Per ora la gazzarra poliziesca delle ristorazioni mescendosi al trambusto avvilente delle recriminazioni, colle quali tutti i partiti vinti ed egualmente colpevoli si dilaniano, disonora per l'ultima volta l'Italia; ma Daniele Manin, esule a Parigi nell'immacolata povertà d'una vita troppo esercitata dalla fortuna, troverà fra poco la formula trionfatrice, e presso a morire la getterà da lungi all'Italia come una di quelle infallibili rivelazioni che la morte riserba talora ai più santi: — Italia e Vittorio Emanuele. —
Fra dieci anni Giuseppe Garibaldi, ora proscritto dal Piemonte, scriverà — Italia e Vittorio Emanuele — sulla propria bandiera, per trionfare dell'Austria, del Borbone, del papa e di Vittorio Emanuele stesso, costituendogli un regno d'Italia nell'unità, sempre indarno voluta da Mazzini, e nella libertà costituzionale, compatibile coll'ancora scarsa civiltà della nazione.
LIBRO SESTO
L'EGEMONIA PIEMONTESE
Capitolo Primo.
Le ristorazioni
Riscossa dell'opinione.
Poichè tutti i partiti avevano egualmente fallato, e nessun uomo, per quanto alto d'ingegno e di robusto carattere, aveva potuto resistere così alla tormenta delle combinazioni rivoluzionarie da mantenervi la logica di un sistema o la sincerità immutabile di un proposito, la violenza delle recriminazioni politiche era adesso senza pietà. Federalisti ed unitari, giacobini e neoguelfi, regi e repubblicani, insorti delle prime giornate e ribelli degli ultimi assedi, politici e politicanti, tribuni e di piazza e di parlamenti, si palleggiavano tremende reciproche accuse, delle quali la più comune, e quindi la meno grave, era quella di tradimento. Dai giornali la guerra saliva ai libri, scrosciava negli opuscoli, balenava in subite rivelazioni di documenti, serpeggiava nel popolo avvelenandone lo scoramento, penetrava nel segreto delle conventicole già strette per nuove cospirazioni, si effondeva in lamenti, che il pericolo delle feroci polizie rendeva ancora nobili.
L'Europa tutta piena di simili rivoluzioni, tutte egualmente vinte, ascoltava distratta.
Ma l'unità della sconfitta giovava quanto una vittoria. Veneti e siciliani, milanesi e romani, piemontesi e toscani, lombardi e napoletani, si affratellavano nel dolore d'una comune speranza perduta: accuse e critiche ribadivano la necessità dell'idea, per la quale tutti erano insorti, e ne approfondivano la verità sottomettendone il modo a nuove disamine. Le fratellanze di guerra, ben più efficaci che quelle delle congiure, saldavano relazioni dianzi corroborate da fugaci rapporti politici e diplomatici; lo scambio dei volontari fra le provincie insorte compensava già l'antagonismo dei parlamenti durante la rivoluzione; la coscienza dell'eroismo mostrato in cento fazioni si levava alteramente nella oppressione desolata di quella prima ora di schiavitù come a sfida di altre non lontane battaglie. Mai l'Italia aveva avuto tale rivoluzione; il suo passato federale vi si era annullato con tutta la millenaria varietà delle proprie forme sotto l'impulso della moderna idea democratica. L'unità usciva dalla sconfitta. Non una idea o una forma vitale restava al federalismo. Un inconciliabile dissidio separava ora popoli e principi: questi accodati all'Austria non ne erano più nemmeno i prefetti, giacchè i generali austriaci li umiliavano colle tracotanze e truppe austriache circondavano Le loro reggie italiane. Non più illusioni di dieta o speranze di riforme: alcuni statuti restavano come cadaveri insepolti dopo una battaglia. I principi avevano compreso che ogni concessione al popolo avrebbe in esso provocato lo scoppio di affermazioni antidinastiche; il popolo sapeva che i principi preferivano l'esistenza della propria casa alla vita d'Italia. Quindi la politica si divideva: quella dei governi, subordinata fatalmente all'Austria, diventava di resistenza, costringendosi all'impossibilità di un crescendo, oltre il quale s'intendeva il mareggiare sordo di un'altra rivoluzione; quella delle nazioni cresceva d'iniziative giovandosi d'ogni forza, profittando dei contraccolpi europei, opponendo il progresso del pensiero all'immobilità delle forme, l'elasticità dello spirito alle pressioni della materia, l'irresistibile espansione delle coscienze al propagarsi delle energie straniere in tutti gli argomenti della politica nazionale.