Manin stesso non ne ordina lo sgombro. La tragedia precipita. Una specie di dittatura militare composta di Ulloa, Sirtori e Baldisserotto si aggiunge alla dittatura politica di Manin, accrescendo gli attriti ma non impedendo nullameno l'accordo nella difesa. Questa costretta ora entro la linea delle lagune, esigerebbe la distruzione di tutto il famoso ponte, senonchè la vanità artistica e l'interesse commerciale lo salvano per la massima parte, affrettando la perdita della città, poichè gli austriaci vi si afforzano alla testa e il cannoneggiamento prosegue benchè senza grandi risultati d'ambo le parti per un mese. La flotta e la flottiglia poco giovano, meglio aiutano i pozzi artesiani supplendo al difetto dell'acqua; il blocco si restringe; un supremo tentativo di composizione con De Bruck, notissimo a Venezia come direttore della grande società triestina del Lloyd, abortisce. Con eroica pertinacia Venezia ricusa l'ultima offerta costituzione, perchè le cariche amministrative non vi erano tutte riserbate agl'italiani e i diritti fondamentali vi potevano essere aboliti in tempi di sommossa o di guerra, e la maggior parte della legislazione veniva riserbata al parlamento viennese, e a Venezia non si accordavano nè esercito nè flotta italiana. Ma se il rifiuto era magnanimo, le trattative erano assurde: Venezia non poteva a nessun patto fidarsi dell'Austria che avrebbe necessariamente mentito alla propria parola; peggio ancora una costituzione semi-autonoma avrebbe allentato tutti i rapporti coll'Italia per ristringere quelli coll'impero tedesco.

Ma ormai il tempo dei patti è passato: Radetzky intima la resa a discrezione. Le palle cadendo sulla città dalla distanza, allora non anco superata, di cinque chilometri, seminano la morte nell'inerme popolazione; si disertano le case di molti quartieri serenando nelle piazze e nei giardini; la fame urge, il mare è chiuso, scoppia il colera. Tutto crolla intorno a Venezia l'Italia soffocata dalla reazione interna ed esterna non manda più che qualche gemito, la repubblica francese agonizza sotto il tallone del secondo Bonaparte, la rivoluzione ungherese, dalla quale s'attendevano aiuti d'armi, è spirata nelle strette dinastiche di Vienna malgrado tutti gli sforzi di Kossuth. Il colera ha colpito diggià in un solo mese oltre 6000 persone, 3000 ne sono morte: i volontari sono molte volte decimati, manca il cibo, difettano le munizioni. Venezia ha superato Roma nella propria difesa, giacchè ha costato all'Austria 20,000 soldati, cioè più che le due campagne contro il Piemonte. Vinta e morente può quindi ripetere con giusto orgoglio il motto non vero di Francesco I: «Tutto è perduto tranne l'onore».

Ma alle prime parole di resa la plebe inferocita tumultua, si urla al tradimento: Manin minacciato ribaldamente deve dissipare colla spada alla mano i tumultanti, e Venezia si arrende. I patti erano: sottomissione della città, sfratto dei soldati stranieri, degli ufficiali già a servizio dell'Austria e dei cittadini a questa sospetti. La carta-moneta veniva ridotta a metà dei valore, nessuna multa di guerra. Il 22 agosto 1849 si firmò la capitolazione: l'indomani Manin, povero e glorioso, riparava con altri proscritti su navi francesi ed inglesi salpando per l'esilio; il 28 l'aquila bicipite si posava nuovamente minacciosa sui pili di San Marco; il 30 Radetzky entrava trionfalmente nella morta città, che dopo tanti strazi sentiva ancora il proprio patriarca invocare la benedizione del cielo sull'implacabile vincitore.

Rivoluzione e guerra erano finite: il federalismo italiano, vecchio di troppi secoli, vi aveva esaurito l'ultima vitalità.

Ma poichè dopo la rivoluzione francese del 1789 ogni altra rivoluzione europea doveva tendere alla costituzione dell'individualità nazionale, l'Italia liquidando così tutto il proprio passato federale non poteva essere più che nell'unità politica. A conquistarla però le abbisognavano una forte coscienza democratica per trionfare delle estreme ricostituzioni regie e papali e un forte nucleo politico per comporre un primo esercito contro lo straniero.

L'abolizione del papato e lo statuto piemontese, ecco quanto rimaneva come idea e come fatto della rivoluzione. D'ora innanzi sarebbe impossibile riparlare di egemonia papale e di lega di principi: tutti gli stati italiani ripiombati nella reazione si verrebbero fatalmente separando dalla vita nazionale; il romanismo inconciliabile colla libertà non sarebbe più che una forma cadaverica del cattolicismo. Le provincie romane, napoletane e siciliane avevano addimostrato il minimum di capacità rivoluzionaria e militare: Piemonte e Lombardo-Veneto il massimo. Il centro della futura rivoluzione sarebbe dunque al nord, come sempre nel bacino del Po; la sua formula dovrebbe quindi essere monarchico-democratica, la sua forma una conquista regia; ma poichè l'Italia non saprebbe almeno per lunghissimo tempo scrollare simultaneamente tutti i propri principi e l'Austria, imprevedibili coincidenze politiche europee dovrebbero aiutare quel re italiano abbastanza forte e moderno per disciplinare nella propria monarchia l'elemento democratico ed erigersi campione dell'indipendenza nazionale.